Sono trascorsi sessant’anni da quando, il 27 gennaio 1945, i soldati dell’esercito sovietico sono entrati nel campo di sterminio di Auschwitz ed hanno rivelato al mondo l’orrore della macchina di sterminio messa a punto dal regime nazista per eliminare spietatamente e con freddezza industriale milioni di ebrei, assieme a zingari, omosessuali e altre minoranze. Il 27 gennaio è il giorno della memoria ed è essenziale ricordare l’orrore del genocidio messo in opera dai nazisti. Ma non è sufficiente. La shoah è avvenuta sessant’anni fa, ma il pregiudizio razziale e le discriminazioni che ne furono all’origine le sopravvivono. Quel passato è quindi anche un monito a tener desta l’attenzione, anche perché assieme al razzismo sopravvive anche la debolezza di chi tace, tollera o asseconda. Giova quindi ricordare un pagina della nostra storia di cui non si può andar fieri: la politica nei confronti degli ebrei che tentavano di fuggire dal genocidio nazista. Le autorità elvetiche distinguevano due tipi di profughi: quelli politici da una parte e dall’altra tutti gli altri. L’attribuzione dello statuto di profugo politico era amministrata con molta parsimonia e con criteri assai rigidi, in particolare erano considerati indesiderabili i comunisti. Tra il 1933 e il 1945 furono accolti solo 644 rifugiati politici. Tutti gli altri profughi erano considerati semplicemente degli stranieri e sottostavano all’autorità dei cantoni ma sotto la vigilanza del Dipartimento federale di giustizia e polizia, cui era riservata l’approvazione dei permessi di dimora. Di fatto pochi ricevevano il permesso di restare in Svizzera. Alla fine del 1937 permanevano in svizzera solo 5 mila profughi. Dopo il 1937, con l’inasprirsi dell’antisemitismo in Germania, il flusso di profughi aumentò e la Svizzera intensificò i controlli alle frontiere. Il 18 agosto 1938 la Confederazione decise di respingere alla frontiera tutti i profughi privi di visto e il 4 ottobre impose l’obbligo del visto a tutti i cittadini tedeschi “non ariani”. Per distinguere gli ebrei dagli altri cittadini tedeschi, le autorità tedesche, in accordo con quelle svizzere, apposero sul passaporto degli ebrei la lettera “J”, abbreviazione di Jude, cioè ebreo, non ritenendo che le persecuzioni razziali fossero motivo valido per accogliere profughi. Lo scoppio della guerra rese la situazione degli ebrei insostenibile, ma le maglie alle frontiere non si allentarono se non per opera di singoli funzionari come il sangallese Paul Grüninger, che fece passare centinaia di ebrei contravvenendo alle disposizioni federali. Nell’agosto del 1942 le frontiere vennero chiuse. Solo verso la fine del 1943 le pratiche restrittive nei confronti dei profughi ebrei cominciarono ad allentarsi.

Pubblicato il 

04.02.05

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