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Vivere “alla temporanea”

di

Veronica Galster
Appena dodicenne, Tatjana ha dovuto scappare dal suo paese, la Bosnia-Erzegovina, a causa della guerra scoppiata nel 1992. Una fuga improvvisa da un paese che nessuno dei suoi abitanti avrebbe pensato potesse mai essere coinvolto in un conflitto del genere. Nemmeno il tempo di salutare l'amica del cuore Fatima, alla quale durante i quattro anni d'esilio, Tatjana ha scritto molte lettere, inizialmente sperando di potergliele spedire e avere sue notizie, poi semplicemente per esprimere su carta quei sentimenti che le attanagliavano il cuore, ma di cui non riusciva a parlare con nessuno, consapevole del fatto che nessuno avrebbe potuto comprenderla fino in fondo.
Oggi, quindici anni dopo, quelle lettere sono state raccolte in un libro bilingue (italiano e serbo-croato) intitolato "Scrivere per non dimenticare. Una ragazza in fuga dalla Bosnia 1992-1994" (edito da Casagrande). Un diario epistolare che costituisce una rara testimonianza di cosa voglia dire vivere da profugo, costretto a stare lontano dalla propria patria e dai propri affetti, sballottato da un posto all'altro senza mai poter sentire di avere terra ferma sotto ai piedi. Sentimenti descritti con sorprendente lucidità da una ragazzina in fuga con la mamma e la sorellina. Tatjana Ibraimovic, autrice di quelle lettere mai spedite, racconta ad area le difficoltà degli anni d'esilio, ma anche gli aspetti positivi.
Tatjana Ibraimovic, com'è nata l'idea di raccogliere le lettere in un libro?
Quando sono ritornata in Bosnia-Erzegovina dopo la guerra ho ritrovato Fatima, ma non ho voluto farle leggere le lettere, perché volevo dimenticare quel periodo. Mia madre però le ha tenute e un paio di anni fa ne ho parlato con mio marito. Lui mi ha detto di tradurne alcune che gli sarebbe piaciuto leggerle e che forse valeva la pena di pubblicarle. Così ho fatto e, grazie alla disponibilità dell'editore Giampiero Casagrande, siamo arrivati al libro, il cui scopo principale è dare una voce ai rifugiati (che molto spesso non vengono ascoltati) e far capire il loro punto di vista, sperando di sensibilizzare le persone.
Fino al '92 hai vissuto una vita come quella di tanti altri bambini, normale e tranquilla. Pensi che saresti una persona diversa se non avessi dovuto vivere l'esperienza di rifugiata?
Sì. Non riesco a immaginare come potrebbe essere la mia vita ora se non ci fosse stata la guerra nel mio paese. Quel periodo mi ha segnato profondamente, ma non solo in modo negativo. Penso mi abbia reso più sensibile alle situazioni di disagio degli altri. Durante l'esilio molte persone ci hanno aiutato tantissimo, facendoci sentire parte della loro famiglia, e oggi cerco di ricambiare quanto ricevuto offrendo il mio aiuto agli altri.
Come rifugiata, ti sei sentita accolta o rifiutata?
Tutt'e due le cose, a dipendenza dei posti dove ci mandavano. Quando venivamo accolti con affetto però, anche se non avevamo un bell'apartamento o una bella camera dove dormire e i mezzi erano pochi, stavamo bene. La cosa più importante era sentire il calore e la vicinanza delle persone che ci accoglievano.
Nelle lettere torna spesso un sentimento ambivalente: da un lato racconti a Fatima quanto sia difficile vivere lontano dalla Bosnia, e dall'altro poi ti scusi per esserti lamentata sapendo che c'è chi è rimasto sotto le bombe...
Mi capitava spesso di sentirmi in colpa perché non ero lì con i miei cari: mio papà era rimasto in Bosnia, immaginavo che Fatima fosse lì, e vedevo le immagini terribili della guerra alla televisione. Però anche vivere da rifugiata era pesante, anche se non c'erano le bombe. Tante volte ho desiderato tornare nella mia città e aspettare con i miei cari un destino comune: era difficile vedere quello che stava succedendo là e non sapere come stavano e se erano ancora vivi.
Ad un certo punto, per spiegare a Fatima come vivete parli di "vita alla temporanea". Com'è la "vita alla temporanea"?
