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"Virginio, ti ricordi la nostra montagna?"

di

Maria Pirisi
Stefano Guerra
Quattro ragazzi sorridono nella foto: è un momento di pausa per i fratelli Pietro e Angelo e i loro due cugini, Virginio e suo fratello maggiore Giovanni. «Sì, sì: Virginio son mì». Ritrovare gli operai di allora non è facile dopo 40 anni e quella voce – via telefono – da Vazzola (Treviso) giunge come un bacio della fortuna. Virginio, 59 anni, è uno dei quattro cugini Da Dalto che nei giorni della tragedia lavoravano lassù a Stabiascio. Dei quattro suo cugino Angelo è il più conosciuto: la sorte che si è portato via quella notte tutti coloro che erano nella galleria lo ha risparmiato allora donandogli ancora 40 anni di vita. «Se n’è andato 7 mesi fa», ci dice Virginio Da Dalto. Quarant’anni sono molti ma non abbastanza da intaccare il ricordo della tragedia. Vorrebbe parlare in italiano Virginio ma l’emozione non glielo permette. Solo ancorato al suo dialetto veneto, la lingua delle sue radici, può calarsi nel dolore di quei giorni del 1966. L’8 gennaio 1963, neanche diciottenne Virginio arriva a Biasca dove viene assunto per la manutenzione delle strade dalla Ditta Guscetti. L’anno successivo, raggiunge suo fratello Giovanni a Stabiascio e lì lavora come capo-macchina, addetto al bettume per il rivestimento. «Verso le 23 del 15 febbraio ero uscito all’esterno per preparare dell’altro materiale e mangiare un boccone in mensa. Più tardi, sarà stata l’una, con altri tre miei compagni stavo per rientrare in galleria per riprendere il lavoro di rifinitura quando mi vedo arrivare incontro mio cugino Angelo. Frastornato, pieno di fango e con dei graffi sanguinanti ripeteva “sono tutti morti!” Non entrate in galleria!"» Parte l’allarme e da lì il silenzio della montagna è rotta da una ridda di voci e un correre alle baracche e al telefono. «Me lo ricordo come se avessi l’Angelo qui davanti: l’ho fatto sedere su una panca in mensa. Non riusciva a bere neanche un sorso d’acqua, fissava il vuoto come imbambolato. Nel giro di qualche minuto si era tutti lì in mensa e con me accanto c’era anche il siciliano Michele Cianci, pronto a riprendere il lavoro dopo che verso le 23.30 era uscito perché si era sentito male. Un malore che gli ha salvato la vita.» Si rivede Virginio correre alla baracca, col cuore in gola a svegliare suo fratello Giovanni e gli altri. Nel frattempo, allarmati dal cuoco del cantiere, arrivano le guardie dei Forti accompagnate dall’addetto alla teleferica Mario Trapletti. «Quando han portato fuori le salme dei nostri compagni, alcuni si sono subito offerti ad aiutare a caricare le bare per trasportarle a valle. Tra loro mio fratello Giovanni, allora 24enne. Io ed altri ragazzi non ce la siamo sentita e abbiamo preferito stare in baracca. Eravamo così scossi che le parole che ci uscivano erano solo frasi smozzicate. Non frasi, domande. Il nostro era un andare avanti e indietro tra i letti, come animali in gabbia. Non ci capacitavamo, ci guardavamo attoniti, non riuscivamo e non potevamo capire.» Una notte in bianco, e poi giù la mattina verso le 8.30 del 16 febbraio con in mano la valigia sulla strada che dall’acqua porta ad Airolo. Carichi di dolore e con quattro stracci a testa, gli “scampati” vengono convocati dalle autorità all’obitorio per il rituale di riconoscimento. «Mi tremavano le gambe a varcare la porta. Erano lì con i volti sereni, tutti avvolti da un lenzuolo. Tra loro anche Luigi Ranza, mi avevano detto che la morte lo aveva fermato nell’atto di accendersi l’ultima sigaretta. Eravamo sempre insieme nei pochi momenti liberi, si giocava a carte o si beveva un bicchiere di vino. E…» La voce s’incrina e dall’altro capo si sente deglutire. «Volevo solo tornare a casa. Riabbracciare la famiglia, allontanarmi dal luogo