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Venezuela, dietro la ribellione la lunga mano di Washington

di

Franco Cavalli

Caracas, la capitale del Venezuela, è situata a circa 900 metri di altezza in una magnifica conca, circondata da una bella corona di montagne e colline. Il centro della città è molto moderno, le alture circostanti sono invece occupate da enormi favelas. Trent’anni fa fui invitato a dare una conferenza: ai medici che mi ospitavano chiesi quanta gente vivesse in quelle enormi favelas. La risposta fu: “E chi lo sa? Lì non entra nessuno e non ci interessa, perché quelli non hanno soldi e quindi non ci possono pagare”. Questa risposta dipinge esattamente qual era la situazione in Venezuela prima di Chávez: paese tendenzialmente ricco per il petrolio, ma dominato da un’oligarchia economica che rubava a tutto spiano, mentre almeno due terzi della popolazione erano ridotti ad una povertà estrema. Un paio di anni dopo buona parte di questi poveri scesero dalle colline, invasero il centro di Caracas per protestare contro l’aumento del prezzo del pane. Furono accolti a fucilate, almeno quattromila furono uccisi nel massacro conosciuto come il “Caracazo”. Anche se i morti furono più numerosi che nel quasi contemporaneo massacro di Tienanmen, qui da noi del Caracazo non parla nessuno.


Questo evento fu però determinante per la politicizzazione dell’allora maggiore Chávez, che nel ’92 assieme ad altri ufficiali tentò di destituire il governo oligarchico. Non ci riuscì e finì in prigione. Appena uscito, percorse per due anni tutto il paese, mobilitando con il suo carisma e la sua retorica la massa dei diseredati che poi lo elessero trionfalmente come presidente.


Il 5 marzo scorso non solo a Caracas ma un po’ dappertutto nel mondo si è ricordato il primo anno della morte di Hugo Chávez, che in America latina è diventato ormai un mito, secondo solo (per restare ai tempi moderni) a quello del Che. Grazie ai vari viaggi che ho fatto negli ultimi anni a Caracas e ripensando all’episodio di trent’anni fa, non ho difficoltà alcuna a capire come mai Chávez sia riuscito, salvo in un’occasione, a vincere e in un modo estremamente democratico quasi una ventina di elezioni. Quei milioni di diseredati delle favelas, grazie a lui ora avevano un medico (di solito cubano) che si occupava di loro, un maestro che li aveva alfabetizzati ed un negozio dove potevano comperare a prezzi scontati i generi di prima necessità. L’oligarchia venezuelana, che detiene ancora gran parte del potere economico e controlla per lo meno tre quarti dei media, non gliel’ha però mai perdonata ed ha cercato in tutti modi, compreso un tentativo di colpo di stato nel 2002, di abbattere il suo governo democratico. Approfittando del fatto che il suo successore, Nicola Maduro, non ha il suo carisma, stanno ora nuovamente cercando di rovesciare il governo con tutti i mezzi. Qui da noi i media, riprendendo le agenzie di stampa nordamericane e i giornali dell’oligarchia venezuelana, parlano di repressione violenta.

 

La protesta, scatenata inizialmente dagli studenti delle scuole private, ha trovato un certo terreno fertile grazie ai problemi economici, in particolare un’inflazione importante: risultato questo comprensibile, se si pensa che ora anche quei due terzi della popolazione, che prima era ridotta alla miseria, può permettersi di fare degli acquisti, ciò che evidentemente, in assenza di un aumento della produzione, genera inflazione. Ben presto però la protesta è stata dominata e diretta da nuclei di estrema destra, spesso facinorosi prezzolati da vari capoccia, che hanno provocato la maggior parte dei morti sin qui registrati, sovente per mano di franchi tiratori. Alcune vittime, come ha riconosciuto lo stesso presidente Maduro, sono dovute a reazioni eccessive dalla polizia soggetta ad assalti di bande armate: questi poliziotti sono stati subito puniti. Non c’è dubbio che dietro a questa ribellione violenta ci sia la lunga mano dei circoli reazionari di Washington, che vorrebbero ripetere a Caracas quanto è loro riuscito recentemente con colpi di stato gestiti dalla destra militare sia in Paraguay sia in Honduras. Ecco perché il Venezuela necessita della nostra solidarietà militante, ecco perché gran parte dell’America latina e molti progressisti nel mondo manifestano al grido di “Chávez vive! No pasarán”.

 

Pubblicato

Mercoledì 26 Marzo 2014

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