L'apripista Trasfor

Fu la prima azienda ticinese a imporre il lavoro gratuito. Non fece i conti con la reazione operaia

L'esempio delle maestranze della Trasfor: storia di una metamorfosi delle coscienze degli operai.

Da anni in fabbrica si respirava un'aria mista tra fiducia nella dirigenza, accettazione e rassegnazione nel non poter far valere a fondo le proprie idee o aspettative. Le azioni della direzione venivano accettate dalle commissioni di turno spesso senza discussione tra i lavoratori. «Se le fanno, vuol dire che possono».
Finché non arrivò la goccia che fece traboccare il vaso di bile. Una goccia che nello specifico assume i contorni di una panettonata natalizia aziendale, allargata ai parenti dei dipendenti. Tra un brindisi e l'altro, il direttore dall'alto di un carrello elevatore, tiene un discorso ai presenti. Il momento è economicamente difficile, c'è il superfranco, la competitività, eccetera, eccetera. Il direttore lascia intendere che dei posti di lavoro sono a rischio. La soluzione è una mezz'ora al giorno di lavoro gratuito. Siete favorevoli, chiede il direttore invocando l'alzata di mano. I lavoratori presenti, forse storditi o forse rassegnati, approvano la misura nella confusione dei brindisi e sotto gli sguardi di mogli e figli. Qualcuno si oppone, ma la commissione del personale si affretta a ratificare l'accordo.
Due mesi dopo, l'8 febbraio, scoppia improvviso lo sciopero contro la misura. Cosa sia successo nel frattempo lo chiediamo a Sergio, il  nuovo presidente della commissione del personale di fabbrica, eletta dopo la protesta. «Durante le vacanze natalizie, ci siamo sentiti tra colleghi e abbiamo iniziato a discuterne. Di fatto, eravamo tutti piuttosto contrariati sia dalla forma (la panettonata) che dalla sostanza (le misure). Qualcuno ha proposto d'interpellare i sindacati per capire se ci fossero delle alternative. Un supporto tecnico rivelatosi fondamentale».
Come detto gli operai sostenuti attivamente dal sindacato e osteggiati dalla vecchia commissione, si confronteranno in varie assemblee e alla fine si asterranno dal lavoro per chiedere la revoca della misura. E sarà un successo che travalicherà i confini della fabbrica. La loro lotta assumerà il valore simbolico del poter dire no tra gli operai dell'industria ticinese.
Inizialmente, l'azienda sarà costretta a sospendere la misura per i dipendenti del turno notturno e dovrà sottomettersi al giudizio delle istanze superiori dei partner contrattuali. Quest'ultime decideranno che dal primo luglio le misure dovranno essere sospese e poi abrogate.
Raccontata così, pare facile. «Ma per risorgere ce n'è voluto di tempo» racconta Sergio. Dopo aver rialzato la testa, le persone si sono rincuorate: «Ora tra i dipendenti la paura è quasi scomparsa e c'è la consapevolezza di avere diritto all'informazione e partecipare alle decisioni». Anche la divisione tra operai e impiegati, pur presente, si è rivelata alimentata ad arte perché funzionale agli interessi della direzione. Divide et impera.
Oggi esiste una nuova commissione del personale, rappresentativa dei dipendenti. Le votazioni dei lavoratori si svolgono a scrutinio segreto. Si vota dunque liberamente, senza pressioni. Dopo averne discusso apertamente nelle assemblee, senza paura, se è il caso si rifiutano le misure che la direzione vorrebbe imporre. Ancora recentemente è stata respinta la richiesta di un'ora gratis al giorno, il taglio della tredicesima e il pagamento degli stipendi in franchi con un tasso di cambio prefissato con l'euro.
Il futuro della fabbrica è ora nelle mani del colosso mondiale Abb, dal primo ottobre ufficialmente proprietario di Trasfor. Difficile che Abb l'abbia acquistata perché disastrata economicamente. «Ora ci aspettiamo dei cambiamenti in positivo. La nostra linea però non cambia. Se ci fossero ulteriori richieste e le nostre verifiche dimostrassero che la situazione economica fosse veramente drammatica, gli eventuali sacrifici delle maestranze, dopo esser stati concordati e approvati dai lavoratori, dovranno esser restituiti ai dipendenti quando le cose dovessero andar meglio». Una sorta di prestito operaio al padrone. I tempi cambiano. Anche alla Trasfor.

La costruzione dei rapporti di forza

In questa fabbrica, l'arrivo di una nuova commissione del personale coincide con la conquista di alcuni miglioramenti. 