della tragedia.» Ma il dolore lo riabbranca qualche giorno dopo al funerale di un loro compagno veneto. «Io e mio fratello Giovanni, insieme ai cugini Da Dalto [Angelo e Pietro, ndr] siamo andati al funerale di Elpidio Vettori [si veda nella pagina accanto, ndr] di Cimetta, un paesino accanto al nostro. Ci conoscevamo benissimo e lui per riuscire a convincere i genitori a lasciarlo andare faceva sempre il nostro esempio. Cosa mi ricordo di quel giorno? Avrei voluto dimenticarlo. Dimenticare lo strazio dei genitori. Se altre famiglie hanno provato quel terribile dolore della perdita, il padre e la madre di Elpidio ne hanno provato uno ancora più grande. Poverissimi avevano altri due figli, una femmina e un maschio: quest’ultimo lo avevano perso quando pochi anni prima quando aveva 6 anni, investito da un auto il giorno della sua Prima Comunione. Non volevamo che Elpidio si allontanasse da casa: erano ossessionati dall’idea di perdere anche lui. Proprio quando cominciavano ad essere contenti perché grazie al loro figlio potevano finalmente costruirsi una casa, ecco che lui muore. A soli 24 anni. Fa male ancora oggi ricordare le loro facce annientate dal dolore.» E qui riaffiora un’istantanea. «Prima di entrare la sciolta cantava, Elpidio aveva comprato la Gazzetta dello sport ed era tutto contento. Giocavano a Totocalcio e avevano vinto una somma modestissima, cosicché una ventina di giorni dopo la tragedia quando siamo tornati lassù abbiamo visto arrivare la lettera di quei quattro soldi da dividere. Soldi che nessuno di loro avrebbe più potuto riscuotere.» La povertà, il comune denominatore che aveva fatto vincere la paura di lasciare i propri confini per andare verso lo sconosciuto. «Mio padre lavorava sempre però di soldi in tasca non ne aveva mai. Per cambiare il destino, a noi giovani non restava che emigrare.» Una vita in galleria al freddo e nell’umido. Fuori oltre un metro e mezzo di neve. Si lavorava duro, sottoterra. «I miei tre figli maschi sorridono credendo che esageri quando racconto loro della vita che facevo. Glielo dico io che abbiamo lavorato lassù. “Lavorà sul serio, no par rider”. Volevo stare a monte, e non in fondo al cunicolo perché lì c’era pendenza e più si andava di sotto più ci si doveva muovere nell’acqua. A volte sentivo i brividi e non solo per il freddo, allora si scherzava con i compagni per dimenticare fatica e pericoli.» «Eppure nonostante la fatica il morale era sempre alto. C’era Giovanni Domenighini che suonava la fisarmonica [morto anche lui nella tragedia, ndr], si cantava o si giocava a carte. Di giorni di libero si aveva la domenica, a volte solo il pomeriggio di domenica. Bisognava lavarsi gli indumenti, riposarsi. No, non c’era molto spazio per gli svaghi. Qualche volta si scendeva ad Airolo col taxi, si faceva il giro delle bettole e ristoranti e verso mezzanotte di domenica si tornava su, un po’ brilli. Un po’ troppo…» La fragorosa risata di Virginio irrompe dalla cornetta del telefono restituendogli tutta l’esuberanza di un tempo. «Le morose? Ad avere il tempo si trovavano ma era quello che mancava [e giù altra risata, ndr]. Inutile infiorare le cose: bisogna dire le cose come stavano. Eppoi di tutti i nostri amici morti lassù, bisogna anche ricordare la loro gioventù, la loro voglia di vivere.» Poi il tono si fa di nuovo triste: «Sa una cosa? Che ogni volta che guardo le foto dei miei compagni penso che al posto della croce poteva anche esserci anche la mia. E di questo non dimentico mai di ringraziare Iddio.» Lassù Virginio, così come suo fratello Giovanni e gli altri, ci è ritornato 15 giorni dopo la tragedia. «C’è voluto del tempo per superare quella notte ma poi sono arrivati nuovi compagni e la vita ha ripreso a scorrere. Forse con un po’ più di tristezza e paura, di certo con la fatica di sempre.» Un ultima