Poco più di un anno fa è stata lanciata una «vasta campagna d'informazione» per gli ex lavoratori italiani esposti all'amianto in Svizzera ammalatisi dopo il rientro in patria. Promossa dall'Istituto nazionale svizzero di assicurazione contro gli infortuni (la Suva) in collaborazione con i sindacati e i patronati italiani, essa si prefigge di far conoscere a queste persone i loro diritti (in particolare di tipo assicurativo) che spesso non sanno nemmeno di avere. Finora però il bilancio è in chiaroscuro.

Lo abbiamo potuto verificare di persona incontrando poche settimane fa nel profondo sud della Puglia alcune decine di ex operai dell'Eternit di Niederurnen (Glarona) e Payerne (Vaud), i quali,  oltre ad averci raccontato le loro storie di emigranti in Svizzera, di come molti stiano pagando questa esperienza con la malattia e dei tanti compagni di lavoro di un tempo già morti di mesotelioma (la malattia più grave causata dall'amianto), ci hanno dato l'impressione di vivere una condizione di totale abbandono. Le testimonianze raccolte (che saranno oggetto di un ampio servizio sul prossimo numero di area) denunciano quasi all'unisono le enormi difficoltà a ottenere dalla Suva il riconoscimento della malattia professionale e le relative prestazioni assicurative previste (rimborso delle cure mediche e varie forme di rendite e indennità), magari anche in presenza di cartelle cliniche che certificano malattie correlate all'esposizione all'amianto. Abbiamo inoltre potuto constatare come la locale associazione dei migranti, sensibile alla problematica, fatichi a prendere contatto con centinaia di ex lavoratori dell'amianto in Svizzera, in particolare negli stabilimenti dell'Eternit dove tra gli anni Sessanta e Novanta hanno trovato occupazione più di mille operai della sola Provincia di Lecce.
A partire da questi dati, abbiamo voluto fare una verifica direttamente presso la Suva per capire se, contrariamente alle nostre impressioni, la «vasta campagna d'informazione» annunciata l'anno scorso abbia già dato dei risultati tangibili. La Suva non ha accettato un'intervista, ma ci ha fornito delle risposte scritte (e dunque senza la possibilità per il giornalista di porre delle contro-domande) tramite il suo portavoce Erich Wiederkehr, che spiega: «Dal 2008, grazie all'intensificazione degli sforzi di informazione sulla problematica dei lavoratori italiani che in passato sono stati esposti all'amianto in Svizzera, ci sono giunte circa duecento segnalazioni di presunti casi di esposizione all'amianto».
In quanti casi è stata riconosciuta la malattia professionale?
Le verifiche sono molto dispendiose: finora la malattia professionale è stata riconosciuta in una ventina di casi. In tutti gli altri la procedura è ancora in corso.
Questi dati rispecchiano quelle che erano le aspettative della Suva?
In questo senso la Suva non aveva formulato alcuna aspettativa.
Attraverso quali canali le persone interessate portano il loro caso a conoscenza della Suva?
Molti ex lavoratori italiani si rivolgono direttamente alla Suva senza passare da altri canali; D'altra parte in alcuni casi è determinante la collaborazione garantitaci dall'Inail (l'istituto nazionale italiano per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) e dalle organizzazioni di lavoratori sul posto, con le quali abbiamo realizzato un volantino informativo ed abbiamo provveduto con un comunicato stampa ad informare l'opinione pubblica. Devo infine aggiungere che per molti ex lavoratori l'informazione passa attraverso i loro parenti che sono rimasti in Svizzera.
Dove avevano lavorato le persone che si sono rivolte alla Suva di recente?
Per ragioni di protezione dei dati non possiamo fornire informazioni concrete sulle aziende. È comunque risaputo che in passato l'amianto è stato impiegato su larga scala nell'industria.
Nel 2008 l'italiana Inail si era impegnata nel quadro di una "tavola rotonda" tenutasi a Lugano a collaborare all'individuazione di casi di malattia professionale tra gli ex lavoratori dell'amianto. Come ha funzionato finora questa collaborazione?
Funziona bene. L'Inail segnala alla Suva possibili casi di esposizione professionale all'amianto e ci fornisce la documentazione necessaria (radiografie, anamnesi dell'attività professionale) a eseguire i dovuti accertamenti.
Che ruolo ha esattamente l'Inail nella procedura che porta al riconoscimento della malattia professionale?
Un ruolo importante perché contribuisce alla raccolta delle necessarie informazioni e a creare i presupposti per una procedura corretta.
Come mai l'opuscolo informativo della Suva sembra prendere in considerazione solo i lavoratori che hanno lavorato a contatto con l'amianto fino al 1990, quando è risaputo che esso è stato utilizzato da aziende come l'Eternit anche dopo questa data?
Non è così. La scadenza del 1990 non ha alcuna importanza. Determinante per stabilire il diritto a prestazioni assicurative è il riconoscimento della malattia professionale. Quando sono soddisfatte le condizioni perché questo avvenga, la persona interessata mantiene ancora oggi tale diritto alle prestazioni assicurative.
Vede ancora dei margini di miglioramento dell'informazione agli ex lavoratori italiani?
Stando alle reazioni e ai colloqui, il livello d'informazione è buono, sia presso i lavoratori interessati sia presso terzi (per esempio i medici di famiglia italiani). Se tuttavia dovesse emergere un bisogno di informazioni complementari, la Suva è pronta a fare la sua parte.

