L'editoriale

L’obiettivo è chiaro, ma la soluzione è più incerta che mai. Presentando, mercoledì 11 febbraio, la sua proposta di attuazione dell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” approvata dal popolo il 9 febbraio 2014, che chiede una regolazione autonoma e una limitazione dell’immigrazione, il Consiglio federale non è di fatto stato in grado di fare alcuna previsione su come la Svizzera concretizzerà la volontà popolare. Tutto dipenderà dall’esito degli imminenti difficilissimi negoziati con l’Unione europea (Ue) per un “adeguamento” dell’accordo sulla libera circolazione. Gli scenari possibili sono tre: «Otteniamo tutto, non otteniamo nulla oppure non otteniamo tutto ma nemmeno nulla», ha sintetizzato mettendo un po’ le mani avanti la presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga in una conferenza stampa fiume con i colleghi Burkhalter e Schneider-Ammann. Del resto, le fatto eco il ministro degli esteri: «L’incertezza è cresciuta in Svizzera, come ovunque nel mondo».
Guardando però alle misure di politica interna proposte dal governo, una certezza la possiamo ricavare: sono discriminatorie e inadeguate (se non in minima parte) a risolvere i problemi che investono il mercato del lavoro in Svizzera.


La fissazione di tetti massimi e contingenti annuali per stranieri non sono una risposta alle paure manifestate dal popolo svizzero con il voto del 9 febbraio. Un voto che solo in parte è stato determinato da sentimenti razzisti e xenofobi e che va invece essenzialmente ricondotto alla preoccupazione dei cittadini e dei salariati di fronte al dilagare delle più svariate forme di abuso e di sfruttamento nel mondo del lavoro. Una situazione figlia dell’agire di padroni senza scrupoli, ma soprattutto di un sistema di norme contro il dumping salariale (le cosiddette “misure accompagnatorie” alla libera circolazione) assai lacunoso e insufficiente a tutelare i lavoratori.


È dunque su altri fronti che si dovrebbe intervenire: investimenti nella scuola e nella formazione per poter disporre di manodopera del posto, misure d’integrazione delle donne e dei lavoratori ultracinquantenni nel mondo del lavoro, riforme fiscali che tengano lontane quelle aziende straniere che s’insediano in Svizzera senza essere disposte a pagare salari svizzeri. E soprattutto un pacchetto di misure efficaci per combattere il dumping: contratti collettivi degni di questo nome, minimi salariali, rafforzamento dei controlli, sanzioni più severe eccetera. Il Consiglio federale propone addirittura di andare nella direzione opposta: in caso di penuria di personale qualificato, i controlli dei salari e delle condizioni di lavoro verrebbero eliminati.


Uniche note positive: non c’è la volontà di reintrodurre statuti discriminatori come fu quello dello stagionale e il diritto al ricongiungimento famigliare «non è in discussione», ha assicurato Sommaruga.

Pubblicato il 

12.02.15
 
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