«Per l’Unione sindacale svizzera (Uss), l’unificazione dell’Europa dell’Est e dell’Europa dell’Ovest è uno dei progetti positivi dell’attuale politica dell’Unione europea (Ue). L’Uss ed i sindacati ad essa affiliati accolgono perciò favorevolmente l’estensione degli accordi bilaterali. Ma l’accettazione da parte dell’Uss di tale estensione dipenderà dalla premessa esplicita e dalla condizione che vengano adottate misure efficaci contro la pressione che verrà esercitata sulle condizioni di lavoro». Con queste parole, il consigliere nazionale socialista Paul Rechsteiner, presidente dell’Uss, ha messo a fuoco e riassunto i termini della battaglia che attende i sindacati svizzeri in vista dell’estensione dei benefici dell’accordo bilaterale con l’Ue sulla libera circolazione ai dieci paesi che prossimamente si aggiungeranno ai Quindici. L’estensione dei contenuti degli accordi è stata esplicitamente chiesta dall’Ue alla Svizzera; e presto governo e parlamento dovranno occuparsene. Il padronato (“economiesuisse”) ha però messo già le mani avanti, dichiarando in un comunicato che non c’è affatto bisogno di rivedere l’accordo attuale, poiché, lasciando le cose come stanno, l’estensione dell’Ue a Est «migliorerà le nostre possibilità di reclutamento e stimolerà ancora il nostro commercio con questi nuovi paesi che già da anni progrediscono ad un ritmo superiore alla media». E così, anche questa posizione è chiara: i padroni vogliono approfittare dell’occasione per importare manodopera a buon mercato e far pressione sui salari e sulle altre condizioni di lavoro in Svizzera. Ma l’accettazione popolare degli accordi bilaterali è stata possibile – ha ribadito Rechsteiner – soprattutto perché il Consiglio federale e il parlamento avevano adottato diverse misure d’accompagnamento destinate a proteggere i lavoratori. E ora non si può permettere che, con l’allargamento dell’Ue a Est, tali misure vengano aggirate e di fatto annullate. «Non possiamo accettare, né sul piano economico, né su quello sociale e politico, che si abusi dell’estensione dei bilaterali per far pressione sui salari e peggiorare le condizioni di lavoro», ha aggiunto il presidente dell’Uss. La battaglia ricomincerebbe da capo, compresa la minaccia di ricorso al referendum. S’impongono quindi misure d’accompagnamento anche per l’estensione della libera circolazione ai paesi dell’Europa dell’Est. Il quadro generale è stato descritto dal capo del segretariato centrale dell’Uss, Serge Gaillard. Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, nonostante gli alti tassi di crescita, hanno tutte un potere d’acquisto ed un prodotto interno lordo per abitante inferiore alla media europea. Per non parlare del confronto con la Svizzera, in particolare rispetto all’alto tasso di disoccupazione. E nonostante la copertura contrattuale (proporzione dei salariati al beneficio di un contratto collettivo di lavoro) sia più bassa in Svizzera (50 per cento), la protezione dei lavoratori è in quei paesi meno buona di quanto si possa credere. Un terzo dei Ccl non comporta infatti alcun accordo sui salari. E, a parte la Gran Bretagna, nessuno degli attuali paesi membri dell’Ue protegge i salariati meno bene che la Svizzera. Il nostro paese, insomma, da questo punto di vista si trova a metà strada; per cui, l’estensione della libera circolazione ai paesi dell’Est necessita di un’europeizzazione della protezione dei lavoratori in Svizzera, dove occorre moltiplicare il numero dei Ccl ed estenderne il campo d’applicazione. Ciò che dunque l’Uss chiede è che la legge federale permetta di estendere il campo d’applicazione, fermo ancora agli anni Cinquanta, delle convenzioni collettive di lavoro, e che si possa prescindere, in casi particolari e nell’interesse generale, dai quorum previsti. La libera circolazione con paesi che conoscono salari da cinque a sette volte inferiori ai nostri, produrrà inevitabilmente una pressione sui salari. Perciò occorre poter negoziare preventivamente nei settori più colpiti. «Di conseguenza, proponiamo che le misure d’accompagnamento non si applichino unicamente nei casi di ripetuto e abusivo dumping sui salari in vigore nella regione e nella professione, ma anche quando si profila un dumping abusivo sui salari usuali», ha concluso Gaillard. Ancor più concretamente, il segretario centrale dell’Uss, Daniel Oesch, ha indicato quattro “pilastri” che devono necessariamente accompagnare l’allargamento dell’Ue verso Est. Il primo è rappresentato dalle regolamentazioni transitorie, per un periodo durante il quale continueranno ad essere applicate le restrizioni attuali e le autorizzazioni di lavoro saranno legate al rispetto delle condizioni di lavoro. Il secondo è il controllo e l’applicazione efficace delle misure d’accompagnamento, mediante l’impiego di ispettori che devono rilevare gli abusi. Il terzo pilastro è la promulgazione preventiva di regolamenti collettivi nei settori particolarmente esposti, che di fatto estendano l’obbligatorietà dei Ccl. Il quarto pilastro è infine l’adattamento del diritto del lavoro, ossia l’introduzione dell’obbligo di fornire la prova scritta di un contratto di lavoro ed una protezione rafforzata contro il licenziamento di rappresentanti dei lavoratori. Senza questi quattro “pilastri”, l’Uss non approverà l’estensione della libera circolazione delle persone. I timori di dumping salariale e sociale Che cosa succederà in certi settori economici con l’allargamento della libera circolazione delle persone ai paesi dell’Est europeo? «Già oggi – ha detto Vasco Pedrina – i nostri timori si sono in parte realizzati. Soprattutto nelle regioni di frontiera e negli agglomerati urbani viene segnalata una crescente pressione sui salari. Ci si lamenta che le misure d’accompagnamento non vengono messe in atto efficacemente; e spesso si punta il dito proprio contro i sindacati, quando noi non abbiamo smesso di fare pressione sulle autorità, in particolare a livello cantonale». Con l’apertura dell’Ue all’Est la situazione si aggraverà. Alcuni settori, come l’edilizia, dispongono di strutture fisse e ben protette mediante le convenzioni collettive di lavoro: «In Svizzera abbiamo una regolamentazione manifestamente migliore che, per esempio, in Germania – ha precisato Pedrina – nei cui cantieri lavorano almeno 100 mila polacchi».