cosa gli chiediamo: ha mai ricordato con suo cugino Angelo quella notte? «Tutte le volte (e sono state tante) che ci si ritrovava, Angelo facendosi triste mi diceva: “Ti ricordi la nostra montagna dove abbiamo lasciato tutti i nostri compagni?» Mario Da Dalto non credette ai suoi occhi quando un giorno dell’autunno ’65 andò in banca a ritirare i soldi che gli mandavano i figli Virginio e Giovanni dalla Svizzera. Non c’era il solito gruzzolo, ma molti più soldi. Rincasando non si fermò neppure per il solito bicchiere di vino all’osteria. Raccontò subito il suo stupore alla moglie Adele. Che prese carta e penna: «Non li avrete mica rubati per caso?», scrisse la madre ai figli. Nei giorni che durò l’equivoco Mario Da Dalto non si dette pace: «mio padre continuava a predicare l’onestà; diceva che è sempre meglio dire una parola di meno che una di troppo. E che si lavora una vita intera per farsi un nome, per conquistarsi la fiducia delle persone, ma che bastano 5 minuti per perdere tutto», racconta Giovanni Da Dalto. Toccò a lui e a Virginio chiarire la cosa, tranquillizzando i genitori. Quella volta, oltre a quel che restava (quasi tutto) dei loro due stipendi, avevano spedito anche i soldi guadagnati dall’amico Elpidio Vettori, un ragazzo che veniva da una famiglia povera di Cimetta, un paese vicino a Vazzola, e che si era offerto di dare una mano ai Da Dalto prestando loro i soldi necessari per ultimare i lavori della casa di famiglia. In quella casa oggi vive Virginio (vedi articolo accanto). Elpidio Vettori morirà pochi mesi dopo a Stabiascio. Un paio d’anni fa, facendo ordine nella soffitta della sua casa di Lostallo, in Mesolcina, Giovanni Da Dalto ritrovò le buste paga di quando lavorava a Cruina e a Stabiascio. Fa due calcoli al volo: «Una media di 360-370 ore al mese, con una punta oltre le 400 ore, 6 giorni alla settimana, 27 giorni al mese». Quel che si guadagnava veniva spedito a casa. Lassù in val Bedretto «non c’era granché da spendere», dice Giovanni. «Mi servivano quei pochi soldi per mangiare, per qualche cena, ma siccome non bevevo e ad Airolo si scendeva solo ogni tanto in estate, buona parte della paga andava ai genitori: i soldi sono serviti per mantenere il padre invalido, per comprare il terreno e poi per costruire la casa di famiglia». Non per tutti era così: «C’era anche chi non arrivava alla fine del mese. Alcuni andavano dalle “signorine” ad Airolo, altri si giocavano tutto alle carte». Sessantacinque anni, fratello di Virginio, cugino di Angelo e Pietro, Giovanni è uno dei quattro Da Dalto che lavoravano a Stabiascio quando avvenne la tragedia. È di Vazzola, provincia di Treviso. Oggi ormai, dopo quasi 40 anni passati in Mesolcina, «si sente più di qua che di là» malgrado l’inestinguibile accento trevigiano. Sposato con Maria, anche lei di Vazzola, con un figlio di 28 anni e una figlia di 25, Giovanni Da Dalto ha lavorato 37 anni alla Giudicetti Sa, una ditta di pavimentazioni stradali alla quale dà ancora oggi man forte in caso di bisogno. È un uomo sempre in movimento, per lavoro o per il carnevale “I Goss” di Lostallo, per l’associazione artigiani Mesolcina e Calanca oppure per la locale squadra di calcio. Arrivò in val Bedretto nel giugno del ’64 (e ricorda come «molto deprimente» quando «ci stipavano come bestie giù in frontiera» per i controlli sanitari). Prima di entrare in galleria per i lavori di rifinitura, a Cruina e a Stabiascio lavorò soprattutto come macchinista all’esterno del cunicolo: in appoggio alle squadre che costruivano le prese e sistemando nelle discariche il materiale di scavo che i trenini dal fronte di avanzamento portavano fuori. Lavorare lassù era duro, soprattutto in inverno. «Nei giorni più rigidi la temperatura scendeva fino a 20-25 gradi sotto zero. La pala meccanica non aveva cabina, e a me toccava scendere