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Zona sommersa

di

Maria Pirisi
C’è un problema – come molti altri – che riguarda le donne, l’alcolismo, di cui tutti sanno ma pochi osano parlare. L’etilismo femminile si mimetizza soprattutto fra le mura domestiche, negli antri privati dove questi “panni sporchi” non si possono neanche lavare perché occultati nel segreto del silenzio. Mentre l’etilismo maschile è un fenomeno – largamente diffuso – socialmente tollerato e minimizzato, quello femminile suscita riprovazione e disgusto nelle reazioni della gente. La donna che ne è vittima, cerca (fino a quando è possibile) di dissimulare questa dipendenza vissuta con vergogna e paura. E così le donne, dalla solitudine fuggita attraverso l’alcol, si ritrovano nel vicolo cieco dell’isolamento. Per questo Ingrado-Centro di cura dell’alcolismo ha voluto dedicare al tema Problemi di alcol al femminile il suo prossimo convegno in programma a Lugano, giovedì 14 novembre, presso l’Università della Svizzera italiana (Sala 200, “Teatrino”). Incontro organizzato nell’ambito della sesta “Giornata di solidarietà per persone con problemi di alcol”. «Non è facile fare breccia nel muro di vergogna che circonda l’alcolismo al femminile. È necessaria una grande opera di sensibilizzazione. Con questa giornata noi di Ingrado vorremmo dare il nostro contributo in questo senso». Ci spiega Sabina Meyer, consulente e psicologa del Centro. Fra i relatori ospiti troviamo Ina Innenthal, psichiatra e referente per il nucleo funzionale d’alcologia del Ser.T di Imperia, nonché referente in Italia per la Società tedesca di psichiatria (Dgppn). Dottoressa Innenthal, è vero che il fenomeno dell’alcolismo nelle donne è in continuo aumento? Gli studi testimoniano che negli ultimi anni purtroppo questo tipo di dipendenza riguarda un numero di donne sempre più grande. Quando però si parla di etilismo al femminile è necessario avere ben chiaro il contesto in cui il fenomeno si sviluppa. Si è constatato che nei paesi latini, con una cultura di matrice cattolica, il problema dell’alcolismo nelle donne è più sommerso che altrove, rimosso dalla collettività in quanto fonte di grande vergogna. La stessa situazione, più si va a Nord – nei paesi protestanti – assume caratteristiche diverse: qui vedere in pubblico uomini, ma anche donne, ubriachi non suscita particolare scandalo come accade invece in Italia, ad esempio. Ma probabilmente anche in Ticino dove il contesto socio-culturale è simile a quello dell’Italia del nord. Si tratta di un distinguo importante che dimostra come lo stesso fenomeno abbia conseguenze diverse a seconda dell’ambiente in cui si sviluppa. Ricerche mediche hanno dimostrato che l’organismo di una donna può essere danneggiato dall’alcol nel giro di poco tempo rispetto a quello di un uomo (nelle donne la capacità di metabolizzare l’alcol si dimezza). In termini pratici, questo significa che, in una provincia come quella d’Imperia, la vergogna diventa una cappa entro cui occultare il problema e quando arrivano a me sono in condizioni fisiche spesso disperate. Questo succede perché le donne fanno fatica ad ammettere anche con se stesse di essere alcoliste? Non tanto con se stesse ma con gli altri. Il loro è un bere vissuto nell’ombra, con il macigno del senso di colpa. Sia al Nord che al Sud (parlo di un contesto europeo), le donne bevono di nascosto, mentre gli uomini lo fanno in ambienti pubblici dove il loro comportamento viene incoraggiato socialmente. A livello macroscopico, quali sono le principali cause che inducono le donne ad assumere sostante alcoliche? Bisogna stare attenti a non cadere in facili luoghi comuni, a non generalizzare. Le cause possono essere molteplici, si può dire che l’alcol non è altro che la punta dell’iceberg. Sotto, nel disagio che lo compone, possiamo trovare un po’ di tutto. Di solito, sia negli uomini che nelle donne, troviamo un vuoto prodotto da grosse perdite: persone care (un compagno, un figlio) che muoiono all’improvviso, troppo presto (giovani) o morti mai rielaborate. O, ancora, l’abbandono di un partner che può tradursi in un disperato senso di solitudine. Negli uomini spesso la sofferenza può derivare dalla perdita di un ruolo sociale, di un posto di lavoro. Vi è poi tutta una serie di cause, tra cui l’ansia e la depressione, che portano le donne a “medicarsi” con l’alcol nel tentativo di sedare e mitigare i sintomi di un disagio profondo. In tutto questo sembra di scorgere una presenza costante: la solitudine… La solitudine è una parola-chiave. Ci sono donne che conducono una vita consacrata alla famiglia. Poi, quando i figli crescono e vanno via, si ritrovano a vivere quella che viene chiamata la sindrome del “nido vuoto”: si sentono sole, abbandonate e se a questo