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Meno male che c'è la Fiom

di

Loris Campetti
La Fiat ha trasmesso l'ordine, la solerte Federmeccanica ha eseguito. Il contratto dei metalmeccanici siglato da tutti i sindacati nel 2008 e approvato con un referendum dalla stragrande maggioranza dei lavoratori è stato cancellato dall'associazione degli imprenditori di categoria che aderisce alla Confindustria.

Il diktat di Sergio Marchionne era chiaro: o verranno assunte le nuove regole imposte a Pomigliano d'Arco oppure la più "pesante" multinazionale italiana se ne andrà da Federmeccanica e Confindustria per farsi un contratto personalizzato per l'auto (che in Italia vuol dire Fiat e solo Fiat) con i sindacati compiacenti. Tutti, con l'esclusione della Fiom che rappresenta, però, la maggioranza dei lavoratori metalmeccanici.
Lo strappo storico deciso martedì di questa settimana da Federmeccanica cambia la natura delle relazioni sociali in Italia e delle stesse organizzazioni sindacali. Ma soprattutto cambierà la vita di chi lavora nelle fabbriche, ammesso e non concesso che questo atto di prepotenza illegale possa davvero diventare operativo. Cosa vogliono i padroni? E' scritto a chiare lettere nelle regole imposte da Marchionne e accettate da Fim, Uilm, Fismic e Ugl, alla base della nuova società costituita per cinesizzare lo stabilimento Fiat di Pomigliano dove sarà costruita la nuova Panda: abolizione del diritto di sciopero, con tanto di penalizzazione per i lavoratori che disattenderanno l'ordine ed esclusione da ogni forma di relazione e trattativa dei sindacati che dovessero coprire lo sciopero stesso; spostamento della mezz'ora di mensa a fine turno, fruibile però soltanto se e quando il padrone deciderà che non servono straordinari, perché in quel caso niente mensa; aumento degli straordinari da 40 a 120 ore, decisi unilateralmente dall'azienda senza discuterne con le Rsu; applicazione di una nuova organizzazione del lavoro rigidissima che non ammette pause, aumenta l'orario e la cadenza delle linee per far crescere produzione e produttività, fino a prevedere la possibilità di recuperare gli eventuali fermi della produzione (per esempio per gli scioperi nella componentistica) nei giorni di riposo; abolizione delle 11 ore di pausa tra un turno e l'altro; abolizione dei permessi e diritti sindacali ai sindacati non firmatari degli accordi; i primi tre giorni di malattia non saranno pagati. E questi non sono che gli aspetti più macroscopici di una gabbia oppressiva che Marchionne chiama "modernità" ma assomiglia a una poesia di Giovanni Pascoli, "l'aquilone": «C'è qualcosa di nuova oggi nell'aria, anzi d'antico».
La cancellazione del contratto dei metalmeccanici non potrà che produrre due conseguenze: l'esplosione del conflitto nelle fabbriche, alla faccia della filosofia di Marchionne che tra gli entusiasmi del governo Berlusconi e i silenzi delle opposizioni parlamentari ha decretato la fine della lotta di classe e il moltiplicarsi dei ricorsi alla magistratura. Infatti, fino a prova contraria in Italia esistono leggi (progressivamente peggiorate) e soprattutto c'è una Costituzione e uno Statuto dei lavoratori che garantiscono il diritto di sciopero e un importante pacchetto di diritti sindacali, violati dalle norme che le associazioni padronali si apprestano a varare con la complicità di molti sindacati, attraverso il meccanismo delle deroghe a leggi, accordi e contratti. La Fiom, è poco ma sicuro, non farà mancare né il conflitto né i ricorsi alla magistratura.
Quel che ha consentito questa deriva italiana si può comprendere solo se si tiene conto del fatto che non esiste una legge democratica sulla rappresentanza che consenta di certificare la forza reale dei vari sindacati e permetta ai lavoratori di concedere e togliere le deleghe alle organizzazioni, e soprattutto di dire la parola finale sui accordi e contratti che li riguardano, attraverso un referendum di mandato sulle piattaforme e uno al momento della firma degli accordi. Ciò ha consentito lo svilupparsi della pratica oscena degli accordi separati senza poter sapere chi rappresentano le organizzazioni firmatarie e se gli accordi sono condivisi dai lavoratori.
Nel corso dell'estate, accanto alle polemiche sui licenziamenti per rappresaglia fatti dalla Fiat a Melfi e in altri stabilimenti italiani, è cresciuto anche tra gli imprenditori e i manager un dibattito interessante sulla filosofia del manager più famoso d'Italia, quel signore casual che indossa un golfino al posto di giacca e cravatta e guadagna 4-500 volte più dei suoi dipendenti. Un falco come Cesare Romiti, che oggi festeggia i trent'anni dalla marcia dei capi Fiat che spense per un paio di decenni il conflitto sociale riconsegnando ai padroni tutto il comando dell'impresa, ha attaccato duramente Marchionne: il sindacato si può battere ma non dividendolo e scegliendosi gli interlocutori malleabili, cancellando gli altri. Sono scelte che alla lunga si pagano. L'ex direttore generale di Confindustria, Innocenzo Cipolletta, ha articolato lo stesso ragionamento per contestare la pratica degli accordi separati che conducono le imprese in un vicolo cieco e fanno esplodere la conflittualità.
Il dramma dell'Italia sta nella subalternità della politica alla politica delle imprese, con le destre al governo che l'accompagnano smontando il sistema dei diritti e facendo strage della legislazione
sul lavoro. All'opposizione non c'è vita, e anche chi sogna il dopo Berlusconi non riesce neppure a immaginare un altro sistema di relazioni sociali, che non sia basato sul liberismo e le disuguaglianze.
Meno male che c'è la Fiom.

Pubblicato

Venerdì 10 Settembre 2010

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