«Ma per evitare la situazione che regna nei cantieri tedeschi, dobbiamo rafforzare i meccanismi di controllo». Altro settore toccato sarà quello alberghiero e della ristorazione, che dispone di una piccola commissione paritaria centrale, con poco personale e inadatta a controllare le condizioni di lavoro di oltre 200 mila lavoratori. Occorreranno almeno una dozzina di controllori supplementari. Ampiamente minacciato dal dumping sociale e salariale è poi il settore dell’agricoltura, che non dispone né di una convenzione collettiva di lavoro, né di un contratto-tipo a livello svizzero che regoli le condizioni di lavoro e di salario. Situazione simile anche nei trasporti stradali, dove il dumping sociale e salariale esercita già una manifesta pressione. E anche qui è urgente intervenire e prendere in mano la situazione. Per i settori curati dal sindacato Flmo, il vicepresidente André Daguet ha parlato di «timori ancora più forti rispetto all’introduzione della libera circolazione nel quadro dell’attuale composizione dell’Ue». Le differenze salariali con i paesi dell’Est sono di 7-10 volte; la disoccupazione, con l’eccezione dell’Ungheria e della Slovenia, è in media molto alta; i salari minimi sono molto bassi (in Polonia 160 euro nel 2000); il livello di formazione in questi paesi è mediamente molto alto, che vuol dire una pressione salariale a tutti i livelli di qualifica; e al tutto si aggiunga la minore copertura contrattuale in Svizzera. La conclusione di Daguet è scontata: senza misure d’accompagnamento contro il dumping salariale e sociale, la base sindacale non approverà l’estensione ad Est della libera circolazione delle persone. Allargamento dell’Ue, opportunità e rischio Vasco Pedrina, l’Uss sostiene l’adesione all’Europa. Ma ora l’estensione dell’Ue ad Est comporta problemi supplementari. Allora, l’Europa è un’opportunità o un rischio? L’allargamento all’Est è sia un’opportunità sia un rischio. È un’opportunità se rafforza questi paesi economicamente e socialmente, in modo che anche i diritti democratici e dei lavoratori vengano migliorati. Vi sono però anche diversi rischi, di cui il principale, per noi, è quello del dumping salariale e sociale. Quanto sia reale possiamo constatarlo già oggi osservando quello che sta succedendo nel settore edile in Germania, con l’immigrazione ammessa, e in parte clandestina o semiclandestina, dalla Polonia. Come sindacati, che cosa vi aspettate dal governo e dai cantoni, per poter acconsentire all’estensione della libera circolazione ai paesi dell’Est? Che le misure d’accompagnamento già previste nel quadro dei primi accordi bilaterali sulla libera circolazione delle persone, vengano applicate rapidamente, con incisività e in modo completo in tutti i cantoni. Purtroppo siamo inquieti, perché in una serie di cantoni – ma non in Ticino – questo lavoro non si fa. È impensabile compiere un ulteriore passo, se nei confronti dei nostri membri non possiamo dire in modo credibile che le prime misure d’accompagnamento ottengono l’effetto che volevamo. In secondo luogo, visto lo scarto sociale ed economico con questi paesi, molto più grande che in occasione dell’apertura verso la Spagna o il Portogallo, è necessario prevedere misure supplementari che vadano in due direzioni. Primo, decretare l’obbligatorietà generale dei contratti collettivi, o la possibilità di istituire contratti-tipo con standard minimi. Secondo, che queste misure possano essere applicate in modo preventivo. È essenziale, perché anche nella legislazione odierna lo stato può intervenire solo dopo aver constatato degli abusi. Inoltre, ci vogliono più mezzi finanziari per assicurare il controllo dell’applicazione e dell’assenza di abusi. E dal padronato? Dal padronato mi aspetto che, come prima reazione, dica di no. Ma, nel processo politico che si apre, penso che sarà costretto a negoziare delle soluzioni con noi e insieme allo stato, perché la posta in gioco è alta. Non si tratta infatti soltanto dell’allargamento all’Est, ma anche se gli accordi bilaterali potranno essere mantenuti con l’Ue. Mi auguro che si possa fare una trattativa su basi razionali, perché non penso che sia nell’interesse della politica e del padronato l’avvio di un processo d’immigrazione semiclandestina o abusiva che porti a rovinare le strutture economiche del paese. Se le condizioni che ponete come sindacati non saranno soddisfatte, quali saranno le conseguenze? Non è ancora il momento di minacciare referendum. Ma è chiaro che dobbiamo ottenere misure credibili per convincere la nostra base ad accettare questo allargamento. Personalmente, lei è ottimista? Diciamo che, come Gramsci, sono per l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Vedremo il risultato.

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16.05.03

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