L’errore più grossolano che si può compiere quando si parla di skinhead è quello di confondere la frangia di skin apolitici, dichiaratamente e orgogliosamente proletari, legati alla loro terra ma privi di spinte razziste o xenofobe, e gli skin di destra, nati da una costola dei primi. L’errore in genere proviene da una superficiale valutazione del loro look (teste rasate, anfibi, pantaloni attillati con risvolti, tatuaggi) e della musica che ascoltano, un genere tra il punk e il core, veloce, duro, arrabbiatissimo: l’oi! Ad un attento osservatore non sfuggirà che fra il vestiario degli skinhead tradizionali, legati cioè a quel movimento nato sul finire degli anni Settanta in Inghilterra sulle ceneri del punk, non circolano infatti simboli che inneggiano alla razza bianca o che rinviano al nazismo (la croce celtica, la runa othala e una serie di codici cifrati fra i quali 88 significa Heil Hitler, 28 sta per Blood and Honour, una fra le maggiori organizzazioni internazionali di naziskin, 18 per Adolf Hitler e 100% che rinvia alla supremazia bianca). Parallelamente una spia permette di riconoscere la musica oi! legata agli ambienti tradizionalmente skinhead e l’oi! di destra: i testi. Nella maggior parte dei casi sono infatti le parole a fare da spartiacque fra il genere musicale che più identifica gli skinhead e quella che in Inghilterra viene chiamata white power music, o rac (acronimo di rock against communism), musica apertamente razzista di cui l’oi! degli skin di destra è un sottogenere. «Consumano aglio e vengono in Germania / sanno solo sporcare / bisogna ammazzarli, semplicemente ucciderli / chiudeteli in prigione […] sterminate la loro razza / se nel tuo giardino c’è una grande quercia / allora voglio che un turco penzoli da un suo ramo»: così cantano i tedeschi Endsieg in una loro canzone. Che l’odio sia insito nella musica di molti gruppi oi! di naziskin è evidente sin dai nomi di alcune fra le band più seguite: Angry Aryans, Brutal Attack, No Remorse, Aggravated Assault, Extreme Hatred o addirittura Endstufe (cioè “Soluzione finale” con riferimento all’Olocausto) o Zyclon B (nome del gas utilizzato nei campi di sterminio). Gruppi che, se di base suonano un oi! viscerale e pesante, spesso sconfinano in quello che viene chiamato hate core, un genere decisamente brutale e rabbioso. Portabandiera di questo genere di musica negli ambienti della destra più estrema sono senza dubbio i naziskin americani, e quelli dell’Europa più settentrionale dove la grande maggioranza delle band si caratterizza per i suoni rocciosi, la potenza dei decibel e per un modo di cantare spesso roco ed esasperato. In Germania o più a Nord, in Svezia, nei paesi dell’Est così come in Svizzera (dove la scena naziskin è tutt’altro che assente: una fra le band più accreditate, gli Indiziert, ha da poco pubblicato un album tutto furore elvetico) la scena musicale degli skin di destra è praticamente monocroma, fatta di cavalcate esplosive e urla, il tutto da innaffiare abbondantemente con birra e “pogo”, una danza di massa dove ci si spintona a vicenda pestando duro al suolo con le Dc Martens, cioè le scarpe di cuoio nero calzate da questo esercito inferocito. Più a sud (fatta salva la Grecia che si tinge di sonorità black e death metal) invece la musica degli skin di destra non si limita alle sonorità granitiche e ai ritmi incalzanti così come non utilizza unicamente toni xenofobi e violenti. In Italia il panorama della musica identitaria è ampio e variegato. Accanto a gruppi come i Gesta Bellica, gli Hobbit, gli Aurora che propongono un oi! forte, caratterizzato da parole incisive e taglienti, i Londinium Spqr (ora scioltisi) duri, con testi gonfi di idee e di rabbia, gli ZetaZeroAlfa, che mescolano hard core, ska, metal o i Dente di Lupo esponenti di un rac potente, grezzo e crudo, ecco Massimo Morsello, cantautore fascista ora deceduto, con alle spalle una storia di militanza in gruppi armati neofascisti e poi fondatore e leader di Forza Nuova. Chitarra, voce e compostezza sono gli elementi che lo caratterizzano. I testi di Morsello non contengono materiale esplicitamente razzista, ma procedono per metafore, immagini di un idillio fascista, l’amore per la lotta, risolutezza e fierezza. Come Morsello, chiamato anche “il De Gregori nero”, altri esponenti della musica di destra sono all’opposto del cliché neonazi. Basti ricordare il gruppo-cariatide della scena identitaria italiana, gli Amici del Vento, che propongono testi scevri di rabbia e di odio manifesto. Attivi sin dagli anni Settanta gli Amici del Vento fanno coppia con un altro gruppo storico fondamentale, la Compagnia dell’Anello: entrambe le formazioni utilizzano uno stile cantautorale, melodico, privilegiando le chitarre acustiche e non si rivolgono unicamente agli skin, ma anche a tutti coloro che politicamente o ideologicamente gravitano in zona Alleanza nazionale. In Francia, ma il panorama è vario pure in Spagna, accanto ai Bunker 84 e ai Legion 88 che hanno fatto la storia del rac francese troviamo gli Aion caratterizzati da sonorità elettroniche o il gruppo-faro degli In Memoriam, che fanno rock, oppure il cantautore Michel Sardou, detto “il Battisti francese”, che ha conosciuto anche un successo commerciale. Diversità di generi, dunque per un fermento di innumerevoli gruppi che agisce sottobanco, lontano dai circuiti commerciali, che si produce molto spesso live (concerti, raduni, feste) e che travalica le frontiere grazie a internet. Lungi dall’essere realmente un’organizzazione internazionale con dei progetti concreti – e questo malgrado l’esistenza di gruppi neonazisti come gli Hammerskin o i B&H, presenti un po’ ovunque in Europa e negli Stati Uniti – il popolo degli skinhead nazionalisti è riuscito a fare della musica il principale veicolo di aggregazione. Pur appartenenti a nazioni e a gruppi diversi i naziskin si uniscono attraverso le sonorità di formazioni come gli storici Screwdriver, i The Crack, i Combat 84 (per restare in Inghilterra), quelle dei contemporanei come i Blue Eyed Devils, i Rahowa, i Nordic Thunder, i Bound of Glory, ma anche di gruppi provenienti dall’Est europeo come i russi T.N.T o i più famosi Kolovrat, i polacchi Reconkwista o i Battlefield, gli ungheresi Archivium o i Buldok della Repubblica Ceca. L’interesse per la musica identitaria spazia negli ambienti degli skin di destra a trecentosessanta gradi, riuscendo a rinsaldare così un’identità oltre i limiti delle culture e della lingua. Messa al bando dalle leggi antirazzismo, l’espressione del pensiero degli skinhead è tutto tranne che sedata. E anzi, traendo la propria forza dall’impossibilità di manifestarsi apertamente esplode ai margini e nelle zone d’ombra del lecito configurandosi come una delle più vitali e prorompenti sottoculture del nostro tempo.

Pubblicato il 

04.02.05

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