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Vittima dell'amianto e della Giustizia

di

Claudio Carrer
Gli rimanevano ancora poche settimane di vita quando nel novembre 2005, con quel poco fiato che i suoi polmoni divorati dall'amianto gli concedevano, diede mandato al suo legale di fare causa al suo ex datore di lavoro per le micidiali polveri che per anni gli aveva fatto respirare a sua insaputa. Hans Moor, che aveva fatto il montatore di turbine per la "mitica" Maschinenfabrik Oerlikon (Mfo) poi rilevata dalla Asea Brown Boveri (Abb) e in seguito da Alstom, chiese di andare avanti con l'azione giudiziaria «fino alla fine». «Questo è il mio testamento», affermò con un filo di voce ma in modo perentorio. Non è un caso che della storia di questo lavoratore morto di lavoro a soli 58 anni se ne sia dovuto occupare anche il Tribunale federale, la massima istanza giudiziaria elvetica.

Ma senza rendergli giustizia: martedì i giudici della prima sezione di diritto civile hanno infatti stabilito che le richieste di risarcimento del danno (per 213 mila franchi) avanzate da Moor poco prima della sua morte erano già prescritte.
«Assurdo», «incomprensibile», «ancora una volta l'hanno data vinta ai potenti», hanno commentato i parenti presenti a Losanna con i legali e gli amici. Anche se il loro sguardo è già tutto rivolto in avanti, in particolare alla decisione che prenderà (tra qualche anno) la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, a cui sarà inoltrato ricorso, ha già fatto sapere  l'avvocato della famiglia David Husmann. «La nostra battaglia per la giustizia non si ferma qui. Mio marito sul letto di morte mi aveva chiesto di combatterla fino alla fine. E così sarà», ci spiega la vedova Renate Howald Moor al termine dell'udienza. «Dei soldi non mi importa nulla. Per me è una questione di principio, perché è giusto che anche i grandi e non solo i piccoli vengano chiamati a pagare per gli errori commessi».
Errori gravi, macroscopici e protratti nel tempo, che emergono con chiarezza dalla ricostruzione della storia professionale di Hans Moor raccontata anche dagli atti giudiziari ma di fatto mai presa in considerazione dai tribunali svizzeri che sin qui si sono occupati del caso (due istanze cantonali in Argovia e pochi giorni fa la Corte federale). Sempre per via della prescrizione.
Durante l'intera vita professionale Hans Moor si è occupato del montaggio e della manutenzione di turbine. Sempre per lo stesso datore di lavoro, nonostante l'azienda per cui lavorava all'inizio (la Mfo) nel corso degli anni abbia più volte cambiato proprietà fino a finire, all'inizio degli anni Duemila, sotto il controllo di Alstom. «Vanto 42 anni di appartenenza aziendale», affermava, fiero, lo stesso Moor nel 2004, quando forse non aveva ancora piena consapevolezza dell'enormità del danno subito per essere stato costretto a lavorare quasi quotidianamente a diretto contatto con l'amianto.
La prima volta è capitato già al terzo anno di apprendistato, nel 1965: era stato impiegato nel montaggio di turbine a vapore. Come regolarmente negli anni successivi: nel 1967 presso la centrale nucleare di Beznau, nel 1968 e nel '69 in Danimarca, tra il 1970 e il 1973 in Australia, poi in Algeria e di nuovo in Australia. Per tutti questi anni Hans Moor è stato a contatto con l'amianto nel 70 per cento del suo tempo di lavoro, in particolare quando si occupava del montaggio o della revisione delle turbine. Un'operazione quest'ultima che imponeva di grattare via l'amianto (che veniva spruzzato in due strati attorno all'involucro come isolante dal calore) e che dunque produceva un gran sollevamento di polvere.
«Il materiale polveroso si depositava sui vestiti di lavoro e in parte ce lo portavamo anche a casa», ricordava nel 2004 Hans Moor illustrando il suo caso ad un funzionario della Suva dal suo letto d'ospedale dove si stava sottoponendo alle prime terapie. Ma non solo: come confermato da numerose testimonianze raccolte dal suo avvocato, nessuno dei lavoratori coinvolti era informato della pericolosità dell'amianto: la prima circolare in cui si fa riferimento a ciò è stata emessa dalla Abb solo nel 1989, vale a dire un anno prima la messa al bando da parte della Confederazione di questo materiale un tempo considerato "miracoloso" per le sue proprietà isolanti e per la sua economicità.
Ma questo non vuole ancora significare che in seguito i lavoratori venissero informati: Ad Hans Moor ancora nel 1992 e nel 1996, quando fu mandato a fare lavori di revisione di turbine negli Stati Uniti e sull'Isola caraibica di Aruba, non è mai stato né imposto né consigliato di portare anche una semplice maschera di protezione. Non esistevano nemmeno impianti d'aspirazione e gli operai lavoravano in mezzo alla polvere. Soprattutto quando i lavori di revisione non avvenivano in fabbrica ma direttamente presso le centrali elettriche, dove il rispetto dei valori limite di polverosità non veniva neppure verificato. Due fotografie ricordo scattate da Moor a 26 anni di distanza l'una dall'altra  mostrano con evidenza come le condizioni di lavoro ad Aruba nel 1996 fossero praticamente le stesse che erano state documentate durante i lavori di revisione di una turbina a vapore a Dalum (Danimarca) nel 1970!
Hans Moor, come tutti i lavoratori venuti in contatto con grossi quantitativi di polveri di amianto, aveva insomma prenotato la morte. Il suo calvario è iniziato il 7 marzo 2004 con la diagnosi: mesotelioma pleurico maligno, il classico tumore da amianto. Nonostante la gravità della situazione, Moor nutriva ancora delle speranze: «Mi hanno asportato il 90 per cento della massa tumorale, il restante 10 cercano di eliminarmelo con la chemioterapia e la radioterapia», spiegava Moor al funzionario della Suva nel luglio 2004. «Al momento, considerate le circostanze, sto abbastanza bene. Spero che, una volta terminato il terzo ciclo di chemioterapia e stabilizzatisi i valori, di poter riprendere il lavoro».
Ma questo, purtroppo, non accadrà mai: il 30 aprile 2004 resterà il suo ultimo giorno di lavoro. Le terapie antitumorali sono proseguite fino al 10 agosto 2005, quando vennero interrotte poiché il suo corpo non era più in grado di sopportarle. Poi il declino degli ultimi mesi: «Le difficoltà respiratorie si aggravavano costantemente. A un certo punto aveva bisogno dell'ossigeno ventiquattro ore su ventiquattro e non poteva più parlare. Ha avuto una morte molto dolorosa», ricorda la vedova. Dolorosa dal punto di vista fisico, ma anche da quello psichico: «È dura accettare la decadenza del proprio corpo, accettare di essere finiti in una strada a senso unico che porta solo alla morte», conclude Renate Howald Moor, che proprio non riesce a spiegarsi l'attitudine passiva della giustizia svizzera nei confronti delle vittime dell'amianto.


