L’inatteso arrivo in Svizzera di nemmeno 500 cittadini rumeni d’etnia Rom è subito stato elevato, secondo un copione ormai banale, al rango di emergenza. E come emergenza di polizia è stato trattato dalle autorità competenti. Il gruppo più consistente, circa 260 persone, la metà dei quali minorenni, è stato sistemato provvisoriamente a Chiasso. Lì si sono adottate nei loro confronti misure di estrema gravità e del tutto sproporzionate: dapprima gli si è proibito di chiedere l’elemosina nelle strade, poi è stato imposto a tutti il divieto generalizzato di lasciare il Centro per richiedenti l’asilo. Trattati come pericolosi criminali, senza che vi siano fondati sospetti di reato nei confronti di tutti loro. Dell’atteggiamento delle autorità con questi Rom abbiamo discusso con Urs Jäggi, delegato della Commissione nomadi istituita dal Consiglio di Stato. Signor Jäggi, la reazione sproporzionata delle autorità ticinesi di fronte all’arrivo di circa duecento Rom di origine rumena a Chiasso è un problema soltanto locale? Non è un problema solo di Chiasso, né solo del Ticino, ma svizzero in primis ed europeo in seconda battuta. Sappiamo però che questa gente vive in condizioni palesemente meno agiate di noi. Quindi se non hanno quegli ancoraggi economici e sociali che noi abbiamo e che ci sono dati dal nostro benessere, è chiaro che hanno meno esitazioni a lasciare i luoghi in cui vivono: a maggior ragione se da un giorno all’altro gli viene bruciata la casa. L’atteggiamento del Ticino mi obbliga oggi a chiedermi se noi ticinesi abbiamo davvero dimenticato e rimosso il ricordo del nostro passato, fatto, almeno fino alla generazione dei nostri nonni, di emigrazione per motivi economici e sociali. Perché con i Rom facciamo così fatica ad avere un rapporto sereno? Perché hanno un atteggiamento verso il sociale e, più in generale, verso la vita completamente diverso dal nostro. Cosa che li rende vittime di continue persecuzioni. Questi Rom non sono nomadi, originariamente non viaggiano ma sono sedentari. In altre parole non seguono il naturale ciclo dei loro affari, come fanno i nomadi italiani o francesi che solitamente soggiornano in Ticino, ma fuggono da una persecuzione. Oggi l’Ufficio federale dei rifugiati dice che la Romania è un Paese sicuro, ma in realtà per le popolazioni di etnia Rom non è cambiato praticamente nulla dai tempi di Ceausescu: erano ai piedi della scala sociale allora, lo sono altrettanto oggi. Per questo ad esempio sono abituati a fare la questua: per loro è una forma di lavoro, pretendere che arrivino qua e cambino dall’oggi al domani il loro atteggiamento nei confronti della vita è assurdo. Come valutare le decisioni di rimpatrio collettivo? Rimpatriarli sostenendo che la Romania è un Paese sicuro è criminale: per loro certamente lì non c’è sicurezza. Proprio in questi giorni abbiamo avuto l’ennesima conferma che la Romania è uno dei principali fornitori di bambini per i traffici internazionali di pedofilia: respingere tutte queste famiglie significa esporre i loro bambini ad un elevatissimo rischio di abuso sessuale e di rapimento, perché è negli strati più sfavoriti della popolazione che le organizzazioni pedofile reclutano le loro vittime. Non vorrei che quegli stessi bambini che oggi rimpatriamo da Chiasso ce li ritroviamo qua fra qualche mese, rapiti ed abusati sessualmente. Cosa si dovrebbe fare invece? Possiamo essere anche soltanto un po’ più umani. Intanto lasciamo loro il tempo di riprendersi, non sottoponiamoli ad un ulteriore stress come invece si è fatto in questi giorni parlando da subito di decisioni collettive e rinvii immediati. Eppoi offriamo loro l’occasione di svolgere un lavoro da noi, magari nell’interesse della collettività, e di integrarsi così nella nostra società. Rimpatriarli come si sta facendo costa molto di più che creare per loro delle occasioni di lavoro durature. Magari poi si accorgeranno che la Svizzera non è il paradiso che credevano e torneranno da dove sono venuti. Perché in Svizzera si è reagito in maniera così isterica all’arrivo di meno 500 persone d’etnia Rom? A livello comunale e regionale le reazioni più viscerali si hanno quando arrivano i nomadi con la classica Mercedes con roulotte. Ora, rispetto a questi Rom, giunti in Svizzera nelle ultime settimane, ho il grosso sospetto che siano stati dichiarati nomadi contro la verità dei fatti dalle stesse autorità federali competenti. E questo per far paura nella popolazione svizzera in modo mirato e sfruttare un marchio di infamia che automaticamente si attribuisce ai nomadi: così li si possono espellere più celermente e senza reazioni di solidarietà da parte della popolazione. Quindi secondo lei le autorità federali avrebbero usato il razzismo latente, magari alimentandolo, per semplificarsi il lavoro. È un caso di razzismo di Stato? Credo che lo si possa tranquillamente dire. Non solo. Sono scandalizzato dell’atteggiamento di numerosi membri della Commissione federale contro il razzismo, che in occasioni come queste non si muovono, non si fanno sentire, o addirittura mentono negando i problemi: il loro comportamento è espressione del loro stesso razzismo, e legittima il razzismo dei Blocher, dei Pantani e dei Soldati. La loro passività, in violazione dei loro doveri, è essa stessa un atto razzista. La misura che più sconcerta è la restrizione generalizzata della libertà di movimento e la proibizione di chiedere l’elemosina. È una vergogna ed uno scandalo, per un Paese che si ritiene grande paladino dei diritti umani, che si circoscriva la libertà di movimento a delle persone senza che su di esse penda il men che minimo sospetto di aver compiuto un reato. Anche solo la proibizione di fare l’elemosina in uno Stato liberale è del tutto insensata. Purtroppo ho capito che in molte circostanze il politico ha pochissimo potere: a governare le decisioni sono i funzionari dell’amministrazione. E in una situazione di disprezzo generalizzato, se non di odio latente, nei confronti di un preciso gruppo etnico, questo può avere conseguenze pesantissime. Così si capisce che i funzionari dell’ordine pubblico svizzeri dimostrino spesso scarsissima umanità, a differenza di ciò che molte volte si vede in Italia. Del resto, benché il Dipartimento competente sia rappresentato nella Commissione cantonale nomadi, non è mai stato fatto nulla per portare il tema degli zingari nelle scuole, e questo malgrado il forte interessamento che riscontro da parte degli studenti ogni volta che loro stessi mi invitano a parlarne.

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11.10.02

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