Improvvisamente ci stiamo accorgendo che c’è stata l’immigrazione italiana in Svizzera. In questi mesi in molti modi diversi si cerca di capire un fenomeno che fra la fine della guerra e la metà degli anni ’70 ha portato nella Confederazione dall’Italia oltre 4 milioni di lavoratrici e lavoratori. Già abbiamo parlato (cfr. area n. 51-52 del 19 dicembre 2003) del libro “Das Jahrhundert der Italiener in der Schweiz”, mentre altre iniziative editoriali analoghe sono imminenti o hanno già visto la luce. Nelle scorse settimane poi a Zurigo è stata inaugurata un’interessante mostra fotografica, «Il lungo addio» (ne parliamo a pag. 6 e 7). Infine, anche il cinema e il teatro stanno riscoprendo questo tema. Per l’Italia parlare dell’emigrazione non tanto subita, quanto caldamente sostenuta verso la Svizzera e il nord Europa significa riconoscere di aver costretto all’esilio oltre 20 milioni di persone per uno sviluppo economico perennemente mancato. Per la Svizzera invece riaprire oggi quelle pagine vuol dire riconoscersi spietata e cinica sfruttatrice di lavoratrici e lavoratori che per decenni sono stati considerati solo braccia, non uomini. Si tratta di fare i conti con la propria coscienza. E di guardare onestamente negli occhi quel concittadino di oggi che non molto tempo fa era malamente tollerato, possibilmente ignorato e spesso disprezzato. Se oggi la presenza di una importante comunità italiana in Svizzera è un dato di fatto acquisito e ben accettato, meno di 30 anni fa il clima era ben diverso. E non è necessario tirare in ballo le iniziative popolari xenofobe, che erano semmai espressioni rozze e populiste di una strategia quasi scientifica. Basta infatti ricordare che quando gli strateghi della nostra economia volevano garantire il pieno impiego rispedendo a casa qualche migliaio di lavoratori italiani parlavano con raro cinismo di «ammortizzatori congiunturali». Per tacere del complesso sistema di permessi spesso precari e di controlli umilianti, che teneva gli immigrati sempre sulle spine. E se 600 mila stranieri sono stati schedati dalla polizia politica federale significa che c’era un chiaro disegno per mantenerli estranei al tessuto sociale svizzero. Ora che un pezzo di storia s’è concluso e che le ferite si stanno rimarginando queste cose finalmente si possono dire. Così come racconti, fatti, fotografie riemergono dall’oblio: di un’intera generazione di immigrati italiani in Svizzera, la prima, si scopre finalmente il volto. Tutto questo serve per abbozzare una necessaria riconciliazione. Ma rischia di rimanere un esercizio un po’ sterile se da questa storia non sapremo trarre alcune lezioni importanti. In primo luogo su come impostare le politiche migratorie nell’Europa del 21° secolo. Ma né l’Italia (per come tratta gli immigrati extracomunitari), né la Svizzera (come dimostra la nuova legge sugli stranieri) sembrano averne fatto tesoro.

Pubblicato il 

12.03.04

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