«Il peggio è passato», hanno detto venerdì scorso a Zurigo i boss dell'economia svizzera riuniti in assemblea. Gerold Bührer, il presidente dell'ultralibrista Economiesuisse, ha aggiunto che «non siamo più sull'orlo dell'abisso, ma non torneremo nemmeno presto ai livelli elevati di prima». Quattro giorni dopo la Georg Fischer, per la quale Bühler siede nel consiglio d'amministrazione, ha annunciato 281 licenziamenti alla Agie Charmilles, di cui 74 in Ticino. L'ennesimo dramma in questa crisi che non vuole smettere mai e che ci farà toccare livelli record di disoccupazione nel 2010.
Alla stessa riunione Peter Brabeck, boss di Nestlé, ha invitato a non porre limiti ai bonus dei manager. Cioè allo stipendio suo e dei compari suoi. Applausi in sala. E questo dopo che il padronato ha respinto le richieste sindacali di contenuti aumenti degli stipendi. Come dire: se l'economia ricomincia a girare, devono essere i soliti a beneficiarne, quelli che la crisi l'hanno creata e non intendono pagarla. A pagarla devono essere tutti gli altri. A cominciare dai salariati.
Alla riunione di venerdì c'era anche il consiglire federale Hans-Rudolf Merz. Lui è un uomo dell'economia: se il capitale chiama, Merz risponde. In politica invece non ha ancora capito bene che ci fa. Se non rappresentare gli interessi del capitale, appunto. Gheddafi a modo suo ha provato a spiegargli che uno Stato non si presiede come un consiglio d'amministrazione. Ma Merz è convinto del contrario. E ai boss dell'economia ha detto che se ora lo Stato finanziariamente sta bene, è perché in Svizzera non si sono prese delle vere misure congiunturali. Ci si può chiedere a cosa serva uno Stato sano in tempo di crisi se non aiuta i cittadini in difficoltà. La risposta l'ha data lo stesso Merz elencando ai suoi amici una serie di regali fiscali che sta per fargli. Come fossero dividendi. Standing ovation.
Un anno fa, il 15 settembre 2008, la Lehmann Brothers fece bancarotta. Era la fase più drammatica del tracollo del sistema finanziario internazionale. Oggi l'intera economia reale sta ancora pagando quel collasso. Eppure di aumenti salariali a sostegno del mercato interno non si discute. E neppure di rilancio dell'economia attraverso una riconversione ecologica. Padronato e classe politica sono sordi alle esigenze di chi il pane se lo guadagna con il lavoro. E allora glielo si deve gridare, che della loro crisi siamo stufi. Ma perché ci sentano, si dovrà essere in tanti il 19 settembre a Berna a gridarglielo.

Pubblicato il 

11.09.09

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