Il nostro interlocutore lavora in una fabbrica d'importanti dimensioni nella nostra regione, con diverse centinaia di dipendenti. Una decina di anni fa, i suoi colleghi lo hanno eletto nella  commissione del personale. Superata la prima fase iniziale di ambientamento nel suo nuovo ruolo, la prima lotta e la prima vittoria. Erano anni di vacche grasse per l'azienda, dove si registravano dei buoni utili. Le paghe però erano sempre ferme al palo. «Ricordo che un anno l'aumento è stato inferiore ai dieci centesimi. Una cosa ridicola, quasi offensiva. Come commissione ci siamo impuntati, abbiamo allargato la discussione ai sindacati e stilato un piano d'azione per modificare lo stato di cose. Chiedevamo il 3 per cento di aumento. Alla fine, abbiamo ottenuto il 2,8 per cento». Un primo successo dopo anni di rassegnazione, che migliora l'immagine della commissione agli occhi dei colleghi. Un'immagine che si rafforzerà nel tempo, grazie alla preparazione e la determinazione dei suoi componenti nella difesa dei diritti dei colleghi.
Facciamo un salto temporale e arriviamo al periodo di vacche magre, la crisi finanziaria del 2008. «Nella nostra ditta la crisi arriva con ritardo, scoppierà solo a metà del 2009 con l'orario ridotto che terminerà all'inizio di quest'anno». Poi, arriva il superfranco rispetto all'euro. A settembre, la direzione aziendale torna alla carica, prospettando scenari economici apocalittici. Chiedono l'eliminazione del supplemento per straordinari, l'annualizzazione dell'orario a costo zero per l'azienda e tutta una serie di misure penalizzanti per gli operai. In sintesi, togliere quei «pochi diritti che siamo riusciti a conquistarci negli anni» spiega l'interlocutore.
La risposta assembleare dei lavoratori, in linea con il pensiero della commissione del personale, boccia costantemente i sacrifici chiesti a senso unico dall'azienda. L'ultima proposta della direzione prevede il versamento delle paghe in euro a un tasso fittizio conveniente alla ditta. La commissione si dice disponibile purché la misura sia di breve durata e la proprietà s'impegni a non delocalizzare la fabbrica. Sacrifici in cambio della certezza del posto di lavoro. L'azienda rifiuta, così come rifiuta di mostrare le carte sul reale stato di salute economica. «Siamo disposti a ridurre il nostro guadagno dal cambio a noi oggi favorevole, ma non per finanziare noi stessi la delocalizzazione dell'industria». Ora la situazione è in fase di stallo. «Il futuro è un punto di domanda» spiega l'operaio.
La soddisfazione per aver dato il massimo a tutelare gli interessi dei colleghi, e i propri ovviamente, sono leggermente offuscati da un'amara costatazione: «la maggioranza del personale partecipa alle assemblee. Una parte però se ne disinteressa totalmente. Malgrado siano colpiti personalmente da eventuali tagli ai salari o peggioramenti nelle condizioni lavorative, non concepiscono una difesa collettiva dei diritti individuali. E questo rattrista». L'operaio conclude così il ragionamento: «l'industria ticinese è il settore economico più importante del Pil cantonale, con migliaia di addetti. Dovremmo prendere a esempio quanto avviene nell'edilizia, dove i lavoratori lottano collettivamente per migliorare le loro condizioni. Lotte dure, ma che sono in grado di portare, in certi casi, a successi qualificanti come il prepensionamento a 60 anni. Gli edili dimostrano che è possibile migliorare la propria condizione attraverso delle lotte collettive».

Semplicemente no

Il caso di un'altra azienda di media-grande dimensione alle nostre latitudini, dove la dirigenza ha tentato di proporre il lavoro gratuito ai suoi dipendenti. Se il fine è lo stesso, cambiano le modalità e i risultati. In questo caso, l'assemblea dei lavoratori non solo ha rifiutato le misure proposte dall'azienda, ma si è pure opposta nel delegare alla commissione del personale il compito di nuove trattative. Cosa sia successo lo racconta un operaio: «I lavoratori non hanno creduto agli scenari catastrofici presentati dalla direzione per via del superfranco. In giugno, col cambio a uno e ventuno, la direzione comunica alle maestranze che va tutto bene. Qualche mese dopo, a settembre, quando la banca nazionale era già intervenuta fissando a uno e vento il cambio franco-euro, la stessa direzione dice che tutto va male. Primo punto di scetticismo tra gli operai. Possibile che sia stato quel centesimo a far precipitare le cose? In molti dubitano. In secondo luogo, l'azienda comunica che ci saranno sacrifici simmetrici. Gli operai dovranno regalare dieci ore di lavoro al mese, mentre ai manager sarà dedotto un 10 per cento sul bonus e ai quadri intermedi un cinque per cento. Difficile per noi operai vedere l'equità nei sacrifici richiesti. Complessivamente, gli operai dovrebbero regalare 120 ore in un anno. Sono tre settimane di lavoro. Se al manager gli togli un decimo del bonus, è molto probabile che neanche se ne accorga del suo sacrificio. Mentre l'operaio se ne accorge eccome. Non c'era proporzione nella misura. Se la crisi c'è, lo è per tutti». Malgrado all'interno della fabbrica s'intuisca che la proposta della direzione abbia poche possibilità di essere accolta, la commissione del personale decide di sottoporla ugualmente all'assemblea dei dipendenti con tre varianti: il sì, il no oppure scegliere di dare mandato alla commissione di trovare misure alternative. Il voto si svolge a scrutinio segreto. Il risultato è eloquente: un no massiccio, senza demandare alla commissione la ricerca di misure alternative. Eppure la commissione si era detta favorevole a proseguire le trattative.
Assemblea più intransigente della commissione del personale? «La commissione – spiega il nostro interlocutore - arriva fino a un  certo punto, poi chiaramente chiede mandato al personale. A volte, sui membri della commissione pesa la paura di ritorsioni se ci si profila a difesa dei colleghi. Per garantire una maggiore indipendenza è indispensabile tutelare giuridicamente i suoi membri da eventuali  rappresaglie della direzione». Prima del voto in questa fabbrica, c'erano già stati due precedenti sul lavoro gratuito con risultati opposti in altri stabilimenti ticinesi. La Trasfor, dove i lavoratori si sono opposti al lavoro gratuito e l'Agie di Losone, dove invece gli operai hanno votato a grande maggioranza il prolungamento del tempo di lavoro in forma gratuita. Chiediamo al nostro interlocutore se ne avessero parlato di questi casi nella loro azienda. «Nelle discussioni prima del voto, molti operai portavano a esempio quanto successo alla Trasfor . Non credo di sbagliarmi nel dire che quanto successo in quella fabbrica abbia influito sulle nostre scelte. Ha lasciato invece perplessi molti miei colleghi la scelta degli operai della Agie. Non si è capito il perché di questo cedimento».

