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...auguri, LoRa: la prima radio comunitaria svizzera festeggia 18 anni

di

Alvaro Baragiola
Sono già diciotto anni che a Zurigo si può ascoltare una radio privata senza pubblicità. Radio LoRa, che diventa maggiorenne ma non si converte al commercialismo, è uno straordinario esempio di come si possa fare informazione e spettacolo senza vendersi e senza vendere i propri ascoltatori. Da tenere presente quando sentiamo qualche capoccione di un media privato raccontarci che ha avuto un calo della pubblicità e che perciò deve tagliare, licenziare, chiudere. O qualche responsabile di un media pubblico pretendere una maggiore quota pubblicitaria per «tener testa alla concorrenza». No: si può fare altrimenti, questo è certo. A condizione di non concepire una radio come una qualsiasi altra impresa per far soldi, di non considerare il pubblico come una cifra da vendere ai pubblicitari. La piccola Babele del Kreis 4 Per radio LoRa gli ascoltatori non sono una «quota di mercato». Sono donne e uomini che appartengono a precise comunità, che usano la radio per ritrovarsi e comunicare. La radio offre lo spazio e le strutture necessari ai gruppi e ai singoli che si vogliono impegnare in prima persona nella realizzazione di un programma. Così 300 tra neofiti ed esperti si avvicendano ai microfoni di 80 trasmissioni, parlando non meno di 18 lingue diverse. Non solo loro, ma anche gli ascoltatori sono chiamati a diventare soci, versando le quote (120.- l’anno i salariati, 60.- chi non guadagna e 250.- le organizzazioni) che permettono alla radio di sopravvivere. LoRa ha una struttura piuttosto complessa. Nata come radio alternativa – e pirata, le prime emissioni nel ’77 erano senza concessione federale – ha mantenuto fermi dei principi quali il sistema decisionale fondato sulla democrazia di base e la difesa dell’uguaglianza e dell’autonomia delle donne. Nello stesso tempo si è articolata su una Fondazione, cui appartengono la licenza di concessione e gli impianti, un’assemblea plenaria ed un’assemblea generale, in cui tutti i soci hanno diritto di voto, e diverse commissioni, tra cui quella dei programmi. Un’architettura probabilmente mirata a premunirsi dagli effetti disastrosi che guai e catastrofi (come l’incendio mai chiarito che distrusse tutto nel 1986) potrebbero avere sull’insieme. Nei locali della radio, i coordinatori di turno faticano a tener le cose sotto controllo, e controvoglia devono «fare un po’ i poliziotti», chiudendo ogni volta le cose a chiave o ricordando alla gente che non si può fumare in studio. Nei tre piani di questa piccola Babele al quartiere 4 c’è in effetti un flusso continuo di persone di ogni tipo. Niente a che vedere con le atmosfere ovattate, confortevoli e asettiche delle altre radio; qui il tavolo delle riunioni è lo stesso che si usa per mangiare insieme un pasto preparato sul fornello accanto al computer. Quando LoRa diventa L’Ora Cinque persone, impiegate stabilmente a salari ‘militanti’, garantiscono la continuità, cioè l’avvicendamento ai microfoni di chi ha annunciato un’emissione. A produrre continuità nell’informazione ci pensa ogni giorno un collettivo redazionale diverso. Dell’altra continuità, quella comoda che caratterizza tutte le radio, fatta di un programma che fluisce armonicamente senza disturbare, LoRa non ne vuole nemmeno sentire parlare. Ha scelto di essere sorprendente, critica, anche irritante, e appunto scomoda. Del resto basta un’occhiata al palinsesto per cogliere l’estrema eterogeneità delle emissioni: ad esempio il giovedì si succedono un programma di musica psichedelica, Radio Somalia, Radio Sudan, Radio indipendente Serba e così via. Alternanza presente anche nelle giornate che costituiscono uno spazio autonomo dedicato: se il lunedì, giorno al femminile, sono le donne turche ad animare un programma di music-mix, il martedì, giorno latinoamericano, propone una rivista femminile «senza diete né consigli sentimentali». Apparentemente inascoltabile – e in effetti il programma stampato è necessario per orientarsi – l’emittente zurighese ha un seguito considerevole grazie alla sua capacità di radicamento nelle diverse comunità locali, tra cui spicca quella italiana. Ormai da anni, la domenica mattina Radio LoRa (nome ereditato dalla prima Alternative Lokal Radio) diventa Radio L’Ora Italiana. Preceduti da un’ora di musica popolare italiana, i magnifici sette del gruppo redazionale danno vita a tre ore di trasmissione tanto intense quanto attese. Senza sosta Angelo, il decano e motore del gruppo, si scambia di posto con Antonietta, Caterina o gli altri dallo studio alla regia e viceversa, a seconda dei diversi spezzoni da condurre. Praticamente tutto in diretta, mentre intorno altra gente entra ed esce senza troppa attenzione, quasi che il semaforo rosso sulla porta non significasse «silenzio, siamo in onda» Le chiavi del successo Se l’aspetto un po’ caotico della conduzione può far storcere il naso a un professionista, non è la realizzazione perfetta di un programma a determinarne la riuscita, né tantomeno a preoccupare i suoi autori. La presenza del pubblico si può quasi palpare con mano, non solo perché c’è sempre qualcuno che passa in visita allo studio, ma perché è evidente dall’atteggiamento dei conduttori che c’è un rapporto particolare. E quando si apre la linea per far dare i voti, da 1 a 10, ai servizi del consolato italiano, le telefonate piovono, e non necessariamente per dirne male. Angelo ha cominciato