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Lugano, protesta alla Coop

Venditrici coraggio

di

Francesco Bonsaver

Da mesi il personale della Coop City di Lugano centro segnalava alla direzione il malessere in filiale. Inutilmente, fino a quando il conflitto è esploso. E la soluzione è arrivata.

 

Esasperazione. È forse la parola più adeguata per descrivere lo stato d’animo vissuto da mesi dalla maggioranza dalle dipendenti Coop City di Lugano.Se inascoltata, è inevitabile, l’esasperazione esplode. Ed è quanto accaduto mercoledì 26 febbraio nell’insolito scenario della lussuosa via Nassa di Lugano.

 

Circa trenta dipendenti, sulla cinquantina che conta la filiale, hanno deciso di riunirsi in assemblea fino a quando non fosse stata trovata una soluzione al clima avvelenato sul posto di lavoro.
Una decisione sofferta e a lungo ponderata quella del personale. Ci vuole coraggio e determinazione per mettersi in gioco come hanno dimostrato queste donne e colleghi fin dalle prime ore del mattino di quel mercoledì uggioso. Persone normali animate da un solo desiderio: non la classica rivendicazione salariale o il rifiuto di turni massacranti anche su chiamata come spesso accade nel settore della vendita, ma solo (si fa per dire) di essere rispettate come persone. Non accettavano più di veder calpestata quotidianamente la loro dignità. Nulla di più e nulla di meno. Desideravano solo ritrovare quella voglia di un tempo in cui andare a lavorare era un piacere. Alcune di loro lavorano in quel negozio da decenni, fin dai tempi in cui recava l’insegna Epa, sostituito una decina di anni or sono da Coop City.


Delle professioniste con decenni di esperienza, durante i quali hanno costruito un solido rapporto con l’affezionata clientela. Non da meno sono le colleghe e i colleghi che da qualche anno lavorano al loro fianco e hanno visto in poco meno di un anno degradarsi l’ambiente professionale.
Se sono arrivate al punto di fermarsi perché qualcuno gli desse ascolto (un punto di non ritorno come lo definiscono loro stesse), vuol dire che la misura era colma. Da mesi, giorno dopo giorno, si sentivano sbeffeggiate, umiliate, insultate e minacciate di licenziamento. Un lungo periodo nel quale erano frequenti quelle malattie che sono espressioni somatiche di un malessere per troppo tempo represso.


Dallo scorso giugno, sostenute dai sindacalisti di Unia, hanno pazientemente segnalato alla direzione nazionale della Coop il loro malessere. Alla centrale di Basilea perché la filiale di via Nassa sottostà direttamente ad essa, non a Coop Ticino. Fonti sindacali spiegano come la Coop sia generalmente un partner contrattuale con cui è possibile collaborare per sanare i problemi sui posti di lavoro. Nella maggioranza dei casi si trovano le soluzioni adeguate prima che i conflitti sfuggano di mano. Visibilmente non è stato il caso della Coop City di Lugano.
Complice forse la distanza linguistica, culturale e geografica tra Basilea e Lugano, la portata del malessere è stata minimizzata, confinata a un solo reparto (mentre era trasversale) e infine mai risolta. Finché non è esplosa quel mercoledì mattina, costringendo i dirigenti nazionali a scendere rapidamente in Ticino per capire cosa stesse accadendo in quella lontana filiale.


L’incontro con la trentina di dipendenti e sindacalisti si è tenuto nella storica sala “Il Cenacolo”del Caffè del Porto di Lugano, dove il 3 marzo 1945 ebbe luogo il primo incontro segreto fra ufficiali tedeschi ed esponenti alleati sulla ritirata nazista dall’Italia. Guardando i big boss aziendali negli occhi, pacate ma risolute, la trentina di dipendenti hanno finalmente dato sfogo al proprio malessere. Non in forma individuale, ma corale.
I vertici aziendali hanno ascoltato le loro storie, comprendendo infine la reale portata del problema. Non si trattava di un capriccio o di personale sobillato dal sindacato, come forse inizialmente ritenevano. Le dipendenti erano determinate: senza una risposta dei vertici, sarebbero state irremovibili.


Sbarazzato dunque il campo dai fraintendimenti, i dirigenti nazionali hanno presentato delle soluzioni condivisibili. Le porte del negozio si sono riaperte alle 14. Soddisfatte, le dipendenti, molte con gli occhi lucidi dalla felicità, sono tornate alle loro mansioni, visibilmente sollevate da un peso. E con una consapevolezza: difendere la propria dignità è possibile. Ci vuole un pizzico di coraggio, forza collettiva e un sindacato attento che sappia sostenerti. Lo spiega Vincenzo Cicero di Unia, che ha seguito tutta la vertenza: «Questa esperienza dimostra che anche laddove ci sono condizioni materiali di lavoro decorose, non vuol dire che la dignità possa essere calpestata. Non si deve solo essere pagati bene, ma rispettati come essere umani. Infine, questo gruppo di lavoratrici e lavoratori ha dimostrato che anche quando il dialogo è bloccato, se uniti, le cose si possono cambiare». Un insegnamento prezioso per tutto il martoriato mondo del lavoro.

Pubblicato

Mercoledì 12 Marzo 2014

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