Alle volte ti viene il dubbio e ti interroghi: esiste ancora la democrazia? Eppure, quando vedi il successo delle manifestazioni promosse dai sindacati, hai una prima risposta perentoria, che, da democratico, rende felice e infonde fiducia. Anche se dall’altra parte, quella del governo o dei politici che governano, si è costretti a rifugiarsi in un “non capiamo” (che, divagando, etimologicamente, ma soprattutto ironicamente, deriva dal verbo latino “càpere” e significherebbe quindi: “Non riusciamo a prendere”). E poi è domenica e ti accingi anche a votare, ad esprimere la tua opinione, su temi e proposte importanti (anche se poi alcune iniziative accettate dal popolo o sono annacquate dal Parlamento o sono intrappolate in ordinanze che le sviliscono, com’è pure capitato in questi giorni). Oppure, ancora, con largo anticipo, eccoti già immerso nelle votazioni-elezioni (comunali, cantonali, federali) che corrono e si impongono da un quadriennio all’altro, tanto da ritenerti sempre in “mobilitazione democratica”, quasi fosse una guerra continua.

 

Certo che se per dittatura pensiamo a quelle che si succedono o prosperano o minacciano altrove o a quelle mascherate da messe in scena democratiche, devi convenire che ti trovi comunque in un’isola felicemente e intensamente democratica. Anche se appare sempre il monito di quell’illustre politologo, studiato a suo tempo, (Giovanni Sartori), secondo il quale andare a votare, periodicamente, non è ancora un segno compiuto di democrazia, spesso è solo un modo per eleggere dei capi.

 

La democrazia incomincia là dove si cerca di dare a tutti le stesse opportunità per realizzare sé stessi e raggiungere gli obiettivi che ci si propone. La democrazia prende avvio e si afferma a partire da cose concrete e dai diritti applicati (assistenza dignitosa, salute ed educazione per tutti, lavoro e giusta e adeguata retribuzione, partecipazione alla spesa pubblica e all’edificazione della “buona vita” della comunità proporzionalmente al proprio reddito e alla propria ricchezza patrimoniale). E non dal semplice voto che può essere manipolato o da una propaganda fallace o dall’ignoranza mantenuta e alimentata, ideata apposta per persuadere chi non è in grado o non si dà la pena di controllare la verità di ciò che si dice, disdice, promette. Per cui è anche il caso di chiederci se è giusto sentenziare che “il popolo ha sempre ragione”; perché, se è male informato dalla propaganda elettorale, che lo induce anche a rinunciare alla minima curiosità di verificare se ciò che gli viene ripetuto è vero o falso, il popolo non ha sempre ragione.

 

Infine, bisogna pur dire che avendo assunto il mercato come misura dell’uomo e di tutte le cose e il denaro (con la contabilità a partita semplice: entrate/uscite; almeno quella a partita doppia sa anche considerare il futuro) a generatore di tutti i valori, la politica, quella che comanda e dirige, finisce per andare in una sola direzione.

Dove il mercato o la contabilità a partita semplice sono più forti delle decisioni che la politica o i governi devono o dovrebbero assumere, la democrazia rischia di essere ridotta a uno strofinaccio da cucina. E allora, che cosa rimane se non manifestare per far capire, a chi non capisce, che ci deve essere un’autonomia della politica dal mercato? Almeno per salvare la libertà e la dignità dell’uomo.

 

Pubblicato il 

01.03.24