«Imparare dagli errori»

Dario Mordasini (Unia) invita a ridiscutere l'iniziativa e ad elaborare nuove proposte

«Tutte le parti coinvolte nella campagna d'informazione agli ex lavoratori italiani devono sedersi intorno a un tavolo, valutare successi e insuccessi ed elaborare le strategie necessarie eventualmente a correggere il tiro». È l'auspicio di Dario Mordasini, responsabile del settore sicurezza sul lavoro di Unia, sindacato che «sin dall'inizio ha sostenuto e contribuito a realizzare quest'iniziativa, sicuramente ottima». Un'iniziativa che mira a garantire alle vittime un «giusto risarcimento, che rappresenta uno dei quattro obiettivi della nostra organizzazione nell'ambito della lotta contro l'amianto», aggiunge Mordasini rinunciando ad esprimere un giudizio sui risultati sin qui conseguiti. «Anche perché -spiega- è difficile valutare il successo o l'insuccesso della campagna solo sulla base del numero di segnalazioni giunte alla Suva, visto oltretutto che i dati statistici disponibili sui casi di malattie da amianto non consentivano sin dall'inizio di prevederne migliaia in provenienza dall'Italia». A questo punto dunque, secondo Mordasini la cosa più saggia da fare sarebbe quella di riunire tutte le parti che sin dall'inizio sono state coinvolte nel progetto (oltre alla Suva, i sindacati Unia e Syna, i patronati  italiani Acli, Inas, Inca e Ital) «affinché si possa verificare chi ha fatto cosa, chi non è riuscito a fare cosa, dove e perché si sono verificati i problemi e in seguito elaborare proposte concrete e metterle in atto».
«Allo stato attuale -conclude Mordasini- ritengo che il successo futuro di questa campagna, visto che la Suva non può operare in Italia, dipenda molto dal lavoro che riusciranno a svolgere i soggetti italiani, in particolare sindacati, patronati e medici di famiglia. Medici che rivestono un ruolo fondamentale in quanto primi interlocutori privilegiati degli ammalati. Da parte nostra, come sindacato svizzero, dovremmo invece intensificare l'informazione agli italiani che vivono qui, in quanto costoro possono fungere da anello di collegamento con i destinatari ultimi della campagna».


Pubblicato il 

18.03.11..

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