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L’Italia che si occupa di agibilità politica

di

Loris Campetti

Secondo il governo presieduto da Enrico Letta e sostenuto, si fa per dire, da Pdl, Pd e dai centristi, nella crisi italiana si comincia a vedere un po’ di luce in fondo al tunnel. Prendendo in esame i dati reali si ha l’impressione che quella luce sia prodotta da un treno scagliato ad alta velocità contro gli italiani.


La disoccupazione è ai massimi storici ed è crescente, e i 3 milioni di inoccupati rappresentano solo la punta dell’iceberg della crisi, con più di un terzo dei giovani privi di lavoro e di tutele. E quando lavorano lo fanno in condizioni extra-costituzionali, in un crescendo di precarietà. Le imprese che hanno in corso procedimenti di fallimento sono 126.000, con un aumento del 6% sullo scorso anno, e le aziende storiche che hanno già chiuso sono 9.000, con aumenti che arrivano al 30 e addirittura al 50%, passando dalla Lombardia alla Calabria e dal Piemonte alla Toscana. L’aumento dell’evasione contributiva è del 117%, mentre per il 40% delle imprese analizzate è stato riscontrato un abuso delle tipologie di flessibilità del lavoro. I consumi interni continuano a ridursi pericolosamente.


Ma non è di questo che discute e litiga la politica. E neppure dei nuovi venti di guerra che a partire dagli Usa e dalle vecchie potenze coloniali europee soffiano sulla polveriera mediorientale. In Italia ci si scontra sulla “agibilità politica” di Silvio Berlusconi, condannato in tutti i gradi di giudizio e che in qualunque Stato di diritto sarebbe già fuori mercato e dentro un carcere, privato del passaporto e dei diritti politici. Il Cavaliere di Arcore, a cui inopinatamente è stato nuovamente lanciato un salvagente dai partiti che dovrebbero essergli alternativi, tiene sotto ricatto il Parlamento e incalza un Quirinale sensibilissimo al rischio di un’apertura di crisi politica: o mi salvate, dice, o addio governo delle “larghe intese”. Ricatto a cui se ne aggiunge un altro: o viene abolita per tutti, miliardari e latifondisti in testa, la tassa sulla prima casa, oppure tutti a casa, anzi alle urne.

 

Il Pd, reduce dalla peggiore performance della sua storia con l’implosione che ha accompagnato la rielezione al colle più alto di Napolitano, si divide sul che fare, in vista di un congresso e di primarie che in molti cercano di rinviare. Lo scontro tra i governisti lettiani e l’astro nascente e ormai un po’ appassito Renzi, vede in campo, armati, vecchi e nuovi elementi della reazione mai riuscita tra le eredità del Pci e della Dc. E nessuno si occupa di ciò che andrebbe fatto subito: cancellare il porcellum con una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini il diritto di scelta.

 

Al punto che un gruppo di giuristi, intellettuali, sindacalisti, operatori sociali sta lanciando un appuntamento nazionale per l’8 settembre, data simbolica, per rimettere insieme le forze della società civile non più disposte a subire uno dei più pericolosi attacchi alla democrazia, ai diritti e al lavoro nell’era repubblicana. Solo per fare alcuni nomi, Rodotà, Landini, Zagrebelsky, Strada…

Pubblicato

Lunedì 2 Settembre 2013

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