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Vent'anni passati invano

di

Gianfranco Helbling
Dei giovani si impegnano attivamente nei movimenti antiglobalizzazione: schedati. Un giornale filocurdo riferisce dell'elezione di alcuni politici di origine turca nel parlamento di Basilea Città: schedati. Un'anziana si occupa di richiedenti l'asilo il cui paese d'origine chiede informazioni alla Svizzera: schedata. Un uomo entra in contatto con una persona schedata: schedato. Dormono in uno degli alberghi di Basilea una settimana prima o una settimana dopo gli attentati dell'11 settembre: schedati. Un automobilista estraneo parcheggia vicino ad una moschea in cui si tiene una manifestazione sospetta: schedato.
La recente denuncia dell'esistenza di 200 mila schede personali presso i servizi d'informazione della Confederazione, di cui circa 190 mila concernenti cittadini stranieri, ci fa ripiombare con sconcertanti analogie al primo scandalo delle schedature, quello venuto a galla nel 1989. Sconcertanti perché si disse allora che mai più su chi vive in Svizzera nella piena legalità sarebbe dovuto ripiombare un sospetto generalizzato. E che per evitare ciò ci si era dotati dei necessari strumenti legali e di controllo. Sarà. Di fatto la cultura del sospetto è rimasta. Uscita dalla guerra fredda si è solo risciacquata nell'11 settembre per ripresentarsi più fresca che mai nel nuovo millennio. Nel 2001 le persone registrate erano 50 mila. Nel 2006 questo numero era già esploso a 150 mila. Un ritmo di crescita che nulla ha da invidiare allo zelo dimostrato negli anni precedenti all'89.
In realtà i limiti legali sono chiari: la banca dati Isis dei servizi di intelligence svizzeri può e deve servire soltanto per prevenire pericoli legati al terrorismo, allo scambio proibito di informazioni, al traffico illegale di armi, all'estremismo violento e alla violenza in occasione di manifestazioni sportive. Ad aver fallito sono gli strumenti di controllo (un cittadino qualsiasi non può nemmeno sapere se è o se non è schedato) e l'apparato amministrativo che li dovrebbe mettere in atto.
Quel che più inquieta però è che non c'è stata in questi vent'anni un'evoluzione nella mentalità dei nostri servizi di sicurezza. Che sospetto possa risultare chiunque è attivo politicamente in movimenti d'opposizione. O, peggio ancora, chiunque abbia il torto di essere di origine straniera. Fino ad arrivare ad un parossismo inquisitorio assai ridicolo in tempi globalizzati come i nostri. Ma ridicolo non è ad esempio il sospetto generalizzato nei confronti di coloro che, dopo una vita irreprensibile nel nostro paese, chiedono la cittadinanza svizzera.
No, non è così che si istaura un rapporto di fiducia fra lo Stato e i suoi cittadini e che si promuove una cultura del rispetto reciproco. E non è davvero così che si costruisce una società aperta, solidale, tollerante e democratica.

Pubblicato

Venerdì 9 Luglio 2010

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