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Un fiume in piena. Sconfitto il centro sinistra

di

Loris Campetti
Tanto tuonò che piovve. La temuta bufera d’acqua e grandine si è abbattuta sull’Italia e un fiume in piena, dopo aver allagato quasi interamente la Padania, si spinge verso sud. Piove sulla terraferma e piove sulle isole maggiori, in Sicilia è stato proclamato lo stato di calamità naturale, così come nelle grandi e operose regioni del nord e in gran parte del disastrato sud Italia. Al centro piove ma meno fitto e qualche ombrello per proteggerci è rimasto. Calamità "naturale", perché è naturale che le elezioni siano andate come sono andate, tant’è che su questo giornale noi facili profeti di sventure lo avevamo scritto a chiare lettere. Quel fiume che tracima si chiama Silvio Berlusconi, ai tempi del mitico ciclista Fausto Coppi (che però era di sinistra) si sarebbe detto: "Un uomo solo al comando". Il presidente del Milan e di Mediaset e di chissà quant’altro, l’uomo del conflitto d’interessi che preoccupa l’establishment europeo e i giornali economici e borghesi del continente, ha fatto il pieno, se non di voti, di seggi, conquistando la maggioranza assoluta alla Camera e al Senato. Ha umiliato la sinistra e persino i suoi alleati. Alla Casa delle libertà sono andati alla Camera 368 seggi su 630, oltre 100 in più rispetto all’Ulivo e al Senato 177 su 315 contro i 125 dell’Ulivo. Rifondazione comunista strappa un drappello di 11 deputati (al maggioritario della Camera, mentre all’uninominale non aveva presentato liste per arginare la piena della destra) e 3 senatori. Forza Italia, il partito-impresa, sfiora il 30% ed è il primo partito italiano. I Ds crollano al 16,6% e vengono quasi raggiunti dalla Margherita salita al 14,5%: la tanto auspicata seconda gamba dell’Ulivo fatta di 4 partitini democristiani (Udeur, Popolari, Dini e Democratici) è l’unica forza vittoriosa nello schieramento di Centrosinistra, trainata dal candidato premier sconfitto, Francesco Rutelli. Al quarto posto, con un risicato 12%, i fascisti in doppiopetto di Gianfranco Fini che lasciano sul campo dell’alleanza con l’uomo solo al comando un bel po’ di punti percentuali. Al quinto e ultimo posto Rifondazione comunista, che con il 5% è l’unica forza esterna ai due poli a superare lo sbarramento del 4%. Vittima illustre del sistema elettorale più demenziale del mondo, la Lega di Umberto Bossi che si è svenata con l’accordo con la destra ma è ben (sovra) rappresentata nei due rami del Parlamento con i seggi conquistati nei collegi uninominali. L’ulteriore vittoria di Berlusconi, comunque, consiste nel fatto che i numeri sono a lui talmente favorevoli che potrebbe fare a meno dei voti della Lega, di cui fidarsi è bene e non fidarsi è meglio (ricordate il ribaltone di Bossi del ’94?). Di Pietro come Bossi si ferma al 3,9%, ma siccome l’ex magistrato di mani pulite è fuori dai due blocchi resta a bocca asciutta, così come D’Antoni-Andreotti e i radicali della Bonino. Spazzati via dal voto popolare i socialisti dello Sdi e i Verdi, nonché Cossutta con il suo Partito dei Comunisti Italiani che altro non era che una lista civetta per fottere voti a Bertinotti. Fin qui i numeri, a cui si possono aggiungere quelli delle comunali nelle principali città italiane: nella Milano di Berlusconi è stato eletto sindaco al primo turno Albertini, mentre a Roma, Torino e Napoli si andrà al ballottaggio tra due domeniche con i candidati sindaci del Centrosinistra (Veltroni, Chiamparino e Russo Jervolino) in lieve vantaggio. Certo è che se il clima a sinistra non cambierà e non si recupererà un po’ di senso di sé, anche da queste città potrebbero arrivare cattive sorprese per l’Ulivo. Basti dire che a Torino, dove non era stato raggiunto un accordo tra Ulivo e Rifondazione che aveva presentato un suo candidato, Chiamparino ha annunciato urbi et orbi in tv che non è disponibile a un accordo politico con il Prc di Bertinotti, a costo di perdere la città operaia per eccellenza. Ed eccoci alle ragioni della sconfitta, che vengono da lontano. La prima ragione parla del sistema elettorale truffaldino, per cui nel ’96 la destra prese più voti del centrosinistra ma finì all’opposizione, mentre oggi che la destra prende il 4% di voti in meno è l’Ulivo a finire all’opposizione per aver rifiutato con le sue scelte politiche e di alleanze un accordo con Rifondazione, mentre anche l’ex ministro dell’Ulivo Antonio Di Pietro se ne andava per conto