praticamente agli albori di Radio LoRa. «Non sapevo niente di radio, non sapevo fare due e due quattro. Prima non parlavo, c’erano degli studenti con la scaletta preparata fino al punto e virgola». Poi si è lanciato: «Sì, all’inizio era una catastrofe, perché volevamo imitare gli altri. Ma ho capito che questo mezzo arriva alle case, e ho visto che quando parlavo io, col mio accento e il mio modo, la gente telefonava». La gente si identifica nel linguaggio, riconosce come suo questo italiano un po’ dialettale e senza complessi grammaticali che è ormai da anni la lingua ufficiale dei cantieri in Svizzera. «Ultimamente abbiamo chiesto un po’ in giro: ma tu che lingua parli? Abbiamo scoperto che parliamo questa lingua, che ora chiamiamo l’italionto»! Caterina, che ha cominciato quando aveva 15 anni, sapeva rivolgersi ai suoi coetanei con quella specie di creolo italo-schwyzerdütsch che usano le nuove generazioni, parlando con frasi del tipo «weisch, sono andata go tanze». Solo una faccenda di lingua? «Nel linguaggio», precisa Angelo, «conta pure il tono. Anche io mi incazzo davanti a certe cose, e questo si sente». Certe cose, sono i temi che affrontano, senza peli sulla lingua ma anche senza preconcetti, e che sono spesso proposti dal pubblico. «Per esempio, un ascoltatore ci ha detto che ha preso una multa in Italia perché lì la patente svizzera non è valida. Assurdo, l’ambasciata però ce l’ha confermato. Oppure la tassa annuale sul passaporto, che uno deve pagare solo perché da operaio è divenuto specializzato, oppure perché è operaia e ha sposato uno svizzero. È un ‘pizzo di Stato’ contro il quale facciamo campagna». Campagna che continua attraverso il settimanale «La Pagina» su cui da qualche settimana Radio L’Ora ha un suo spazio. Parlare dei problemi sentiti dalla gente, senza sosta? «La musica è importante, ma come si fa a dire ‘facciamo una pausa musicale’? Che è, parli delle tasse, dell’aumento delle casse malati, sei lì a ragionare di cose importanti e ci metti su una musica inglese che nessuno capisce»? «Al di là dell’etere» Il legame col pubblico è molto articolato. «Copriamo 1ª, 2ª, 3ª e 4ª generazione». Quattro generazioni, non esageri? «No, ogni 15 giorni ci sono i bambini a fare il programma, e non dimentichiamo certo la terza età. L’abbiamo fatto con otto ultraottantenni, ne è uscito un quadro disperato. Quasi non parlavano più, uno ha detto una cosa che mi ha impressionato, per descrivere la giornata, ha detto che ‘è molto lunghissima’». Sul territorio, l’equipe esce, magari per ficcare il naso nella sporcizia dei treni che arrivano dall’Italia e intervistare i passeggeri. Ma la conoscenza del territorio non è solo ricerca dei problemi. La domenica, molte famiglie la passano nei 5’000 «giardini», gli schrebergärten che la città assegna per piccole coltivazioni individuali. Radio L’Ora Italiana le raggiunge lì, dove «si mangia, si invitano i vicini, si sta fino a sera: è un luogo dove c’è la vera integrazione tra nazionalità diverse», e parla con loro delle semenze del paese, di come si fa con le formiche. Comportamenti ed abitudini del pubblico non sono un segreto: «non legge giornali, si informa guardando il Telegiornale, per il 50% è quello ticinese». E «area»? La ricevono in molti, ma non tutti la leggono. Quella che Antonietta chiama «concezione sociale della radio» trasforma il media in un servizio effettivo per una comunità. I legami sociali che si instaurano, anche grazie alla capacità di essere vicini ai sentimenti della gente, vanno ben al di là dell’etere. Angelo non si tira indietro quando è cercato come interlocutore da ascoltatori alle prese con problemi come droga o alcolismo, e che vogliono parlarne «fuori onda». E non perché sia un buon samaritano. «Politicamente siamo di sinistra. Ma trattiamo tutti allo stesso modo. Anche a Di Pietro gli abbiamo detto questi sono tre punti su cui ti devi impegnare per noi; hai sei mesi, poi ti richiamiamo. E richiamiamo sempre, dopo sei mesi: allora, non hai combinato nulla, eh»? Dimenticati dalla legge Se i politici italiani si dimenticano dei compatrioti emigrati, quelli svizzeri non sono da meno per quel che riguarda le radio comunitarie. Leuenberger, ministro delle comunicazioni, ha presentato un progetto di revisione della Legge federale sulla radiotelevisione incentrato su quello che anche in tedesco chiamano «service public». L’idea di servizio pubblico fa da spartiacque con i media commerciali, e di conseguenza determina la destinazione dei soldi pubblici. Per intendersi, si tratta di quelli del che paghiamo alla Billag. Attualmente, del raccolto che cifra sopra il miliardo di franchi, più di mille milioni vanno alla Ssr, 6 alle radio locali commerciali, ed un solo milione è spartito tra le 7 radio comunitarie svizzere. Nella nuova legge nemmeno questo contributo minimo è più previsto! Cos’altro è, se non servizio pubblico, quello che fa radio LoRa? Che poi il decurtamento venga proposto proprio da Leuenberger, eletto coi voti della sinistra zurighese, ha lasciato tutti di sasso. L’Unikom, l’associazione delle radio non commerciali, ha protestato e lanciato una petizione per la sopravvivenza delle radio comunitarie. Potete firmarla online su www.art19.ch. È un meritato regalo di compleanno: l’articolo 19 è quello della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, che vuole per ognuno il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Pubblicato

Venerdì 16 Novembre 2001

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