I giudici: «Una storia triste, ma c'è la prescrizione»

L'azione di risarcimento del danno intentata dal legale di Hans Moor contro Alstom Svizzera (successore in diritto delle società per cui la vittima ha lavorato) per violazione dell'obbligo contrattuale del datore di lavoro di tutelare la salute dei propri dipendenti si prescrive in dieci anni. Dieci anni a partire dal momento in cui la vittima ha respirato dell'amianto senza alcuna protezione o dal momento in cui viene diagnosticata la malattia, che può apparire anche trenta o quarant'anni dopo l'esposizione? Era fondamentalmente a questa domanda che i cinque giudici del Tribunale federale (Tf) erano chiamati a rispondere nell'ambito dell'udienza pubblica tenutasi martedì a Losanna. Quattro di loro si sono espressi per la prima tesi ed hanno così confermato le argomentazioni delle precedenti istanze (il Tribunale del lavoro di Baden e il Tribunale d'appello argoviese), così come la propria giurisprudenza in materia di prescrizione, nonostante sia da decenni oggetto di critiche da parte di autorevoli professori di diritto. Ne consegue che le pretese risarcitorie dei familiari di Hans Moor erano già prescritte nel 1988, cioè dieci anni dopo che la vittima era stata per l'ultima volta esposta in modo continuativo e senza misure di protezione alle polveri di amianto. Da questa interpretazione della legge risulta così che la prescrizione subentra prima del danno, cioè della diagnosi della malattia. Pur riconoscendo che quella dell'amianto «è una storia triste» e che «la macchina è stata spenta in modo troppo lento», i giudici di Mon Repos hanno ritenuto prioritario "blindare" lo strumento della prescrizione, a tutela di imprenditori e azionisti che non possono essere chiamati decenni dopo un determinato evento a risarcire dei danni per i quali magari non hanno nemmeno avuto alcuna responsabilità diretta. «Il legislatore sarebbe potuto intervenire ma non lo ha fatto e il Tribunale federale non può sostituirsi al Parlamento», hanno inoltre argomentato i giudici, prima di respingere con quattro voti contro cinque (l'unica voce fuori dal coro è stata quella della giudice -eletta su indicazione del Partito socialista- Rottenberg Liatowitch) l'istanza che oggi viene portata avanti dalle due figlie di Hans Moor.


