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Vekselberg punta su Oerlikon

di

Silvano De Pietro
Il miliardario russo Viktor Vekselberg vuole ottenere il controllo sulla OC Oerlikon. A tale scopo ha offerto all'azionista di riferimento, la holding austriaca Victory, di comprare l'intero pacchetto di maggioranza. La manovra, se otterrà il benestare delle autorità antitrust, dovrebbe concludersi entro il 13 maggio, data in cui è prevista l'assemblea generale degli azionisti della Oerlikon. Continua così, senza incontrare alcuna resistenza, la svendita delle imprese industriali svizzere a finanzieri stranieri che ne fanno oggetto di pura speculazione.
Tre anni fa aveva sollevato non poco scalpore la cessione alla società d'investimenti austriaca Victory della partecipazione azionaria della famiglia Anda-Bührle nel gruppo industriale Unaxis. Questo gruppo altro non era che la Oerlikon-Bührle, trasformatasi da fabbricante di armi in società specializzata nella produzione di apparecchi ad alta tecnologia: schermi piatti, impianti Dvd e Cd. Con la crisi nel settore dei semiconduttori, Unaxis s'era vista costretta ad avviare una profonda ristrutturazione, che aveva portato alla soppressione di oltre 500 impieghi. Nel 2004, il gruppo aveva registrato una perdita di 378 milioni di franchi.
La Victory Industriebeteiligung è posseduta in parti uguali dalle fondazioni private Millennium di Georg Stumpf, cittadino austriaco, e Rpr di Ronny Pecik, pure austriaco. Con l'operazione messa a punto nel maggio 2005, Stumpf e Pecik si erano assicurati ben oltre il 50 per cento delle azioni Unaxis. Ma non si sono fermati lì. Nel 2006 hanno costituito con la società d'investimenti Renova, del miliardario russo Viktor Vekselberg, una joint-venture chiamata Everest che ha comprato il 32 per cento della Sulzer. Nel frattempo, Renova (cioè Vekselberg) è entrata nel capitale azionario di Unaxis, che ha cambiato nome in OC Oerlikon ed ha acquistato la Saurer. Inoltre, dal gennaio dell'anno scorso l'austriaca Victory ha anche preso il controllo del 20 per cento del gruppo bernese Ascom.
Vekselberg, che intanto ha preso dimora a Zurigo, s'è lasciato prendere dall'entusiasmo per la Svizzera e per le sue industrie. Ha descritto la Sulzer come «una perla industriale», precisando che investire nuovamente in Svizzera, dopo averlo già fatto nella OC Oerlikon, sarebbe per lui la prova di come «l'industria svizzera sia ben posizionata in termini di crescita e di futuro». Ma la facilità con cui Victory e Renova (anche con l'aiuto della Banca cantonale di Zurigo, che per questo ha pagato un duro prezzo d'immagine) hanno preso il controllo di società elvetiche, ha suscitato appelli da più parti per un giro di vite alla legge sulla sorveglianza dei mercati finanziari.
Appelli che, finora, non sono serviti granché. E infatti il miliardario russo, che al momento detiene poco meno di un quarto delle azioni della Oerlikon (24,39 per cento), ora tenta il colpo grosso chiedendo ai due austriaci Pecik e Stumpf di cedergli quel 27 per cento che la Victory possiede della Oerlikon. L'offerta viene giudicata di quelle che non si possono rifiutare, dato che Vekselberg ha proposto di pagare questo pacchetto dal 20 al 30 per cento più del corso attuale delle azioni di circa 400 franchi. E Pecik e Stumpf pare siano ben disposti a farsi tentare. Il russo vuole insomma rimanere padrone assoluto della Oerlikon, e perciò paga bene i due austriaci perché si facciano da parte. Anche l'ipotesi che voglia imbarcare degli investitori svizzeri ai quali venderebbe una parte del pacchetto comprato dalla Victory, non cambia (e non maschera a sufficienza) la natura speculativa della manovra: il russo rimarrebbe comunque l'azionista di riferimento con tutto il potere nelle sue mani.

