È un viaggio attraverso i molteplici volti della globalizzazione, come recita il suo sottotitolo, quello che propone da domani la quarta Biennale dell’immagine di Chiasso. Prevalentemente dedicata alla fotografia, la Biennale pone al centro dell’attenzione quest’anno nelle 5 sedi espositive un concetto fra i più discussi e fra i meno chiari e definiti: la globalizzazione è qui vista sia nel suo divenire planetario che nelle sue ripercussioni locali, nella Chiasso dei richiedenti l’asilo (cfr. il riquadrato). Pezzo forte della rassegna è la mostra “Storie della globalizzazione”, ideata, curata e coordinata dal celebre fotografo svizzero Daniel Schwartz su mandato della Divisione per lo sviluppo e la cooperazione del Dipartimento federale degli esteri. La mostra, allestita nella ex fabbrica Calida, propone 241 fotografie realizzate da dieci fotografi in altrettanti reportages sulle tracce della globalizzazione nel mondo intero ed è accompagnata da un esauriente libro. I fotografi sono gli svizzeri Andreas Seibert (che ha fotografato l’urbanizzazione in Cina) e Thomas Kern (conseguenze dell’11 settembre negli Usa), la spagnola Cristina Nunez (tutte le sfaccettature dell’industria della moda in Italia), il belga Stephan Vanfleteren (nuova povertà in Belgio), Shehzad Noorani del Bangladesh (infanzia negata in India e Nepal), il bosniaco Ziyo Gafic (la pulizia etnica nella ex Jugoslavia), gli inglesi Tim Hetherington (ex bambini soldato in Africa) e Philip Jones Griffiths (l’apertura economica del Vietnam), l’olandese Bertien van Manen (immigrati nelle città satellite di Parigi) e il nigeriano Akinbode Akinbiyi (diffusione delle religioni primitive africane). Dell’approccio fotografico al soggetto della globalizzazione parla in questa intervista il curatore della mostra Daniel Schwartz. Daniel Schwartz, nel corso della realizzazione del progetto “Storie della globalizzazione” non si è mai detto che in fondo è impossibile fotografare la globalizzazione? Considero la globalizzazione non come qualcosa di statico e immutabile, ma come qualcosa che è in perenne evoluzione. Del resto non è neppure un concetto tipicamente moderno: possiamo ritrovarla già nel 13° secolo se non prima. Non si possono quindi mostrare i risultati della globalizzazione, trattandosi di un processo che è sempre in divenire, ma se ne possono osservare le tendenze generali: per la moderna globalizzazione si tratta ad esempio delle migrazioni, della crescente inurbazione, dello sfilacciamento delle strutture sociali e così via. Come ha scelto i fotografi da coinvolgere nel progetto? Mi sono chiesto innanzitutto dove potessi trovare nel mondo l’espressione di questi trend, stando attento a distribuire in maniera equilibrata i diversi reportage sulle varie regioni del mondo. In particolare 5 delle dieci storie dovevano provenire dal cosiddetto nord e altrettante dal cosiddetto sud del mondo. Inoltre volevo che si sovvertisse qualche luogo comune sul processo di globalizzazione, ad esempio che sia un vantaggio per il nord e uno svantaggio per il sud: ci sono storie, come quella sugli emarginati in Belgio di Stephan Vanfleteren, che dimostrano che tanto il nord quanto il sud subiscono, con modalità forse diverse, gli effetti di questo processo. In questo senso, scomparso il blocco comunista, il primo mondo, cioè la parte benestante dell’Occidente, finisce col contrapporsi ad un vasto blocco costituito dal ben noto terzo mondo ma anche dal quarto mondo, la parte cioè degli emarginati nei paesi più ricchi. Accanto a reportage più classici nei contenuti sulla lotta per la sopravvivenza ad esempio in Africa o in India l’esposizione ne doveva dunque proporre altri più inattesi. Questa scelta iniziale mi ha quindi portato assai naturalmente verso i fotografi, alcuni dei quali li conoscevo già personalmente mentre di altri mi era noto il lavoro. Diciamo che sono state le storie a decidere quali sarebbero stati i fotografi che le avrebbero realizzate. Una volta deciso che uno dei reportage sarebbe stato sul Vietnam, non ho avuto dubbi nel chiedere a Philip Jones Griffiths, che quel paese lo fotografa ormai da oltre 30 anni. Una volta assegnato il tema i fotografi erano poi liberi nella realizzazione o c’erano ancora altri vincoli? Con i fotografi c’è stato uno scambio continuo di opinioni con me e con l’editore. Con alcuni di loro il tema inizialmente assegnato è anche stato adattato o modificato in corso d’opera. Avevo però chiesto loro di portarmi alla fine una scelta di circa 40 fotografie ognuno, e di sceglierne 25 di queste in una successione definita per raccontare secondo loro la storia che gli era stata affidata. I fotografi hanno quindi proposto una scelta delle loro immagini sulla quale ci siamo confrontati con tutte le persone coinvolte nel progetto, apportando qualche volta delle leggere modifiche tematiche rispetto alla scelta iniziale. Lei è fotografo: non è mai stato tentato dall’idea di realizzare lei stesso uno dei reportage? No. Il direttore della Direzione per lo sviluppo e la cooperazione del Dipartimento federale degli esteri Walter Fust mi aveva inizialmente suggerito di