si aggiunge la morte di un genitore, anche se anziano, ecco che crollano. È un fenomeno sempre più diffuso da quando le famiglie si sono ridotte a nuclei molto piccoli, con pochi figli e senza il supporto dei nonni, o di zie e zii. Spesso in questo tipo di terreno, reso fragile da “abbandoni”, e attaccato dalla depressione, entra in scena l’alcol. E insieme all’alcol, talvolta, anche alcuni psicofarmaci: i due elementi combinati diventano ancora più dannosi perché si potenziano a vicenda. Altro aspetto di cui lei parlerà nel corso della giornata sarà quello della co-dipendenza nella quale sono coinvolte le donne in quanto mogli, figlie, sorelle. Chi sono le co-dipendenti? Sono proprio loro, le figure la cui vita dipende dalla vita dell’alcolista in quanto tale. Donne, in questo caso, che soffrono di una dipendenza paragonabile a quella dello stesso alcolismo. Sono persone che non possono vivere senza un alcolista accanto, senza una situazione che loro credono di dover salvare. Sono loro spesso che fanno sì che tutto rimanga stagnante, tappano i buchi provocati dall’alcolista, ne pagano i debiti e cercano di nascondere le conseguenze socialmente riprovevoli. In questo caso è la persona co-dipendente che controlla la dipendenza dall’alcol del congiunto. Chi soffre di co-dipendenza nasconde, a sua volta, un problema grave non ammesso, per coprire il quale utilizza la figura dell’alcolista. Il problema è che la co-dipendente è considerata una virtuosa (aiuta e si sacrifica) e gode della stima sociale mentre l’alcolista viene isolato. Pochi sanno invece che sia l’alcolista che la co-dipendente sono persone che hanno bisogno delle stesse cure. Ambedue vanno aiutate a liberarsi di una dipendenza. Cosa si può fare affinché la donna dipendente da alcol possa riuscire ad affrancarsi da un problema che affronta spesso con troppo ritardo? Credo che il canale privilegiato rimanga la sensibilizzazione. Parlando dell’Italia, c’è ancora un grosso lavoro da portare avanti e che dovrebbe coinvolgere in particolar modo i medici di famiglia. Sono loro le persone ideali che potrebbero fungere da “gancio” tra l’alcolista e i centri specializzati. Anche per i medici curanti, figli di una cultura dove il vino è parte integrante dei piaceri sociali, è difficile modificare la propria ottica e talvolta si riducono a dare consigli generici a persone ormai rovinate dall’alcol. Parliamo di una vera popolazione decimata dall’alcol. In Italia muoiono ogni anno tra le 35 mila e le 45 mila persone, mentre per tossicodipendenza ne muoiono circa mille. L’Italia risente di una carenza di strutture, centri specializzati e residenziali dove le persone affette da alcolismo possano avere il giusto sostegno per poter affrontare alla radice il loro problema. Qui si apprendono le basi per un lavoro che dura tutta una vita. Bere per sopportare la violenza, una ricerca per capire il fenomeno Un convegno per riflettere su una realtà che preoccupa anche il nostro cantone. Per l’occasione, Tiziana Madella, consulente di Ingrado, presenterà la sua ricerca “Violenza alle donne e alcolismo”, un tema per la prima volta affrontato sistematicamente in Ticino. «Con la mia ricerca – afferma – ho voluto studiare la correlazione, la dipendenza alcolica e la violenza domestica cercando di capirne le caratteristiche. E quando parlo di violenza domestica mi riferisco a quella fisica, psicologica, economica e sessuale, subita da donne alcoldipendenti. Si tratta di una ricerca di tipo qualitativo, operata in Ticino su un campione di donne ristretto. È emerso sostanzialmente che le donne che hanno sviluppato una dipendenza alcolica lo hanno fatto in seguito ad una violenza domestica. Parliamo di donne che sono ricorse all’alcol per automedicarsi. E questo perché viviamo in un contesto dove la violenza domestica non viene riconosciuta ed è difficile per chi ne è vittima chiedere aiuto all’esterno. Se poi la donna-vittima comincia a bere, l’alcol diventa un fattore in più per la sua colpevolizzazione ed isolamento. È un circolo vizioso: una donna beve per sopportare la violenza domestica e poiché beve si autocolpevolizza provocando un aumento della violenza stessa. In questa situazione l’alcoldipendente teme il giudizio della società e non chiede aiuto. Da notare che nessuna delle donne intervistate è stata spinta a chiedere aiuto per la violenza subita, ma solo per il problema dell’alcol. Cosa significa? Che per operare seriamente ed arginare questo fenomeno, è necessario fare in modo che gli operatori del territorio (polizia, ospedali) abbandonino il pregiudizio nei confronti delle donne alcoliste e riconoscano per primi il diritto alla donna di essere aiutata».

Pubblicato

Venerdì 1 Novembre 2002

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