Non sarà più come prima, si continua a ripetere. È lecito l’interrogativo sul come si intenda il prima e su come si pensi il dopo. O il sospetto che tutti cambi affinché niente cambi.

 

Partiamo da un caso concreto, forse più illuminante di un discorso teorico. BlackRock è la più grande società di investimento nel mondo. Gestisce un patrimonio che supera i 7mila miliardi di dollari, di cui un terzo in Europa  (è l’equivalente del prodotto interno lordo di Germania, Francia, Italia assieme o è diecimila volte quello svizzero). Da Nuova York opera in cento paesi del mondo, tanto da essere definita “la più grande banca ombra del mondo, simile al wifi, invisibile eppur presente”. Presente sulla piazza finanziaria di Zurigo, come su quella di Milano. Quando è stata fondata (1999) il suo titolo era quotato 14 dollari. Oggi è rivalutato del 3.500 per cento. A chilometri di distanza dall’indice S&P 500 (il famoso indice che segue l’andamento azionario delle 500  maggiori aziende produttrici statunitensi) che  si è “solo” raddoppiato nello stesso periodo di tempo. Negli scorsi giorni, BlackRock, mentre gli Stati iniettano miliardi per salvarsi dalla depressione, acquista un altro miliardo e mezzo di azioni di altri concorrenti, per dominarli, e dà l’annuncio di una nuova strategia: «Il cambiamento climatico – proclama il suo direttore generale, Larry Fink – induce una trasformazione fondamentale del settore finanziario, ora rafforzata dalla crisi sanitaria». È ora di liberarsi «dagli investimenti non sostenibili» (industrie petrolifere, carbone ecc.), perdenti.

Questo esempio è esattamente il prima che non cambia, il dopo da agganciare affinché non cambi niente. Il prima è lo stesso potere e metodo finanziario, speculativo, che ci reggono. Emerge dalla differenza parossistica tra “valori” finanziari ed economia reale, tra i Pil dei paesi e l’accumulo dei fondi speculativi. Con tutte le diseguaglianze e concentrazioni  di potere e ricchezza che conosciamo. Il dopo è dato da costrizioni “esterne” ineludibili (clima, virus) su cui buttarsi, per continuare a succhiare profitto. Paradossalmente, quest’ultimo è l’unico mutamento che può avere un briciolo di positività, con la finanza che si finge amica del clima o della salute.

 

Quel caso esemplare non è unico, si iscrive, conseguenza di un sistema ritenuto immutabile, in una tendenza universale. Qui sta il problema. Oggi più che prima. Non ci si può non accorgere, anche con poca attrezzatura economica-finanziaria, dell’enorme paradossale divario che corre tra un’economia che uscirà esangue dalla crisi e la sfacciata robustezza dei mercati finanziari. Sembra che il capitalismo finanziario, contrariamente alla medicina o agli Stati che si azzuffano sulle priorità territoriali del futuro vaccino, disponga già di formidabili antivirus. I piani d’urgenza adottati da Stati e Banche centrali creando una quantità illimitata di moneta e distribuendo miliardi, con i tassi di interessi nulli, sembrano dargli stabilità e sicurezze che mancano sempre all’economia reale. Contrariamente alle popolazioni, gli investitori (i finanzieri) hanno la quasi certezza di beneficiare di una sorta di  immunità collettiva grazie alla montagna di liquidità distribuita, che sosterrà i prezzi dei loro attivi finanziari (esattamente com’è avvenuto con la crisi del 2008). Come ha detto ironicamente un economista, premio Nobel, «la priorità non è mai quella di soccorrere la vedova e l’orfano, ma di fare in modo che i mercati finanziari incassino ogni choc, continuino a funzionare, con distorsioni evidenti; non bisogna mai dimenticare che siamo in un mondo capitalista, le cui principali istituzioni sono innanzitutto al servizio del mantenimento del sistema».

Pubblicato il 

22.05.20..
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