La mano invisibile

Giorni di speranza e giorni di fede si mescolano in maniera strana in questo periodo natalizio. Alla prima, benché vorremmo soprattutto sconfiggere un male, finiamo per dare una connotazione piuttosto economica, forse ispirata  al “primum vivere” o all’interrrogativo brutale posto da alcuni “operatori economici”: morire di coronavirus o morire di fame? E quindi affiora tra mille titubanze l’imperativo, costi quel che costi, di poter continuare a produrre avere e consumare, esaltato in un periodo che si presta a grandi consumi e grandi affari. Alla seconda si affida invece il clima natalizio che si è comunque secolarizzato ed è di tutti, credenti o non credenti, ma con i valori cristiani che rispuntano (fossero anche solo quelli di rispetto del prossimo, di solidarietà, di fratellanza, di giustizia distributiva, di pace). Valori ora chiamati in causa dalla realtà che si sta vivendo con le sue dure conseguenze, che la investono, suggerendone, di fatto, opportunità di opere, di confronti, di critica e autocritica, di riesame dei propri atteggiamenti e comportamenti nella comunità.

 

Nonostante che lo scorso anno, proprio prima di Natale, uno che di fede e valori cristiani se ne intende, papa Bergoglio, usciva con una sorta di sentenza a effetto assicurato per i posteri: “Non siamo nella cristianità, non più”. Ma era sentenza certamente non definitiva, motivo ora di interrogarsi, in un momento in cui una certa parte “politica” si arroga la pretesa di essere sola a difendere quei valori e una delirante parte religiosa di natura quasi identica a quella politica vede nel morbo un castigo divino per i mali della società. Valori che non sono quelli di Bergoglio, il quale vede il male nella società proveniente da ben altra parte.


Bergoglio non è un economista, ma parla anche da economista. Non è un rivoluzionario (o lo è come Cristo), benché appaia alle volte come l’ultimo dei rivoluzionari per la sua forte critica all’economia e al capitalismo finanziario, tanto da crearsi nemici dentro e fuori la Chiesa, con trame avverse, attecchite sin dentro i salotti della Lugano finanziaria. E la sua lotta, sempre ostacolata e motivo di aspre critiche in ambienti o movimenti paracattolici, di portare coerenza ed esempio all’interno della Chiesa (e delle sue finanze) appare spesso perdente.


Questa è un’economia che uccide, dice Bergoglio, perché è un’economia dell’esclusione e dell’iniquità. Tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Non si tratta solamente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta sempre più colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive.

 

Qui sta il male. Le attuali tensioni sociali ne sono una terribile conferma. E individua concretamente l’origine della disuguaglianza nella negazione del controllo degli Stati sui mercati finanziari. Con altre parole, la sudditanza della politica alla finanza e la necessità di rovesciare i rapporti di forza tra questi due fattori. La critica, quindi, alle deformità generate da economia e finanza e alla loro grave carenza di prospettiva umana, con l’uomo ridotto ad una sola delle sue esigenze: il consumo. Peggio, con l’uomo stesso ridotto a un costo o a un bene di consumo che si può usare e poi gettare.
Si dirà che è il solito e quasi obbligato moralismo di tipo natalizio. Ma la realtà è lì da constatare e non si può ignorare o scansare. È come il morbo, da contrastare.

Pubblicato il 

17.12.20..
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