È quasi primavera, la temperatura è mite, alla riunione su donne e scienza si vedono tante facce nuove, la vita è bella e trac: condannano Arundhati Roy. Sì, lo so, è accaduto la settimana scorsa e ogni giorno accadono fatti ben più gravi, dall’Afghanistan allo Zimbabwe lungo l’intero alfabeto delle nazioni. So che la scrittrice indiana ha passato appena 24 ore in un carcere di Nuova Delhi «in condizioni cinquecento volte migliori di quella della gente comune», come ha dichiarato all’uscita il 7 marzo. Il fatto è che il 22 marzo è la giornata mondiale dell’acqua, e che Arundhati Roy milita nel movimento Narmada Bachao Andolan, per salvare il fiume Narmada e i suoi abitanti minacciati dal progetto di costruire più di duecento dighe. A milioni perderanno terra e mezzi di sussistenza quando la valle sarà allagata. Questo nel Gujarat mezzo distrutto l’anno scorso dal terremoto e lacerato oggi da una guerra incivile tra maschi indù e musulmani. E mentre la Commissione mondiale sulle dighe dice che il progetto è altrettanto sbagliato di quello cinese delle Tre Gole e la Banca Mondiale gli toglie i finanziamenti. Il fatto è che la conosco, Arundhati Roy, la rispetto e le voglio bene. So che è degna di Mary Roy, sua madre, un’eroina per le femministe indiane. La leggo e la rileggo per la scrittura, ovviamente, e soprattutto perché i suoi articoli mi aiutano a capire un po’ come scienza e tecnologia cambiano la vita e l’immaginario collettivo, a fare il mio mestiere. In «Guerra è pace», Guanda editore, lei parla di risorse, inquinamento, educazione e sanità, fonti di energia, armamenti nucleari. È raro incontrare un pensiero che unisca le «due culture», quella scientifica e umanistica, senza tradursi in banalità. Arundhati Roy unisce anche le culture di Oriente e Occidente, di Nord e Sud eppure non perde di vista il luogo in cui si trova, diverso da tutti gli altri, legato a tutti gli altri. Deve essere questo a renderla così limpida e lungimirante. Nel condannarla per alcune frasi «d’oltraggio» i giudici si meritano il disprezzo di cui l’accusavano di aver fatto mostra verso la Corte. Preferiscono «imbavagliare il dissenso», invece di indagare su corrotti e corruttori che prosperano attorno al progetto delle dighe, talmente prepotenti che perfino la Enron, una multinazionale dell’energia usa all’avidità dei politici americani, svende le proprie operazioni in India. Chi pensava che la magistratura indiana non fosse integerrima (quale lo è?), ora ne ha avuto la conferma. La soluzione? È dovunque in «Guerra è pace», per esempio a p. 174: «Quello che abbiamo bisogno di cercare e di trovare..., di levigare e perfezionare in qualcosa di magnifico e brillante è un nuovo genere di politica. La politica di prendersi per mano da un capo all’altro del mondo e di impedire una distruzione certa. Nelle attuali circostanze, direi che l’unica cosa che meriti di essere globalizzata è il dissenso. Il miglior prodotto d’esportazione dell’India». Insieme al pensiero di Arundhati Roy.

Pubblicato il 

15.03.02..

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