Un risultato d'avanguardia

La storia di un compromesso finora unico nel panorama industriale elvetico. I soldi risparmiati dai tagli saranno reinvestiti nello stabilimento. Un modo per evitare la delocalizzazione. 

«Il sacrificio di noi lavoratori è un prestito al quale l'azienda si è impegnata a restituire quando sarà in parità di bilancio». È il risultato, finora caso unico, ottenuto dai dipendenti in un'azienda di medie grosse dimensioni con centinaia di stipendiati. Non solo. L'importo risparmiato grazie al sacrificio accettato dai lavoratori, sarà reinvestito nello stabilimento con l'arrivo di nuovi macchinari. Una sorta di garanzia sul futuro dello stabilimento, che scongiura il pericolo di delocalizzazione nel breve-medio termine. L'accordo è stato messo per iscritto dopo esser stato approvato dall'assemblea degli operai. Il sacrificio dei lavoratori consiste nel rinunciare alla tredicesima del prossimo anno e la quota festivi. La misura vale solo per un anno.
«La scelta è caduta sulla tredicesima e i festivi- spiega un membro della commissione del personale - perché non volevamo incidere sul salario lordo mensile. Se avessimo ridotto quest'ultimo, automaticamente sarebbero diminuiti anche i versamenti del secondo pilastro o le indennità in caso di assenza per malattia e infortunio. In sostanza, toccando il lordo, ci avremmo rimesso il doppio». Per arrivare al risultato del prestito, eccezionale rispetto ad altri ambienti lavorativi, va detto che la strada non è stata tutta in discesa. Racconta l'operaio: «al primo incontro, l'azienda chiedeva un taglio del venti per cento degli stipendi attraverso un cambio fittizio franco-euro fissato a 1,45. L'assemblea del personale ha sonoramente bocciato la misura, dando però mandato alla commissione di proseguire le trattative. Abbiamo dunque chiesto alla direzione aziendale di vedere le cifre e di coinvolgere i sindacati nella discussione. Accertata il grave momento economico in cui versa la ditta a causa del franco forte, abbiamo cercato la soluzione meno dolorosa per i dipendenti e che desse maggiori garanzie sul futuro dei posti di lavoro». Sottoposto all'assemblea degli operai, il compromesso è stato accettato a stragrande maggioranza in votazione a scrutinio segreto.
Operai dunque contenti del risultato raggiunto, chiediamo al nostro interlocutore: «Felici di farsi tagliare il salario sicuramente no. Ma credo siano stati soddisfatti dell'esito finale. Durante la trattativa la nostra linea è stata: di regali non se ne parla. Non facciamo sacrifici per ingrassare i guadagni degli azionisti. Se però si tratta di garantire la sopravvivenza dell'azienda in un difficile momento attraverso una sorta di prestito  operaio, la soluzione può essere trovata».
A complemento del racconto, l'operaio specifica che negli anni precedenti all'avvento del sindacato Unia , una trattativa onesta tra dipendenti e la direzione difficilmente sarebbe stata possibile. Da qualche anno, la commissione del personale non è una costola della direzione, ma è rappresentativa dei lavoratori. «È il risultato di due fattori: da un lato dei delegati un po' "incoscienti"da rischiare il posto di lavoro perché assumono posizioni critiche e dall'altro di sindacalisti pronti al confronto, anche duro, con l'azienda pur di difendere gli interessi degli operai». Un connubio che permette di ottenere dei buoni risultati per i lavoratori, ma che andrebbe rafforzato con un passo in più. «Se gli "incoscienti" dovessero lasciare il posto di lavoro o l'incarico di delegati di commissione, chi garantisce che se ne trovino altri pronti ad assumersi dei rischi? È fondamentale tutelare dalle ritorsioni i membri delle commissioni del personale, se si vuole garantirne una vera indipendenza ed efficacia».    



Pubblicato il 

23.12.11

Edizione cartacea

 
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