Reportage

Chiasso è finita suo malgrado al centro della recente campagna elettorale vinta dalla destra. La città è stata definita “la Lampedusa della Svizzera” dal presidente dell’Udc Marco Chiesa secondo cui la situazione dei richiedenti l’asilo sarebbe “fuori controllo”. Una narrazione, fatta propria anche da alcuni organi di stampa, secondo cui Chiasso sarebbe invasa da un’orda di giovani molesti venuti qui con l’intento di delinquere. Ma è davvero così? Certo, complici anche alcuni rari fatti di cronaca, la convivenza tra una parte della popolazione e gli ospiti dei Centri federali d’asilo (Cfa) si è fatta più tesa. La situazione, però, è ben diversa da quella gridata per il tornaconto elettorale di alcuni politici. A preoccupare sono piuttosto le lacune del sistema di accoglienza. Lacune che alcune cittadine e cittadini chiedono di poter migliorare, per il bene non solo dei migranti, ma di tutta la popolazione.


A prevalere sono le sfumature di grigio: quello dei cancelli, delle reti metalliche, del beton, delle videocamere. Non aiuta certo a colorare l’ambiente lo scivoletto messo lì un po’ per caso, tanto per dare una parvenza ludica ad un luogo dove nessuno porterebbe mai i propri figli a giocare. Il cortile recintato del Cfa adiacente alla stazione di Chiasso non è certo ospitale. Per questo, quest’estate, un gruppo di cittadini ha organizzato qui fuori delle merende con degli intrattenimenti musicali: «L’idea era quella di dare un po’ di svago e spensieratezza a chi abita in questo centro che di fatto sembra più una prigione che un luogo d’accoglienza». Siamo in compagnia di Willy Lubrini, uno dei coordinatori di Mendrisiotto regione aperta, un movimento nato di recente e che presto diventerà un’associazione: «Abbiamo deciso d’interessarci alla situazione dei richiedenti l’asilo, da un lato per smontare la narrazione secondo cui Chiasso è un inferno e, dall’altro, per fare in modo che gli ospiti dei tre Cfa presenti nella regione possano vivere una vita più dignitosa a vantaggio loro e di tutta la cittadinanza».


Fernando Buzzi, un altro membro del movimento, vuole chiarire subito una cosa: «Ci sono stati dei casi gravi, ma per questo vi è il codice penale. Va però sottolineato che la grande maggioranza dei richiedenti l’asilo non pone problemi e che per questo merita una maggiore attenzione».
 
Serve integrazione


Nei tre Cfa del Mendrisiotto sono transitate quest’anno circa 3.000 persone, per una durata media di permanenza di 73 giorni. Attualmente nella regione sono presenti circa 600 persone, di cui 240 ospiti di un altro centro annesso alla stazione di Chiasso. Un centro che chiuderà a fine anno e che è stato pensato come alloggio di emergenza e per essere abitato per pochi giorni. In realtà c’è chi ha vissuto dei mesi all’interno di questo stabile angusto, con le sbarre alle finestre. Willy Lubrini ha lavorato per quasi quarant’anni come infermiere socio-psichiatrico e vede un’affinità tra questi centri e i vecchi manicomi: «Anche qui mancano alcuni diritti fondamentali, come la libertà di movimento e il riconoscimento del concetto di dignità. È una sorta di luogo a sé dove vige un regime burocratico-securitario che crea un disagio che poi noi vediamo negli occhi delle persone».


I membri di Mendrisiotto regione aperta non ci stanno a subire questo modello d’accoglienza securitaria calato dall’alto dalla Segreteria di Stato della migrazione (Sem). Un cambiamento positivo è avvenuto a seguito della visita della consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider: questa settimana dei membri del movimento hanno partecipato a una riunione del gruppo di coordinamento, un’entità di cui fanno parte i rappresentanti di autorità cantonali e comunali. L’obiettivo è quello di portare la voce di quella parte della società civile che chiede d’intervenire non solo in termini di sicurezza, ma anche attraverso iniziative di integrazione e partecipazione.
I richiedenti l’asilo sono obbligati a restare nei Cfa dalle 18 di sera alle 9 del mattino, in condizioni di forte promiscuità e di tensioni tra i vari gruppi etnici. Fino ai 16 anni sono previste delle attività scolastiche che però sono svolte all’intero degli stessi centri ad eccezione di alcune lezioni svolte nelle aule di Mezzana. A rotazione, gli ospiti possono anche svolgere lavori di pubblica utilità per i comuni di Chiasso, Balerna e Novazzano. Ma questo non basta. Di fatto molti asilanti, provati psicologicamente dal loro vissuto, sono costretti a non fare nulla durante le loro giornate. C’è chi però cerca di trovare delle soluzioni: «Abbiamo creato la possibilità che le varie sezioni scout del Ticino possano invitare il sabato un gruppo di giovani richiedenti l’asilo» ci spiega Gianna Riva, studentessa di Balerna e membra Mendrisiotto regione aperta. La ragazza ci esprime il suo sentimento di fronte a questa situazione: «Provo rabbia per come è stata descritta Chiasso e provo vergogna per il fatto che la Svizzera, uno dei paesi più ricchi del mondo, non possa garantire una vita più dignitosa a queste persone».

