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Vendita, brancolando nel buio

di

Stefano Guerra
Se non è buio pesto, poco ci manca. Al Dipartimento delle finanze e dell’economia (Dfe) non si è ancora capito come mandare avanti – oppure se cestinare – un avamprogetto di legge sugli orari di apertura dei negozi bloccato da una sentenza del Tribunale federale del 13 luglio 2004. I giuristi del dipartimento sono al lavoro da mesi, ma finora non sono riusciti a sbloccare la situazione venutasi a creare dopo che la massima Corte ha minato il pilastro su cui poggia l’ennesimo tentativo del Dfe di introdurre maggior flessibilità nel ramo della vendita al dettaglio, ovvero il vincolo fra orario prolungato e rispetto di un contratto collettivo di lavoro. Tutto fermo o quasi, dunque. Più di un anno e mezzo è passato dalla procedura di consultazione dell’estate 2003 «e di nuovi e più flessibili orari dei negozi ticinesi non si parla più», ha ricordato di recente il Corriere del Ticino illustrando una situazione di stallo simile a quella in cui si era ritrovato anche il governo di Basilea Città, che per trarsi di impiccio ha scelto di dare una decisa spinta al processo di liberalizzazione degli orari di apertura di negozi e commerci. I cantoni non possono elaborare disposizioni legali riguardanti gli orari di apertura dei negozi che perseguono in primo luogo un obiettivo di protezione dei lavoratori. Ciò sarebbe incompatibile con il diritto federale del lavoro, che regola in maniera esaustiva – non ammettendo dunque deroghe o aggiunte cantonali di sorta – la materia. È questa in sostanza la motivazione alla base della sentenza con cui il Tribunale federale ha accolto lo scorso 14 luglio un ricorso presentato dalle associazioni dei commercianti di Basilea Città contro una revisione dell’Ordinanza sui giorni di riposo e le aperture dei negozi decisa nell’agosto del 2003 dal governo del semi-cantone. La sentenza della massima istanza giudiziaria fa giurisprudenza in tutta la Confederazione. Nell’ordinanza in questione il Consiglio di Stato di Basilea Città introdusse un articolo secondo cui solo i negozi che rispettano il contratto collettivo di lavoro (Ccl) del 1. maggio 2002 possono restare aperti oltre l’orario settimanale normale delle 18.30, fino alle 19 dal lunedì al mercoledì e il venerdì, fino alle 21 il giovedì. Si tratta di una disposizione che persegue «in primo luogo l’obiettivo della protezione dei lavoratori», fa notare la massima Corte, e che per questo sconfina in un campo riservato esclusivamente al diritto federale sul lavoro. Il Tribunale federale l’ha così stralciata, e il governo del semi-cantone – messo sotto pressione dalle associazioni dei commercianti forti della sentenza losannese – si è inventato una nuova legge improntata a una decisa liberalizzazione degli orari di apertura di negozi e commerci. Una legge che non vincola il prolungamento degli orari di apertura al rispetto di un Ccl, e nella quale il governo si limita a formulare una raccomandazione ai partners sociali chiamati a impegnarsi in «colloqui costruttivi» e a mettersi d’accordo in tempi brevi, meglio se prima che il Gran consiglio venga investito della questione. La decisione di Losanna è stata una doccia fredda per il Dipartimento delle finanze e dell’economia (Dfe) del canton Ticino. Pone «un ostacolo tecnicamente molto difficile da superare», afferma il collaboratore di staff del Dfe Fabio Pontiggia. «Non potendo condizionare la possibilità di usufruire della fascia di orario prolungato all’adesione a un contratto collettivo di lavoro, viene a mancare la contropartita prevista per il personale. I sindacati difficilmente accetterebbero orari prolungati senza questa garanzia per il personale», spiega l’ex giornalista ora braccio destro di Marina Masoni. Il Contratto collettivo di lavoro per il personale della vendita sottoscritto il 10 aprile 2002 dalla Federcommercio e dai sindacati Ocst, Syna, Sit e dalla società degli impiegati di commercio Sic-Ticino è il cardine su cui poggia l’avamprogetto di legge che il Dfe mise in consultazione nell’estate del 2003. L’idea centrale è di rendere più flessibili gli orari di apertura dei negozi limitando l’accesso a una fascia oraria prolungata (dal lunedì al venerdì fino alle 21) a quelli che rispettano il Ccl o «regolamentazioni almeno equivalenti». In questo modo verrebbero fornite «garanzie affinché l’estensione degli orari di apertura avvenga considerando attentamente anche le esigenze di chi è chiamato a lavorare nei negozi oltre l’orario normale», si legge nel testo. Tali “garanzie” (2’650 franchi mensili per venditori non qualificati, 2’850 per venditori qualificati da 2 anni, settimana di 42 ore suddivise in 5 giorni, tredicesima, nessuna clausola riguardante il lavoro su chiamata, ecc.) erano state giudicate ridicole o perlomeno ampiamente insufficienti da una parte del mondo sindacale e associazionistico (Sei, Unione sindacale svizzera, Acsi). Accettabili le avevano invece ritenute sia le parti contrattuali sia il Dfe, agli occhi del quale la soluzione contenuta nell’avamprogetto aveva il grosso pregio di introdurre quelle garanzie a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori del settore che facevano difetto alla legge bocciata dalla popolazione ticinese il 7 febbraio 1999 dopo un referendum lanciato dal sindacato Sei. La sentenza del Tribunale federale ha però rimesso tutto in discussione. Da allora la Divisione economia del Dfe ha allacciato contatti informali con sindacati e commercianti allo scopo di raccogliere elementi per valutare la situazione venutasi a creare, e di capire se ed eventualmente in che modo si possa uscire dall’impasse. Avete delle idee su come sciogliere questo nodo? abbiamo chiesto a Fabio Pontiggia. «No, cioè... sì. Stiamo valutando se è possibile andare avanti con quest’avamprogetto di legge, ed eventualmente come farlo. È ovvio che in questo caso ci vuole un accordo fra sindacati e commercianti». Stando le cose come stanno ora l’avamprogetto di legge sugli orari di apertura dei negozi avrebbe il destino segnato: trasformato in messaggio, approvato in questa forma dal Gran Consiglio, da un lato andrebbe incontro a un referendum pressoché certo (il Sei l’aveva preannunciato a suo tempo), dall’altro «basterebbe il ricorso di un commerciante che non vuole sottoscrivere il Ccl per far cadere tutto», rileva Pontiggia.

Pubblicato

Venerdì 18 Febbraio 2005

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