L'editoriale

Un po’ di elemosina, un po’ di disinformazione e qualche gioco di equilibrismo ai limiti della legalità e della democrazia. Sono gli strumenti più in voga per cercare di far digerire ai cittadini delle grandi fregature nell’ambito delle politiche fiscali: succede in Ticino con la revisione della legge tributaria in votazione il 29 aprile, e succede nella Berna federale per cercare di far rientrare dalla finestra i regali alle grandi aziende che il popolo svizzero ha rifiutato solo un anno fa.


“Esemplare” è quanto sta andando in scena in Ticino: il tentativo, attraverso dichiarazioni dal tono ricattatorio e “spiegazioni ufficiali” non oggettive da parte del Consiglio di Stato, di trarre in inganno il cittadino su quella che è la vera posta in gioco. A dire del governo, il popolo non sarebbe chiamato a decidere solo sui soliti regali fiscali ai ricchi e alle grandi aziende, ma anche su misure di «sostegno concreto» alle famiglie che favorirebbero «un’ottima conciliabilità tra impegni familiari e attività lavorativa», si legge nell’opuscolo “informativo” destinato alla popolazione, in riferimento al pacchetto di misure in ambito sociale che il Gran Consiglio ha sì approvato insieme all’intervento fiscale, ma in modo formalmente disgiunto. Da un punto di vista giuridico questo significa che oggetto della votazione non è una riforma “fiscale e sociale”, ma una riforma “fiscale” e basta. E dunque non è vero che se il popolo voterà no alla riforma della Legge tributaria, le misure sociali (peraltro misere) cadranno automaticamente: certo il governo potrà rinunciarvi per decisione politica ma non perché «non potranno essere messe in vigore», come afferma.


Siamo insomma di fronte ad un’opera di disinformazione e di ricatto da parte del Consiglio di Stato, che in questo esercizio gode purtroppo anche della complicità della destra del Partito socialista (con in testa il Consigliere di Stato Bertoli) e del sindacato Vpod. Secondo costoro non vi sarebbe insomma nulla di male nel barattare il benessere sociale e individuale dei cittadini (cui dovrebbero servire le politiche sociali) con regali fiscali a milionari e grosse imprese, che tra l’altro significherebbe anche svuotare le casse dello Stato e creare le premesse per operare in futuro ulteriori tagli, proprio nel sociale e nei servizi pubblici (come succede d’abitudine). Il fatto che anche settori della cosiddetta “sinistra” si prestino a questi giochi fa male, ma non sorprende e dà un’idea del perché i lavoratori ormai votino altrove. Ma questo è un altro discorso.
Per tornare sul metodo del “patto di paese” (come il Consiglio di Stato chiama la riforma della legge tributaria) adottato in Ticino, che in realtà è un’intesa tra i vertici dei partiti e tra i loro rappresentanti in Governo, val la pena ricordare che anche a livello nazionale si va in questa direzione.   

 

Il “Progetto fiscale 17” appena presentato dal Consiglio federale (una versione “light” della Riforma delle imprese III bocciata dal 60 per cento dei cittadini nel febbraio 2017) prevede pure un po’ di elemosina sociale.La Svizzera pare insomma entrata in una fase in cui la “sensibilità sociale” emerge soltanto quando si tratta di elargire regali fiscali per usarla come merce di scambio. Basti pensare ad alcune decisioni prese solo recentemente dal Parlamento o dal Governo che vanno in direzione esattamente opposta alla soddisfazione dei bisogni sociali reali: tagli alle prestazioni complementari (a danno delle fasce più povere della popolazione), via libera allo spionaggio di invalidi, malati e pensionati da parte delle assicurazioni, nessun intervento per combattere la discriminazione salariale delle donne, adattamento automatico delle franchigie dell’assicurazione malattia all’aumento dei costi della salute (decisione governativa di pochi giorni fa). E all’orizzonte: un’ennesima riforma dell’Avs a senso unico e nuovi tagli sulle spalle degli invalidi.

Pubblicato il 

29.03.18..
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