< Ritorna

Stampa

 

Vittime anche del tempo

di

Fabia Bottani
Le vittime di abusi sessuali devono poter disporre di tutto il tempo necessario per denunciare coloro che hanno violato la loro integrità fisica e morale durante l'infanzia o adolescenza. Questa la visione di Marche Blanche (vedi scheda) che ha lanciato l'iniziativa "per l'imprescrittibilità dei reati di pornografia infantile" in votazione il prossimo 30 novembre. Un testo che non suscita molti consensi nel mondo politico e divide anche la popolazione. I contrari sottolineano in particolare il suo carattere estremo – "l'imprescrittibilità non è nemmeno prevista per reati molto gravi come l'omicidio" – e la sua imprecisione – "vuole difendere i fanciulli impuberi senza darne una definizione precisa" –. Non da ultimo, concedere tempo infinito per esporre denuncia "non è di aiuto alle vittime: con il tempo diventa sempre più difficile raccogliere le prove necessarie". Per capire la portata dell'iniziativa nel contesto elvetico area ha interpellato il procuratore pubblico Mario Branda.

L'iniziativa lanciata da Marche Blanche non fa l'unanimità. Tuttavia molti le riconoscono il merito di aver suscitato il dibattito e messo in evidenza la necessità di migliorare il contesto legale in ambito di reati di pornografia infantile. Dove è necessario migliorare?
Complessivamente sul piano legale non vedo grosse lacune. Per quanto riguarda il tema della pedopornografia, ritengo che si possa ancora fare abbastanza sul piano della cooperazione internazionale, coinvolgendo in particolare i paesi dove questo tipo di materiale viene concretamente prodotto o caricato su internet (paesi del sud-est asiatico, certi paesi dell'Europa orientale). Dove a mio avviso vi sono dei problemi è nella collocazione della vittima all'interno delle inchieste dei processi penali che vengono condotti contro i presunti autori. Ho l'impressione che per le vittime, una volta presentata la denuncia, il procedimento penale costituisca ancora un percorso molto difficile e accidentato dove alla sofferenza della violenza subita si aggiungono frustrazioni per le incomprensioni e per esiti sovente per loro negativi. Non dobbiamo neppure dimenticare che molto spesso in questi casi le prove a disposizione sono scarse e, di conseguenza, il giudizio finale viene emesso sulla base del confronto di due opposte versioni, quella della vittima e quella del presunto autore. Quest'ultimo per difendersi sceglie di attaccare la vittima la quale è viene messa in discussione anche come persona – il suo modo di condurre la propria esistenza, i suoi comportamenti, le sue capacità psichiche ed intellettuali e quindi  di riferire in modo corretto e preciso…–. Questo è il vero problema.
Come ovviarvi?
Sul piano legale non abbiamo grandi soluzioni. Ho l'impressione che sia piuttosto un problema "culturale": se da un lato non sono in discussione i principi basilari che presiedono al diritto penale (la presunzione d'innocenza, ndr) dall'altro occorrerebbe interrogarsi in merito all'atteggiamento nei confronti della vittima. Chi si occupa di questi temi, dovrebbe avere consapevolezza della particolare posizione della vittima, le sue dinamiche, del suo modo di funzionare, di riferire i fatti. Occorre, ad esempio, capire che, una vittima può avere dei dubbi, può magari anche ritrattare e che questo fa parte delle difficoltà insite in una persona che ha subìto un torto importante.  Questa cultura della vittima, a mio modo di vedere, fa ancora molto difetto.
Dunque l'iniziativa su cui voteremo – che mette al centro della discussione l'imprescrittibilità – non risponde alle reali priorità giuridiche?
A mio modo di vedere è decisamente prioritario sviluppare una cultura della vittima all'interno dei processi penali. E per cultura della vittima intendo la necessità delle vittime di essere confrontate con persone formate in questo campo: la polizia, magistrati inquirenti e quelli giudicanti, le persone che lavorano con noi, i segretari giudiziari, i cancellieri, ma anche chi riferisce di questi temi, gli stessi media…
Un altro aspetto importante è quello di favorire il meccanismo attraverso il quale gli autori dei reati possano arrivare a riconoscere le proprie responsabilità. Sappiamo infatti che la vittima che si trova confrontata ad una persona che ha ammesso le proprie responsabilità è facilitata rispetto a quella che non ha avuto questo tipo di risposta o atteggiamento da parte del proprio aggressore; inoltre se vi è stato riconoscimento delle proprie responsabilità, la vittima non dovrà confrontarsi con un processo indiziario che costituisce sempre un percorso difficile, se non tormentato. Nel caso di ammissioni di colpa o di responsabilità è inoltre più facile affrontare l'autore, le sue difficoltà e, di conseguenza, ridurre anche il rischio di recidiva. Oltre a ridurre i costi per lo Stato. A mio modo di vedere oggi è prioritario trovare forme, anche legali, per riuscire a favorire le persone (autori di reato) che si assumono le proprie responsabilità.
Fatte queste premesse, torniamo al testo in votazione. Un testo criticato su più punti. I contrari la definiscono particolarmente "sproporzionata" in quanto vi sono reati più gravi, come ad esempio l'omicidio, che non prevedono l'imprescrittibilità….
Le persone che hanno subìto questo tipo di attacchi portano le ferite per anni, per decenni. È dunque difficile, se non impossibile fare delle gerarchie di sofferenza tra un reato e l'altro. Detto questo occorre evitare di illudere le vittime di questi abusi, facendole credere che a distanza di tanto tempo sia ancora possibile ottenere giustizia. Più passa tempo, più l'attività investigativa diventa difficile e l'esito incerto. Più, anche, cresce il rischio di errori giudiziari. A mio avviso sarebbe preferibile che siano forniti gli strumenti per affrontare subito questi reati, queste violenze. Per aiutare la vittima ad avvicinarsi alla giustizia e per spingere chi ha commesso reati ad assumersi le proprie responsabilità.  È in questa direzione che occorrerebbe lavorare ed investire piuttosto che sull'imprescrittibilità i cui risultati concreti per le vittime si riveleranno alla fine molto aleatori.
Tuttavia chi sostiene l'iniziativa afferma che non introdurre l'imprescrittibilità significa offrire una scappatoia a chi ha commesso reato…
Se la vittima non arriva a segnalare a breve o medio termine una violenza subita, poi con il passare del tempo la possibilità che si possa dare una risposta corretta alla sua richiesta di giustizia si riduce in misura considerevole. Anche nel caso di denunce recenti rari sono i casi indiziari che raggiungono l'aula di un tribunale. Ancora più rari sono i casi indiziari che coinvolgono i bambini di età inferiore ai dieci, undici anni.
Lei ha espresso le sue perplessità in merito all'iniziativa. Come valuta invece il controprogetto?
Allungare fino a 33 anni (età in cui è sicuramente stata raggiunta la piena maturità) il termine consentito per sporgere denuncia, meglio sarebbe parlare di possibilità per l'autorità di condurre indagini e di perseguire sul piano giudiziario il reato – mi sembra una via accettabile e proporzionata, rispondente alle esigenze di tempo necessario alla vittima  per elaborare una violenza subita e per trovare la forza per rivolgersi alla giustizia. Le difficoltà di indagine collegate al tempo trascorso, valgono comunque anche per questa proposta. Il controprogetto ha comunque il merito di riferirsi anche ad altri reati, come atti violenti, e non solo ad azioni di carattere sessuale. Infine, per essere completo, il controprogetto dovrà poi a mio avviso essere accompagnato dalle misure indicate.

