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Viaggio di sola andata

di

Veronica Galster
L'Italia sta facendo parlare di se per la recente politica di respingimento dei barconi di immigrati provenienti dalla Libia. Politica in contrasto con il principio di "non-refoulement" previsto dalla Convenzione di Ginevra. Mohamed*, un immigrato tunisino arrivato in Italia in un periodo più favorevole, dieci anni fa, racconta il suo viaggio e lo sbarco a Lampedusa. Oggi Mohamed vive nel Nord Italia, lavora come interprete e sta terminando la sua formazione universitaria.

In Tunisia era una persona normale, un ragazzo come tanti. Quando ha deciso di scappare era il 1998, aveva appena compiuto 26 anni e frequentava il terzo anno di giurisprudenza. Si stava preparando per gli esami di gennaio. «In quel periodo c'erano parecchie manifestazioni studentesche organizzate dalla sinistra. Io non ero coinvolto in queste manifestazioni, ma visto che ero già stato incarcerato due volte per motivi politici, la polizia cercava di fare pressione su di me per avere delle informazioni su quello che stava succedendo», racconta Mohamed. La prima volta che è stato in prigione, arrestato per appartenenza ad un'associazione non autorizzata, aveva 18 anni. È anche stato torturato e la paura di dover rivivere quei momenti era tanta. «Non riuscivo a vedere un futuro per me in Tunisia, così ho cominciato a pensare di scappare», spiega, «sapevo che c'erano delle persone che organizzavano queste fughe, così mi sono informato presso i miei famigliari se c'erano dei contatti».

I preparativi

Mohamed cominciò a prepararsi ad affrontare il viaggio via mare «Ho iniziato a fare degli allenamenti di nuoto sia in piscina all'università che in mare. All'università ero seguito da un professionista e imparavo le tecniche, poi ogni giorno andavo da solo in mare a provare quanti chilometri potevo nuotare. Volevo essere pronto per qualsiasi cosa». Ha preparato anche l'arrivo in Italia, contattando degli amici che erano già lì, in modo da avere un punto di riferimento sul posto: si sarebbero occupati di metterlo in contatto con le Acli per avere un'assistenza durante la procedura di domanda d'asilo.
«Finalmente, a metà dicembre, qualcuno mi ha contattato dicendomi di andare verso il mare, nel centro di Tunisi. Mi ha detto qual era il prezzo per il viaggio e sono partito con i soldi e una parte dei documenti», continua Mohamed. Una volta arrivato, ha dovuto aspettare ancora 6 giorni nascosto nei boschi «Dovevamo aspettare di avere abbastanza persone per poter pagare la barca che costava circa 20 mila franchi. All'inizio eravamo in tre, poi ogni giorno si aggiungeva qualcuno e alla fine eravamo circa una quarantina in una camera di dieci metri quadrati». Finalmente, il sesto giorno gli organizzatori comunicarono che la barca era pronta. Potevano preparare i soldi e andare verso il mare, sarebbero partiti la sera stessa con il buio.

Il viaggio

«L'imbarco è un momento critico. Al primo tentativo ad esempio ci hanno detto che la barca era pronta e dovevamo dare i soldi. Alcuni hanno pagato, ma la barca non è mai arrivata e quelli i soldi non li hanno più visti», racconta Mohamed e spiega «La barca non può arrivare fino a riva, altrimenti si incastra nella sabbia. Una parte del gruppo rimane a terra con i soldi e gli organizzatori, mentre un'altra parte comincia ad andare alla barca. Quando i primi arrivano controllano che sia tutto in ordine, danno l'ok e anche l'altra metà sale sulla barca. Io ero nel primo gruppo, siamo partiti con i nostri sacchi di vestiti in mano, pensavamo che l'acqua ci sarebbe arrivata al massimo alle ginocchia, ma il mare era agitato e le onde ci sommergevano. Essendo dicembre poi, l'acqua era molto fredda. Alcuni che non sapevano nuotare hanno dovuto tornare indietro, tutti i sacchi di vestiti sono tornati a riva (per la gioia di chi stava in spiaggia a ripescarli) e molti sono arrivati sulla barca completamente nudi», ricorda Mohamed. E prosegue ridendo «Io avevo due paia di pantaloni su di me, e ne ho dovuto dare un paio a un ragazzo che era rimasto senza».
Una volta raggiunta la barca, Mohamed si è aggrappato con le due mani per salire «Gli altri hanno cominciato ad usarmi come scaletta e mi si arrampicavano addosso. La barca si muoveva molto per via delle onde grandi, e ad un certo punto non ce la facevo più. Mi sono lasciato andare, sono passato sotto la barca e sono salito dall'altra parte». Una volta a bordo, i quarantacinque viaggiatori si sono sistemati dove trovavano posto «Era una barca piccola, ma al momento non me ne sono accorto. Ho preferito rimanere sul ponte, anche se era più freddo, ma sotto, dove c'è il motore, il movimento era troppo forte e c'era puzza di benzina, tutti stavano male. Era meglio il freddo». Verso le undici il capitano, o raìs, decise che era il momento di salpare. «Eravamo tutti bagnati, mezzi nudi ed esausti dopo i 6 giorni nascosti nei boschi e con poco cibo. Il raìs ci aveva promesso che ci avrebbe portato ad Agrigento, perchè l'isola di Lampedusa era troppo piccola ed era difficile scappare nel caso in cui avessero deciso di rimpatriarci. A me non importava dove ci avrebbe portato, tanto io avevo intenzione di consegnarmi alle autorità per chiedere asilo politico».
Mohamed era preparato per ogni evenienza, o quasi : «Avevo sentito dire che certi organizzatori delle fughe a volte ti fregano: ti portano in mezzo al mare di notte, poi girano e tornano in Tunisia dicendoti che sei in Italia. Allora avevo portato con me una radio, così al mattino l'avrei accesa per sentire se parlavano italiano o arabo. Ma nel viaggio si è bagnata e non funzionava più». Sul ponte della barca faceva freddo,  Mohamed era fradicio. «Ogni tanto mi addormentavo, poi un'onda mi svegliava, poi mi riaddormentavo, e così tutta la notte. A volte dovevamo fermarci e spegnere le luci per non farci vedere dalle altre barche, avanzavamo molto lentamente, ma verso l'alba abbiamo cominciato a vedere una lucina in lontananza».