e andare a mettermi contro il radiatore per riscaldarmi prima di tornare su», ricorda. Mesi di fatiche. A casa si tornava solo per le vacanze di agosto e a Natale. La domenica era giorno di riposo, ma solo per modo di dire. A volte si lavorava fino a mezzogiorno. C’era chi prendeva il tassì per andare ad Airolo. Durante la settimana, invece, ognuno si distraeva come poteva. Uno dei passatempi preferiti di Giovanni – che era anche appassionato lettore di libri di storia del periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale – era un piccolo telaio dove si inventava degli scialli che regalava alla fidanzata e alle fidanzate degli amici, come la Tilde (non ancora Chivilò, vedi nella pagina accanto) cui è legato da un’amicizia che dura tutt’oggi. La sera della tragedia Giovanni Da Dalto aveva terminato il turno alle 18. La cena, una partita a dama nelle baracche di Stabiascio, poi a letto verso le 22. Da lì in avanti la memoria che cerca i dettagli fa cilecca. Giovanni Da Dalto ricorda però di essere stato l’ultima persona ad averli visti entrare nel cunicolo: «gli ho dato le batterie, i fari». Per un attimo la voce si spezza: «scusate...». Poi riprende: «Le cose che mi sono rimaste molto impresse sono quel ragazzino, il Barilani [aveva appena compiuto 19 anni, ndr], che con le mani dietro la testa rivolta indietro sembrava che rideva; un altro, il Ranza, che si stava accendendo la sigaretta in questa posizione qui [mima il gesto]: sembrava che avesse un fiammifero in mano; poi un altro appoggiato sul casco; e il caposquadra, il Maglia, seduto al posto di guida del trattore. Per come erano messi, credo che non si sono accorti di niente». Lo choc è tremendo. L’indomani Giovanni Da Dalto va al cimitero a vedere i compagni morti prima di salire su un treno diretto verso casa. «Ero talmente instupidito che non avevo nemmeno telefonato alla famiglia per dire che stavo bene e che stavo tornando». La memoria si appanna. Rivede uno dei fratelli (l’unico rimasto giù, oltre a una sorella) che lo aspetta alla stazione di Conegliano Veneto. E rivive – questi sì con chiarezza – il dolore e l’angoscia provati nell’attesa di incontrare i genitori e la sorella di Elpidio Vettori. «L’avevamo fatto venire via noi quel ragazzo: e adesso torniamo a casa e manca solo lui. È stato... un po’ duro. Non so spiegare esattamente come mi sentivo in quei giorni a casa, eravamo tutti confusi: attorno a noi c’era disperazione, e noi ci sentivamo in un certo senso un po’ fortunati...». Una “pausa” di una quindicina di giorni. Poi il lavoro in Svizzera deve riprendere. E la paura va affrontata: «Io mi trovavo in officina quando è arrivato l’Angelo chiedendomi di preparargli una batteria. Gli dico: “Vai dentro?”. “Sì”, mi fa. Vedo che prende la batteria, la controlla, guarda il portale, torna indietro, mi chiede cosa sto facendo. Ci ho messo un attimino a realizzare che aveva bisogno di compagnia per entrare in galleria. Lui non l’aveva ancora fatto da quando era tornato su a Stabiascio. Così gli chiedo: “Vuoi che venga dentro assieme?”. “Te ma faresat un piasé”", mi dice». I due cugini Da Dalto entrano nel cunicolo: «Mi ha raccontato come ha fatto ad uscire: l’acqua della rigola, le cadute, il punto dov’era caduto il Bonetti, il faro del trattore fermo. Ci siamo fermati un bel pezzetto. E mi diceva che il gas non aveva nessunissimo odore; lui la sapeva lunga perché era da una ventina d’anni che lavorava nelle miniere di carbone in Belgio e nelle gallerie. Continuava a dirmi: “ma perché ci hanno chiesto se avevamo maschere antigas?”». Angelo Da Dalto sarebbe tornato dentro il giorno dopo. Giovanni gli chiese se voleva che andasse con lui. «No, stavolta devo andare da solo», si sentì rispondere.

Pubblicato

Venerdì 17 Febbraio 2006

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