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Vita nel kolchoz

di

Gianfranco Helbling
Lev Dodin non si discute più: il regista russo è uno dei grandi miti del teatro d’inizio millennio, acclamato in Occidente forse più di quanto non lo sia in patria. Ogni sua regia è un evento o viene fatta diventare tale dallo star-system teatrale che, per quanto rudimentale rispetto al mondo del cinema, cura amorevolmente le sue stelle. Tanto da far sorgere il dubbio che le ultime produzioni di Dodin viste da queste parti non siano state pensate tanto per il pubblico russo, quanto piuttosto per quello dei grossi festival di teatro occidentali, che acquistando i suoi spettacoli garantiscono la sopravvivenza della sua compagnia, quella del Maly di San Pietroburgo. È quindi stata da non perdere l’occasione, offerta la scorsa settimana dal Piccolo Teatro di Milano, di rivedere la prima regia di Dodin di un certo successo, quella che, caduto il muro di Berlino, lo rese famoso anche in Occidente: si tratta di “Fratelli e sorelle” del 1983, imponente produzione (43 attori per oltre sei ore di spettacolo divise in due parti), acclamata da un pubblico milanese davvero entusiasta. Lo spettacolo è l’adattamento scenico di un romanzo di Fedor Alexandrovic Abramov. Vi si racconta di alcuni anni nella vita di Pekashino, un kolchoz situato nel nord della Russia, fra il 1945 e i primi anni ‘50. La situazione era disperata. Quasi tutti gli uomini partiti per la guerra erano morti in combattimento, quelli che tornavano erano invalidi. Le donne si erano ammazzate di lavoro durante tutta la guerra con la coltivazione del grano e nel taglio della legna dei boschi. Ma il cibo era sempre troppo poco, anche perché il partito lo destinava quasi tutto al fronte prima, alle città poi. A Pekashino si era così sempre in situazione di emergenza, le promesse di un futuro migliore si susseguivano in continuazione ma non si concretizzavano mai. In questa desolazione Abramov, perfettamente assecondato da Dodin, ha voluto porre in risalto i destini individuali, che emergono dal dramma collettivo pur essendovi indissolubilmente legati. Col procedere della narrazione scenica gli spettatori finiscono così con l’individuare il carattere dei protagonisti, tanto da affezzionarvicisi. Pur nella forza della sua dimensione collettiva, in “Fratelli e sorelle” emerge progressivamente il personaggio di Mikhail Prjaslin, magistralmente interpretato da uno straordinario Pyotr Semak. Mikhail, un giovanotto semplice ma schietto, era appena adolescente durante la guerra. Ma, per la sua resistenza fisica e la sua disponibilità a lavorare, ha dato un contributo notevole alla sopravvivenza degli abitanti di Pekashino, tanto da diventare il beniamino del villaggio prima e, qualche anno dopo, addirittura il presidente del kolchoz. Rivedere oggi “Fratelli e sorelle” è quasi un’operazione di archeologia teatrale oltre che politica. In effetti questo spettacolo è da un lato uno dei primi frutti di quella breve stagione di riforme introdotta nell’allora Unione sovietica da Mikhail Gorbaciov: la denuncia dello sfruttamento dei contadini per trascinare di forza il progresso industriale del paese, il dito puntato contro i carrieristi di partito (emblematicamente raffigurati dall’amico d’infanzia di Mikhail, Egorsha), l’accento messo sui continui inganni da parte dei funzionari e il tradimento della fiducia che il popolo per decenni aveva riposto in loro, oltre che la sottolineatura del fallimento della politica economica del partito che si riflette in un evidente degrado sociale, erano pensabili soltanto in regime di Glasnost, cioè di aperture verso una maggiore libertà d’espressione e d’informazione volute da Gorbaciov. Ma l’interesse maggiore di questa riproposta di “Fratelli e sorelle” risiede nella possibilità di ritornare ad una delle tappe più significative nella ricerca estetica di Dodin. In questo spettacolo è evidente il gusto per la costruzione di complessi quadri d’assieme, che però raramente si scostano da un realismo assai rigoroso. L’azione è molto fisica ma non diventa mai coreografata, tranne ovviamente nelle numerose e suggestive scene di ballo. È quello tracciato da Dodin nell’83 un affresco a tinte forti dell’Unione sovietica postbellica, dipinto con pennellate decise per quanto piene di partecipazione umana per i suoi personaggi, e comunque certamente lontano dall’evoluzione più espressionista vissuta in seguito con spettacoli come “Gaudeamus”, “Claustrophobia” o “Chevengur”, nei quali la dimensione più astratta della vita umana, dei sogni come degli incubi, sempre più si materializza in scena. “Fratelli e sorelle” però sottolinea anche l’importanza del lavoro teatrale in un ensemble stabile, continuamente arricchito di nuovi talenti, nel quale i processi creativi sono di tipo laboratoriale. La resa scenica complessiva non sarebbe indubbiamente la stessa se Dodin non lavorasse da anni con un gruppo di attori affiatato e che cresce artisticamente con il regista e con i suoi spettacoli, riversando sul pubblico una generosità pari soltanto alla sua straordinaria padronanza tecnica del mestiere. Fedele erede del patrimonio ideale di Stanislavskij, oltre che giovanissimo allievo di Mejerchol’d, Dodin aggiorna così, confermandone la grandezza, la gloriosa scuola del teatro russo del ’900.

Pubblicato

Venerdì 6 Dicembre 2002

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