suo. L’Ulivo ha avuto 5 anni per cambiare il sistema elettorale e tornare al proporzionale con uno sbarramento alla tedesca e non l’ha fatto, nonostante fosse stato battuta per via referendaria la proposta di cancellare qualsiasi residuo (il 25%) di proporzionale. Ma dare la colpa della sonora scoppola presa delle sinistre — in cinque anni di governo dell’Ulivo i Ds hanno perso 1 milione e 850 mila voti, Rifondazione 700 mila oltre ai 600 mila passati a Cossutta — soltanto al sistema elettorale, sarebbe un trucco sciocco per nascondere la natura politica della sconfitta. In cinque anni il centrosinistra ha cambiato quattro presidenti del consiglio e ha rotto il rapporto con il Prc che sosteva dall’esterno il governo Prodi. Una scelta criticabile, quella di Bertinotti di rompere su una finanziaria di scarso interesse invece di aspettare la guerra del Kosovo: forse il Prc nella maggioranza non avrebbe cambiato la decisione italiana di offrire le basi agli Usa e le bombe agli jugoslavi, ma in questo caso la rottura sarebbe stata comprensibile a tutto il popolo di sinistra. Fatto sta che alla crisi del governo Prodi il centrosinistra scelse non di tornare alle urne, ma di consegnare a Massimo D’Alema la guida di un nuovo governo retto da Cossiga e da un pezzo di democristiani ribaltati da uno schieramento all’altro. Della legge per le 35 ore non si è più parlato, e in cambio tutte le scelte di politica economica e sociale sono andate nella direzione chiesta dalla destra: flessibilità, deregulation dei rapporti di lavoro, precarizzazione. Insomma, neoliberismo moderato da qualche avanzo di welfare state. In questa rottura e in queste scelte sta la sconfitta delle sinistre, sia quelle moderate che quella antagonista. Logica e speranza della gente vorrebbero che a questo punto tutti i gruppi dirigenti delle sinistre facessero un passo indietro, si fermassero a riflettere, ad analizzare le ragioni della sconfitta e dunque quelle dell’egemonia politica e culturale di Berlusconi sulla società italiana. Solo così sarebbe possibile riavviare un confronto per trovare punti di convergenza, un percorso comune d’opposizione alle destre imperanti. I primi segnali — se si esclude una generica apertura del resuscitato Massimo D’Alema , artefice principe del disastro, a Fausto Bertinotti — non vanno in questa direzione. Il rinato giornale diessino "L’Unità" da lunedì cerca di spiegare ai suoi lettori che in realtà Berlusconi non ha vinto, o comunque la sinistra non ha perso, nascondendo la realtà: la realtà dice che i Ds sono ormai un partito tosco-emiliano, nel resto d’Italia hanno perduto radicamento, peso, interlocutori. Fuori da quelle che una volta si chiamavano regioni rosse la sinistra è diventata marginale. A livello nazionale è scesa, mettendo insieme dai socialisti al Prc, al 24%, meno di un quarto dei consensi nel paese come mai era successo nell’Italia repubblicana e postfascista. Dal canto suo, Rifondazione comunista continua a ripetere di aver vinto, valorizzando il fatto di essere l’unica forza politica fuori dai due poli ad aver superato lo sbarramento del 4%. Vero, ma è una ben magra consolazione. A Roma si dice: "Ci consoliamo con l’aglietto", ed è quel che viene in mente leggendo il titolo d’apertura di "Liberazione": "Ripartire da Rifondazione". Ma la società italiana non è il deserto, c’è un sindacato ancora in piedi, ci sono movimenti e soggetti ormai privi di rappresentanza che non hanno mai smesso di batersi, di fare politica nel territorio e nei posti di lavoro. Dunque, da qualche parte si può ripartire: per esempio dallo sciopero generale del 18 maggio dei metalmeccanici per il contratto, che in questo quadro che vede unite destre politiche e Confindustria assume un carattere straordinario, è un campanello che suona per tutti. Dopo i metalmeccanici toccherà a tutte le altre categorie dell’industria a cui è scaduto il contratto di lavoro. E a giugno, in occasione del G8, una mobilitazione globale riempirà la città di Genova di giovani, studenti, lavoratori, sindacalisti, ambientalisti provenienti da tutt’Europa per manifestare contro la globalizzazione dei capitali e l’esclusione della gente. Forse è a partire dalle tematiche evocate da questi due appuntamenti — abbiamo fatto solo gli esempi più clamorosi — che le sinistre moderate e antagoniste potrebbero cominciare a riflettere, a confrontarsi, a rifondarsi.

Pubblicato

Venerdì 18 Maggio 2001

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