Gli avvocati: «Sentenza politica»

Poteva essere una sentenza storica, tra le più importanti degli ultimi vent'anni in materia di diritto civile. Ma i giudici del Tribunale federale hanno deluso le aspettative e confermato una prassi vecchia di cinquant'anni e sempre meno convincente, sia per il cittadino comune che per molti esperti giuristi.

David Husmann, legale della famiglia Moor e specialista della materia, è naturalmente «molto deluso» della sentenza emanata martedì dal Tf, anche se per certi versi si aspettava una «simile mancanza di coraggio». «La logica non sta di casa qui. Mi sa che andiamo a incassare una sconfitta», ci aveva detto salendo le scale del Tribunale poco prima dell'inizio dell'udienza.
L'avvocato zurighese rimane comunque persuaso che quella riproposta dai giudici è «un'interpretazione assurda» della legge: «Il Codice delle obbligazioni stabilisce in modo chiaro che la prescrizione nell'ambito del diritto contrattuale inizia a decorrere dal momento in cui una pretesa diventa esigibile, il che logicamente non è possibile prima che subentri il danno, come invece pretendono i giudici del Tribunale federale», spiega Husmann dicendosi certo che l'annunciato ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo costringerà la Svizzera a cambiare una prassi considerata dalla maggioranza della dottrina «assurda», «iniqua» e «urtante».
Una prassi pure in contrasto con quella internazionale: «In altri paesi (come Germania, Francia, Olanda, Italia, Danimarca) di fronte ai danni causati dall'amianto i tribunali considerano che la prescrizione decorre a partire dal momento della scoperta della malattia e così garantiscono alle vittime il diritto al risarcimento e alla riparazione del danno», ricorda Husmann. Succede così che le medesime imprese (come la stessa Alstom) che all'estero vengono condannate a risarcimenti milionari, in Svizzera sfuggono alla giustizia.
«Questa è chiaramente una sentenza politica», commenta dal canto suo l'avvocato Massimo Aliotta, spettatore interessato al processo di Losanna in quanto presidente dell'Associazione svizzera delle vittime dell'amianto e autore di decine di cause civili in questo ambito. «È infatti una questione politica stabilire  che l'interesse di un imprenditore vale di più di quello di un lavoratore. Lavoratore che non ha potuto fare niente per evitare di ammalarsi a decenni di distanza dall'esposizione all'amianto. Al contrario dell'imprenditore che avrebbe avuto gli strumenti per impedire la messa in pericolo della vita di decine o centinaia di lavoratori e non ha fatto nulla». «Eppure -si lamenta Aliotta- il Tribunale federale continua a proteggere gli imprenditori nel modo che abbiamo visto questa mattina e a negare ogni forma di giustizia alle vittime dell'amianto solo perché questa fibra scatena la malattia decenni dopo essersi depositata nei polmoni dei lavoratori». È una situazione «semplicemente intollerabile», che tra l'altro, fa notare Aliotta, viola un principio fondamentale della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del Consiglio d'Europa (Cedu) che garantisce a ogni persona l'accesso a un tribunale che si pronunci sui suoi diritti di carattere civile.
Sono dunque buone le speranze che la Corte di Strasburgo costringa finalmente la Svizzera a cambiare la sua prassi e spalanchi così le porte della giustizia alle vittime dell'amianto: sinora nel nostro paese si sono registrati più di 1.300 morti e si calcola che nei prossimi anni ve ne saranno almeno altrettanti.
«È evidente che i giudici erano coscienti che un cambiamento della prassi in materia di prescrizione avrebbe provocato centinaia o migliaia di cause civili contro molte imprese, le quali con questa sentenza vengono invece tutelate», conclude l'avvocato Aliotta, che ritiene tuttavia indispensabile proseguire con le azioni in ambito giudiziario. Non ripone per contro grandi speranze nei progetti allo studio in ambito politico (vedi box sotto) perché per le vittime dell'amianto una revisione legislativa «rischia di rivelarsi inutile o troppo tardiva».

Pubblicato

Venerdì 19 Novembre 2010

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