Storia di un movimento

Marche Blanche è un movimento nato in Belgio nel 1996 voluto dai famigliari delle vittime del pedofilo Marc Dutroux. Organizzato in appena 13 giorni, il movimento riuscì a ottenere l'appoggio dell'intera nazione: furono infatti almeno 350mila i cittadini che il 20 ottobre del 1996 si riunirono nelle strade a sostegno delle vittime, dei loro famigliari anche per protestare contro le disfunzioni del sistema giudiziario nel cosiddetto "affaire Dutroux".
Negli anni, Marche Blanche ha conosciuto diramazioni al di fuori dai confini del Belgio. Anche In Svizzera. Nel dicembre del '99, l'allora ministra della giustizia, Ruth Metzler, decise di sospendere la cellula di monitoraggio incaricata di sorvegliare la rete internet in materia di cybercriminalità in quanto il proseguimento penale degli abusi criminali commessi con strumenti di comunicazione elettronica era "troppo esigente dal punto di vista del bisogno di risorse umane". Una decisione difficilmente comprensibile per i cittadini visto il numero crescente di delitti commessi attraverso la rete. Il mondo politico reagì solo timidamente. Sei mesi più tardi, un'iniziativa cantonale ginevrina chiese la riattivazione di un'unità speciale di monitoraggio di internet, la messa in piedi di una banca dati e una coordinazione intercantonale. Ma il Consiglio federale non diede seguito alle richieste sostenendo che "nel campo della pornografia infantile la Confederazione può limitarsi a compiti di analisi e di coordinamento; spetta invece ai cantoni condurre inchieste sulle infrazioni commesse". A seguito di diversi documentari tv in cui si mostra la scioccante realtà della pedofilia su internet – in particolare un servizio della trasmissione "Temps Présent" del marzo 2001 – un gruppo di genitori reagì riprendendo il concetto della Marche Blanche belga. Il 7 ottobre 2001, migliaia di persone sfilarono nelle strade di otto città elvetiche contro la violenza sui minori.
Inizialmente non fu facile coinvolgere i politici; solo il Pop (Parti Ouvrier Popoulaire) si dimostrò subito disponibile. L'Udc, guidata allora da Ueli Maurer, rispose di non voler dare nessun appoggio all'associazione. (Oggi è il partito che più sostiene l'iniziativa in votazione, ndr).
Marche Blanche non si perse d'animo e il 21 settembre 2002 consegnò alla Cancelleria federale una serie di rivendicazioni tra cui la creazione di un numero maggiore di posti di agenti federali per combattere contro la pedocriminalità, l'allestimento di statistiche federali sui crimini sessuali commessi contro i bambini e la creazione di un Ufficio federale della famiglia. Molto resta da fare. Nel 2004, Marche Blanche ha lanciato l'iniziativa in votazione in votazione il prossimo 30 novembre raccogliendo 120mila firme.

Pubblicato

Venerdì 14 Novembre 2008

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 19 Maggio 2022