Sebbene i contesti siano radicalmente cambiati, ci troviamo in una fase analoga a quella dell’800: grande innovazione tecnologica – che genera cambiamenti e scombussola l’ordine esistente – e necessità per i governanti di gestirla, per garantire uno sviluppo prospero. La 4° rivoluzione industriale, denominata web 4.0, è in atto, poggia su sistemi che consentono una crescente digitalizzazione e robotizzazione delle attività.

 

La questione su cui si confrontano gli studiosi è sapere con quale velocità si diffonderà web 4.0 e quale impatto avrà sul lavoro. Basti pensare che lo smartphone, in meno di 10 anni, si è imposto e ha modificato i nostri comportamenti, per rendersi conto di come il processo possa essere travolgente e radicale. L’evoluzione tecnica è sempre più veloce: la play station 3 della Sony, acquistabile per meno di 200 franchi, ha la stessa capacità di calcolo del super computer realizzato nel 1997, costato 55 milioni di dollari e che occupava la superficie di un campo da tennis. La straordinaria potenza di calcolo e di memoria dei sistemi odierni permette di applicare algoritmi di analisi e previsione che sono in grado di evolvere automaticamente senza intervento umano, offrendo grandi opportunità all’intelligenza artificiale. Robot e sistemi informatici odierni sono già in grado di apprendere dalla loro esperienza e quella dei propri simili, perché, essendo in rete, condividono costantemente i loro dati e li rielaborano. L’esempio più noto è “Google traductor”, lanciato nel 2006 e che in 10 anni ha compiuto enormi progressi: impara confrontando l’uso delle parole e delle espressioni utilizzate dagli utenti. E quale impatto sul lavoro? La prima analisi seria, pubblicata dall’università di Oxford nel 2013, concludeva che su 702 professioni analizzate, il 47% è a rischio. Oltre a cassiere e magazzinieri, vi saranno autisti sostituiti da solerti robot, e autocarri a conduzione autonoma; sotto tiro vi sono anche le attività in cui v’è elaborazione e valutazione di dati e le mansioni dei “colletti bianchi” del settore terziario.


Salvaguardati invece “i lavori che si basano sui rapporti interpersonali e richiedono una capacità di giudizio” (esempio: operatori sociali, supervisori di lavori, riparatori, installatori, artisti e accademici in generale) che non possono essere rimpiazzati da algoritmi. Il recentissimo studio svolto dalla Sup di Lucerna, che ha analizzato che cosa può accadere nel nostro paese, conferma le tesi di Oxford, offrendo anche una cartina che mostra come l’impatto sul lavoro sarà maggiore (fino al 60%) nelle regioni periferiche, contro il 45% dei grandi centri urbani; la differenza tra periferia e centri è imputabile alla minor presenza di accademici (17%) nelle prime contro il 47% delle seconde.


Insomma le possibili implicazioni di web 4.0 sono chiare: spariranno o verranno fortemente modificate le professioni esistenti, e molte persone – a seconda delle loro competenze e del luogo dove abitano – perderanno il lavoro, o faticheranno di trovarne uno. Certo, vi saranno nuovi impieghi, ma sull’insieme dei paesi e regioni economiche più importanti a livello mondiale il saldo sarà negativo di 5 milioni (7,1 milioni di impieghi persi, contro 2,1 di creati).
L’incombente rivoluzione, parimenti a quelle dell’800, sarà dirompente ed inciderà negativamente sull’impiego e sul reddito di molte persone, aumentando la loro precarietà. Una nuova questione sociale è alle porte: allora teorici, istituzioni politiche e religiose, movimenti operai si confrontarono per risolverla. Ai contemporanei di fare altrettanto!

Pubblicato il 

07.06.17..
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