In un film di Buñuel degli anni ’70 c’è una scena paradigmatica: delle persone si trovano riunite in una toilette e lì, senza imbarazzo alcuno, si dedicano alle attività che normalmente vengono esplicate in tali locali. Ogni tanto però qualcuno si alza, chiede gentilmente scusa per doversi assentare un momento, e si porta in cucina a mangiare qualcosa; chiude la porta dietro di sé perché si vergogna un po’ di questo atto privato che d’altra parte è necessario per la sopravvivenza. Mangia in fretta, si lava le mani e poi torna nella toilette con gli altri. Oggi il mondo del lavoro salariato è sottoposto al medesimo processo di rimozione. È diventata senso comune una concezione negativa del momento del produrre: si è cittadini in quanto si consuma. I consumatori sono corteggiati dalla pubblicità, si fanno sentire, si organizzano, hanno i loro giornali combattivi. Lavorare per guadagnarsi lo stipendio sembra invece una cosa poco interessante o perlomeno materia non degna di venir presa in considerazione dalla sociologia corrente. Il lavoro salariato e la cultura di cui è portatore sarebbero (sono tutte citazioni dai giornali degli ultimi mesi) qualcosa di vecchio, arcaico, non moderno, obsoleto, una zavorra frenante [per l’economia], incrostato [di troppi diritti], poco adattabile [alla domanda dei consumatori], mancante di elasticità, poco attraente [per i capitali], da riformare (quando i governi parlano di riforme intendono soprattutto questa). Perché? Tra il lavoro salariato e la Storia si è inserito il cosiddetto pensiero debole. Gianni Vattimo non si offenda per questa definizione, come dire?, poco canonica: il pensiero debole è la persuasione che non si può mutare il corso della storia, che non ci sono cose da cambiare, ci si può soltanto adattare all’esistente. Insomma, i sostantivi sono dati; possiamo intervenire solo sugli aggettivi. Dunque l’economia di mercato non si discute: va resa solo un po’ sociale. Il capitalismo? Scegliamo quello meno selvaggio. Il profitto? Ragionevole! Lo sviluppo? Sostenibile! Il consumo? Intelligente! Il motore a benzina? Ecocompatibile! Il commercio? Equo! Vendere e comprare? Diversamente! La banca? Etica! Gli investimenti? Solidali! L’informazione che coincide ormai con la pubblicità? Si doti di un codice deontologico! La guerra? Contro i cattivi! E il salario? Che diventi una variabile dipendente dagli altri fattori dell’economia! La settimana scorsa la maggioranza dei cittadini svizzeri, approvando la riduzione delle indennità ai disoccupati, ha mostrato di attribuire più importanza al risparmio e al controllo dell’inflazione (ossia ai prezzi bassi) che ai salari. Si sono percepiti più come consumatori che come produttori. Poi, quando si sarà contribuito democraticamente a mantenere basso il costo del lavoro, a quel punto i prezzi, che non vengono stabiliti dai cittadini ma dai proprietari delle imprese, potranno aumentare liberamente. E ci troveremo con i salari bassi e i prezzi alti: il pensiero forte dei padroni.

Pubblicato il 

29.11.02

Edizione cartacea

Rubrica

 
Nessun articolo correlato