Un uomo da 10 miliardi di dollari

Due anni fa la rivista americana Forbes l'aveva messo nella lista dei 33 russi con un patrimonio personale superiore al miliardo di dollari. Per l'esattezza, con oltre 10 miliardi di dollari il 51enne oligarca Viktor Vekselberg sarebbe il quarto uomo più ricco della Russia e uno dei 100 più ricchi al mondo. Ma quella valutazione era parsa al ribasso, poiché è risaputo che in Russia molte ricchezze crescono nell'ombra. Secondo uno studio della Banca Mondiale, alla fine del 2003 in Russia appena 23 imprenditori o gruppi imprenditoriali - la cosiddetta "oligarchia" - controllavano il 35 per cento del fatturato dell'intera economia del paese ed il 16 per cento di tutti gli occupati. In 15 anni, i russi diventati miliardari in dollari sono diverse decine, e quelli divenuti milionari sono molte centinaia.
Vekselberg è uno dei maggiori oligarchi. I suoi inizi di uomo d'affari sono, per così dire, "scientifici". A 21 anni, studente in matematica, si è sposato ed è diventato padre. Ha quindi dovuto mettersi a lavorare, trovando occupazione e facendo carriera quale ricercatore, per conto dell'industria delle materie prime, nelle tecnologie dell'informazione. Nel 1987 ha fondato con altri sei matematici una cooperativa per lo sviluppo di software. Ma ben presto s'è reso conto che poteva comprare a basso prezzo i fili di rame che l'industria petrolifera sovietica semplicemente buttava via e rivenderli  all'estero in cambio di computer. Nei computer ci metteva il suo software e li vendeva a caro prezzo all'industria petrolifera.
Di grande aiuto a Viktor Vekselberg è stato il periodo turbolento che è seguito al crollo del regime sovietico. In quegli anni si è formata in Russia una élite economica, in parte con radici giudaiche (come lo stesso Vekselberg, figlio di padre ebreo e di madre ucraina), che è riuscita con poco denaro a mettere le mani su aziende che oggi valgono miliardi. Quasi tutti i ricchi russi hanno fatto i soldi in quegli anni con la capacità di capire rapidamente cosa, dove e come comprare a basso prezzo, ed a chi rivendere caro altrove. La concorrenza straniera, per ragioni politiche, non era ammessa o veniva ostacolata.
Fondata la sua holding Renova, in collaborazione con l'ex esiliato russo negli Usa Leonard Blavatnik, nel 1994 ha cominciato in Russia con la sua prima acquisizione ostile di una ditta, sul modello occidentale, approfittando dell'ondata di privatizzazioni. Sotto la presidenza di Boris Eltsin, Vekselberg si è potuto impadronire della Tyumen Oil (Tnk), una delle più grandi ditte di gas e petrolio della Russia, fondendola nel 1997 in una joint-venture con la British Petroleum (Bp), che ha portato nel 2003 alla costituzione del gruppo Tnk-Bp appartenente per metà alla Bp, ma per il 12,5 per cento alla Renova di Vekselberg. Un'altra formidabile acquisizione della Renova è la Sual (Siberian-Urals Aluminium Company), che da sola produce circa il 20 per cento dell'alluminio russo.
Nel febbraio 2004 si è parlato molto di Vekselberg per aver comprato a New York dalla famiglia Forbes per 100 milioni di dollari la famosa collezione Fabergé, composta da 190 pezzi tra cui 9 uova Fabergé (realizzazioni di alta gioielleria appartenute allo Zar). E pensare che lui, che è stato anche iscritto al Pcus (il partito comunista dell'Unione sovietica), va dicendo di «essere tuttora convinto da quella ideologia».

Pubblicato

Venerdì 18 Aprile 2008

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