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Violenza di Stato

di

Martino Dotta
La Svizzera vanta, a ragione, una lunga tradizione democratica. Le strutture statali e le pubbliche amministrazioni sono collaudate e ben ancorate nei principi di sussidiarietà e solidarietà tra i diversi livelli di potere (Comuni, Patriziati, Cantoni e Confederazione). La separazione tra legislativo, esecutivo e giudiziario è un dato acquisito e radicato, sia nella mentalità corrente, sia nella legge fondamentale (Costituzioni federale e cantonali). In genere, mezzi di comunicazione, gruppi di interesse e partiti politici svolgono un compito di regolamentazione e riequilibrio dei rapporti di forza, di modo che nessuno può avere in misura arbitraria il sopravvento sull'altro. La dittatura oppure forme di autoritarismo assoluto sono realtà sconosciute, inimmaginabili in un ordinamento legale come il nostro. Potremmo concludere di vivere nella migliore delle società possibili, tanto da suscitare la comprensibile invidia di altri paesi e collettività, che ammirano la nostra capacità di curare il bene comune. In teoria, l'intero castello giuridico ed amministrativo serve a salvaguardare e promuovere i diritti fondamentali, anzitutto delle minoranze culturali, politiche o religiose. Il coinvolgimento politico della società civile e lo spazio riservato al sentire collettivo sono principi riconosciuti, nonostante le forti pressioni verso un'accresciuta integrazione della Svizzera nel (nuovo?) ordine mondiale.
In ogni ingranaggio ben oliato, tuttavia, di tanto in tanto s'introducono dei granelli di sabbia, che ne insinuano l'attività corrente e l'efficacia. Ne sono degli esempi il graduale allentamento delle maglie della rete sociale, la colpevolizzazione di bisogni e precarietà, la politica dell'immigrazione, la cultura neoliberista o l'emarginazione sociale delle istituzioni religiose. Come altre nazioni, anche Elvezia sta conoscendo sempre di più manifestazioni preoccupanti di "violenza collettiva", per cui il cosiddetto Stato di diritto è messo in discussione a colpi di provocazioni, iniziative popolari, riforme legislative, interpellanze parlamentari o decisioni di tribunali. Il tutto avviene, di solito, a favore di lobby specifiche o dell'indefinita "volontà popolare"; spesso, è a discapito delle fasce più deboli e indifese della cittadinanza.
Non è forse "violenza di Stato" quando non è posto limite allo strapotere della burocrazia oppure un cittadino qualunque deve aspettare mesi o persino anni prima di ricevere una risposta da un ente statale (si pensi alle domande di disoccupazione, invalidità o assistenza, come pure per il rinnovo di permessi di soggiorno)? Non si tratta di "violenza di Stato" quando, in nome della libertà d'espressione, sono lanciate accuse gratuite e spesso pretestuose verso gruppi sociali ben definiti (vedi gli immigrati, come nel caso delle stomachevoli campagne pubblicitarie dell'Udc), oppure quando la responsabilità della rottura di un rapporto coniugale è tendenzialmente attribuita alla parte straniera? Non è una forma di "violenza statale" quando alle comunità religiose è imposto il silenzio di fronte a tematiche squisitamente politiche, sociali o culturali?

Pubblicato

Venerdì 31 Agosto 2007

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