realizzarne uno. Ma ho preferito rinunciarvi per una questione di chiarezza: siccome il mio compito nel progetto non è solo di coordinamento, ma anche di concezione e di scelta, ho preferito che i ruoli fossero ben chiari, per rispetto della fiducia accordatami dalla Dsce, dalla casa editrice e dai fotografi coinvolti. Come sono nati l’architettura e l’allestimento dell’esposizione? Siamo partiti conoscendo tre degli spazi in Svizzera in cui la mostra sarebbe stata certamente proposta. Non erano luoghi espositivi classici, ma locali molto ampi. C’erano poi i limiti del budget da rispettare: l’allestimento non poteva essere molto dispendioso. Ho discusso quindi con l’architetto, indicandogli i limiti e il desiderio che l’allestimento richiamasse in qualche modo l’idea di flusso, di correnti che, sotto forma di denaro, persone, merci o idee, caratterizza l’attuale processo di globalizzazione. L’architetto mi ha poi presentato un modello in cui ogni fotografia era montata su dei pulpiti poggiati a terra e isolati l’uno dall’altro, così che fra un pulpito e l’altro ci si potesse spostare liberamente, scegliendo se si vuole seguire il percorso indicato dalle dieci storie o se si vuole percorrere un’altra strada. Questa idea mi ha convinto subito. Da un lato perché con la sua struttura molto geometrica richiama i codici a barre di cui ormai è pieno il mondo, dall’altro perché tematizza in maniera direttamente percepibile la solitudine nella moltitudine che caratterizza il mondo odierno: questa è un’esperienza che il visitatore della mostra fa con molta evidenza, chinandosi da solo su ogni singola immagine e ritrovandosi così completamente isolato all’interno dello spazio espositivo. Questo allestimento permette d’altro canto ad ognuno di costruirsi il suo percorso, di fare liberamente le associazioni che più lo stimolano, uscendo dal flusso principale o rientrandovi quando crede, e anche questa è una caratteristica spiccata della globalizzazione. Per questa trasposizione nello spazio espositivo dell’idea di globalizzazione dico che l’allestimento è in realtà l’undicesima storia che viene raccontata. Ritiene che nella fotografia contemporanea ci sia un’estetica della globalizzazione? No, ci sono certo dei tentativi di uniformare le persone e le loro visioni del mondo, ma credo che siano più pertinenti alla moda. Certo sommandosi giorno dopo giorno le visioni ad esempio delle odierne periferie delle grosse metropoli si finisce per farsi condizionare da delle immagini ricorrenti se non per estetizzare determinati clichés. Ma credo che parlare di estetica della globalizzazione sia una semplificazione eccessiva, una formula troppo riduttiva, e questo lo dimostrano proprio i fotografi dell’esposizione. Anche se va riconosciuto che pure loro si muovono e lavorano nel quadro generale della globalizzazione, e certamente in qualche misura ne sono influenzati. Ma non direi uniformati. C'è pure l'immigrazione italiana C’è anche la bella mostra “Il lungo addio” dedicata alla storia dell’immigrazione italiana in Svizzera dal dopoguerra ad oggi nel ricco programma della quarta Biennale dell’immagine di Chiasso. Curata da Dieter Bachmann e proposta negli spazi della fabbrica ex Calida, la mostra propone le fotografie di 40 autori fra i quali Werner Bischof, Rob Gnant, Uliano Lucas, Giancolombo e Gianni Berengo Gardin. Il nostro settimanale ha presentato diffusamente “Il lungo addio” in occasione della sua tappa zurighese (cfr. area n. 11 del 12 marzo 2004, anche nel nostro archivio internet www.area7.ch). Sempre alla ex Calida, oltre all’evento “Storie della globalizzazione” (cfr. articolo principale), c’è un interessante progetto completamente chiassese: “Tutto sotto controllo – Indizi d’umanità”, che investiga il tema dell’identificazione attraverso una riflessione sulle procedure e tecniche per misurare e controllare gli individui. Vi sono proposti lavori dei fotografi Marco Beltrametti (tracce lasciate da chi cerca l’asilo in Svizzera), Sandro Grandinetti (oggetti d’uso quotidiano dei chiassesi), un video di Cristina Galbiati e Mohammed Soudani su un progetto d’integrazione e materiale proveniente dall’archivio della polizia cantonale. Fra le altre esposizioni proposte dalla Biennale 2004 segnaliamo: Stefania Beretta alla Galleria Cons Arc (“Indiarasoterra”: il rapporto degli indiani con terra e acqua), Georg Aerni allo Spazio Arcadia (“Slop & Houses”: fotografie d’architettura ad Hong Kong) e Reto Albertalli al Museo Vela di Ligornetto (Ostenda e Bamako: fotoreportage di un matrimonio africano e conseguenze di un disastro ambientale). La Biennale dell’immagine di Chiasso si apre domani con una visita a tutte le mostre (ritrovo alla ex Calida alle 15.30, dove alle 18.30 è prevista l’inaugurazione ufficiale). Lo spazio espositivo della Fabbrica ex Calida sarà poi aperto dal mercoledì al venerdì dalle 16.30 alle 19.30 e il sabato e la domenica dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19.30. La Biennale durerà fino al 21 novembre. Informazioni al sito www.biennaleimmagine.ch.

Pubblicato il 

15.10.04

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