 

Quello che si chiede è una maggiore flessibilità da parte della Sem. Anche perché le iniziative per favorire l’integrazione dei richiedenti l’asilo sono molteplici. Due esempi. L’Accademia di architettura di Mendrisio si è messa all’opera per proporre spazi più accoglienti per i migranti attraverso un lavoro partecipativo con gli stessi ospiti dei Cfa; nel mese di dicembre i lavori verranno presentati a Chiasso. L’Fc Rancate si era detto disposto a fare allenare alcuni migranti con le sue squadre. Il problema è che gli allenamenti sono alla sera, dopo le 18. Di recente la Sem si è detta aperta a una maggiore flessibilità sugli orari, ma da noi contattata la Segreteria spiega che tesserare dei migranti in una squadra «potrebbe creare false speranze ai richiedenti l’asilo».

Balerna, i migranti e l’oro


Nella zona industriale di Balerna, praticamente in mezzo ai binari, sorge il Cfa Pasture. A fianco si sta ultimando quello che sarà il nuovo centro che dovrebbe entrare in funzione in primavera. È quasi mezzogiorno e alcuni furgoni riportano dei richiedenti l’asilo vestiti di arancione: sono quelli che svolgono lavori di pubblica utilità. Proviamo ad avvicinarci, ma veniamo subito bloccati: un agente di sicurezza ci chiede i documenti e la tessera giornalisti. Gli occhi indiscreti qui non sono ammessi: i Cfa non possono essere visitati da nessuno. «Ragioni di sicurezza per gli stessi richiedenti l’asilo» invoca la Sem. Il dubbio è che non si voglia mostrare una situazione indecorosa, come quella che ci è stata raccontata da alcune persone che in questo centro sono entrate e che, per ovvie ragioni, non possiamo citare.


Al di là di tutto ciò, vi è un ulteriore aspetto che ci fa riflettere. Una sorta di immagine simbolo di un’ipocrisia tutta elvetica che prende forma proprio qui. Dall’altra parte della strada si vedono gli stabilimenti della Valcambi, la più grande raffineria del mondo, un tempo di proprietà di Credit Suisse e oggi nelle mani del gruppo indiano Rajesh. Negli ultimi anni, proprio la Valcambi è finita al centro di alcuni scandali legati all’origine controversa del suo metallo giallo. Oro africano, arrivato qui tramite giri acrobatici volti a disperdere le tracce. Si è parlato ad esempio del Sudan, paese dove proprio a causa dell’oro è scoppiata una guerra. E paese d’arrivo di alcuni ospiti del Cfa adiacente.

“A Chiasso si vive bene”


Il profumo, squisito, potrebbe essere di cibo eritreo. Siamo in via Soldini, considerata “zona difficile”. Qualche settimana fa qui è stato inaugurato il centro di socializzazione Calicantus, voluto dall’Ufficio integrazione della città. Proviamo a inseguire il profumo ed entriamo in un locale dove è in corso un pranzo-riunione. Lucia Ceccato, responsabile della struttura, ci dedica un attimo e ci spiega lo scopo di questo centro: «L’obiettivo è quello di garantire il contatto tra popolazione e istituzioni in un contesto informale dal quale possano emergere i bisogni concreti dei residenti». Un luogo accogliente, che sta già riscuotendo successo. Proprio per questo è difficile immaginare che possa essere anche utilizzato dai richiedenti l’asilo residenti nei centri, le cui necessità sono altre.


La struttura, a ogni modo è un fiore all’occhiello di una città che non ci sta di passare per posto invivibile. Un concetto che ci ribadisce il sindaco, Bruno Arrigoni: «A Chiasso si vive bene, ci impegniamo anche per favorire l’integrazione, e frasi a effetto come quelle che sono state pronunciate da Marco Chiesa per meri scopi elettorali non le posso proprio accettare». Il sindaco è consapevole del problema della presenza dei richiedenti l’asilo: «Seicento persone per una cittadina come la nostra sono molte. Occorrerebbe una maggiore ripartizione sul territorio federale e cantonale per una migliore gestione a vantaggio di tutti».
 
Destinazione Bruxelles


Dopo aver passato il pomeriggio al parchetto con alcuni residenti l’asilo africani (vedi testo a lato) è ora di tornare a casa. In stazione incontriamo Lionel, un cittadino camerunense. L’uomo chiede in francese un’informazione a una guardia di confine la quale risponde in modo alquanto maleducato. Chiediamo spiegazione per questa risposta fuori luogo, ma la cosa finisce lì. Nel frattempo saliamo sul treno con Lionel e ci facciamo raccontare la sua storia: «Sono partito tre settimane fa dal Camerun, ho viaggiato fino in Tunisia, ho attraversato il mare fino a Lampedusa e sono salito verso nord. Voglio andare in Belgio dove abita mio fratello». Nel frattempo arriva la controllora e chiede il biglietto che Lionel, evidentemente non ha: il doganiere maleducato di cui sopra gli ha detto che poteva andare a Zurigo con il documento di espulsione emesso dalle dogane. Non c’è storia, anche in questo caso si sfocia nell’arroganza sostenuta dalla divisa: il tono della controllora si fa aggressivo per cui, dopo la minaccia di farlo scendere dal treno, decidiamo di pagargli il biglietto. Il problema è che Lionel ha un compagno di viaggio che viene fatto scendere a Lugano dove è stata chiamata la polizia. Malgrado il biglietto ora valido Lionel è costretto a scendere. Una volta partito il treno chiediamo spiegazioni all’agente: «Noi adesso facciamo un visto e possono salire sul prossimo treno. La controllora avrebbe potuto agire altrimenti e non farle pagare inutilmente il biglietto». Rientriamo pieni di immagini nella nostra casa riscaldata dal gas che chissà lui da dove arriva. Due giorni dopo riceviamo un messaggio dal Belgio: «Sono Lionel, sono a Bruxelles, grazie per l’aiuto. Ora ho bisogno di riposo».

Pubblicato il 

05.12.23
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