È una vita senza sicurezza e senza punti fermi. Da un giorno all'altro, per decisione di altri, vieni spostato di qua e di là, senza preavviso, e devi ricominciare tutto da capo. Hai quasi il sentimento di non vivere e sei sempre in ansia perché non sai cosa ti succederà il giorno dopo. E anche se trovi un posto e ti dicono che ci potrai restare a lungo, hai sempre il desiderio di tornare a casa, quindi la vivi sempre come una situazione provvisoria.  
La tua sorellina e i tuoi cuginetti, in esilio con te, erano più piccoli. Non avevi coetanei con cui parlare e a Fatima raccontavi spesso di sentirti sola e annoiata. In questo senso, quanto è stato importante poter andare a scuola?
Andare a scuola è certamente stato fondamentale, altrimenti sarebbe stata proprio una vita non vissuta. Per un bambino è importantissimo poter andare a scuola anche quando si trova in una situazione di rifugiato. Dal punto di vista degli amici è stato importante per l'integrazione e i buoni risultati scolastici che ottenevo sono stati importanti per l'autostima, per avere ancora fiducia in me stessa e nei miei mezzi.
A scuola ho sempre trovato tanta disponibilità da parte degli insegnanti, che si sono sempre dimostrati molto sensibili, mentre con i compagni non è sempre stato facile: alcuni erano gentili e sensibili, altri invece mi facevano sentire non degna della loro amicizia e discriminata.
Durante tutto il periodo, dai tuoi scritti traspare anche un forte sentimento di solitudine dovuto alla consapevolezza che i tuoi nuovi amici, pur con tutta la loro buona volontà, non potessero capire fino in fondo come stavi. Perché?
Sì, nonostante avessi conosciuto nuovi amici, mi sentivo comunque sola. Mi mancava qualcuno con cui condividere quello che provavo, qualcuno che si trovasse nella mia situazione. In tanti posti dove siamo stati non eravamo con altri rifugiati. Questo da un lato era positivo perché facilitava l'integrazione, ma dall'altro non avevamo nessuno che potesse capirci veramente. In Svizzera ci hanno messo assieme ad altri rifugiati Bosniaci e questo ci ha fatto stare meglio: era più facile sopportare il dolore condividendolo con altri.
Hai anche dei ricordi positivi di quel periodo?
Sì, ho tanti ricordi positivi. Sopprattutto delle persone che ho incontrato, di coloro che ci hanno accolto con grande sensibilità e fatto sentire parte della loro famiglia. Poi ci sono state molte altre cose positive: ho visto tanti posti nuovi, conosciuto tante persone, imparato bene tante lingue. In un certo senso è stata anche un'esperienza arricchente.
Tu sei scappata da un paese in guerra, oggi molti rifugiati devono lasciare il loro paese per altri motivi. Secondo te la tua sofferenza e la loro sono comunque paragonabili?
Nessuno che è costretto a lasciare il proprio paese lo vive bene, anche chi lo deve lasciare per cercare di sopravvivere economicamente. Anzi, forse per loro è ancora più difficile: per noi c'era qualche speranza di tornare a casa dopo la guerra, mentre per loro la speranza del ritorno è più debole, difficilmente le condizioni economiche di un paese cambiano nel breve termine. Poi noi, come rifugiati di guerra, eravamo in qualche modo tutelati, mentre loro no. Una cosa sicuramente in comune c'è, oltre alla sofferenza per la lontananza: la dignità umana del rifugiato è intaccata. Nel tuo paese eri qualcuno e tutt'a d'un tratto diventi meno di nessuno, vieni escluso da tutti i punti di vista e le tue capacità non vengono più considerate.
Oggi ti manca ancora così tanto la Bosnia-Erzegovina o è un altro tipo di lontananza?
Mi manca sempre tantissimo, ma adesso appena ho tempo ci posso andare, mentre prima ero costretta a stare lontana. Però adesso la Bosnia-Erzegovina è un altro Paese: anche se in alcune città è rimasto quello spirito di convivenza interculturale, non è più come prima della guerra. Temo che lo stato politico attuale non faccia niente per cambiare le cose, ma pensarci mi fa troppo male, per questo cerco di distanziarmi.

Pubblicato

Venerdì 8 Luglio 2011

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