L'arrivo in Italia

Piano piano la lucina diventava sempre più grande e man mano che faceva giorno prendeva forma: il sogno di molti si stava avverando. Poi qualcuno ha cominciato a capire che quella che si vedeva non era Agrigento, ma Lampedusa, gli animi cominciavano a scaldarsi, quando in lontananza apparve la barca della guardia costiera «Quando eravamo ancora distanti, ci siamo accorti di essere stati avvistati perchè la barca italiana ha girato ed è venuta verso di noi. I ragazzi avevano paura che ci avrebbero fatto tornare in dietro, così hanno obbligato il raìs a rompere il timone per rendere la barca inutilizzabile», racconta Mohamed. Poi fa una breve pausa sorridendo e dice «Quando ci hanno raggiunto, la prima persona che ho visto era un ragazzo della guardia di finanza con gli occhi azzurri e ho pensato: "sono salvo, ha gli occhi azzurri, non è tunisino"».
È solo vedendo la barca italiana che Mohamed si è reso conto di quanto fosse piccola la loro. La guardia di finanza li ha agganciati e trainati fino alla costa. Una volta a terra li hanno sottoposti a una visita medica e gli hanno dato acqua e cibo. «Ci hanno portato un po'di pane, poco, e più tardi dei pezzetti di panettone. La cosa che mi ha dato fastidio era che tutti avevano una mascherina sul viso, come se noi fossimo tutti fonte di malattia, non mi avevano mai trattato così, mi disturbava», racconta Mohamed. Era dicembre, faceva freddo, i ragazzi erano stremati dal viaggio e dalla fame (era anche il periodo del Ramadan) e ancora con i vestiti bagnati addosso. Mohamed ha cercato subito di comunicare con la polizia per dire che voleva chiedere asilo politico «Parlavo inglese e francese, ma mi hanno trattato come se non sapessero cosa fosse l'asilo politico, come se non capissero cosa dicevo. Poi mi hanno chiesto il nome, ma
essendo un nome arabo non lo capivano. Io cercavo di spiegargli, ma non mi ascoltavano, così hanno scritto un nome completamente sbagliato. Il problema è che per colpa di quell'episodio ancora oggi mi accusano di aver dato un nome falso al mio arrivo», racconta.

Il centro di accoglienza

Più tardi, una volta raccolte le identità di tutti, i clandestini sono stati trasferiti al centro di accoglienza di Lampedusa, da dove sono ripartiti due giorni dopo (con i vestiti finalmente asciutti). «Ci hanno caricato su una nave per portarci in Sicilia. Ci hanno messo nella parte alta della barca, in modo che non disturbassimo gli altri passeggeri, faceva freddo perchè c'era il vento, ma non potevamo lamentarci, in fondo eravamo dei clandestini», sorride ironicamente Mohamed. La sera stessa sono stati poi trasferiti a Ragusa con un bus, in un centro d'accoglienza «Lì ci hanno fatto togliere tutti i vestiti per controllare che non nascondessimo niente. È stato molto umiliante essere lì nudo con quelli che ti giravano attorno guardandoti da tutte le parti».
A Ragusa Mohamed ci è rimasto circa 20 giorni, il tempo che passassero le feste di capodanno e che le Acli potessero avviare le pratiche per la domanda d'asilo. «Al centro d'accoglienza non avevamo nulla da fare, i poliziotti ci portavano i palloni, le carte, gli scacchi per far passare il tempo. Giocavano anche a pallone con noi», racconta Mohamed e continua: «Visto che ero l'unico che parlava un po'di lingue, spesso la polizia mi chiedeva di fare da interprete, così si è anche creato un certo legame d'amicizia con i poliziotti. Tra i miei compagni però è cominciata a girare la voce che fossi una spia e ho saputo che stavano organizzando qualcosa contro di me. Ne ho parlato con un poliziotto, Roberto, e lui mi ha assicurato che avrebbe fatto in modo di accelerare la mia pratica». E conclude «La vita è strana: in Tunisia la polizia era il mio peggior nemico, e in Italia sono stati i miei primi amici». Infatti, dopo appena qualche giorno, arriva il riconoscimento dello statuto di rifugiato politico. Mohamed è libero e può lasciare il centro.


* Nome di fantasia, la vera identità è nota alla redazione.

Pubblicato

Venerdì 5 Giugno 2009

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