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Ve la diamo noi la settimana corta

di

Giuseppe Dunghi
Governo ostaggio dei grandi centri commerciali? Commesse obbligate a rinunciare al giorno di riposo? Piccoli negozi di paese che scompaiono?
Il governo ticinese che ha autorizzato l'apertura dei negozi nelle domeniche 3 e 31 ottobre 2010 e il 19 marzo dell'anno scorso – aperture giudicate illegittime dal Tribunale amministrativo cantonale – non è condizionato  dalla grande distribuzione, ma sta attuando con metodo e determinazione il progetto di eliminare qualsiasi regola dall'attività economica. La rinuncia al riposo festivo a cui è costretto il personale della vendita è soltanto una tappa del processo di flessibilizzazione del lavoro che sta avanzando dappertutto. E per quanto riguarda i piccoli negozi, perché dovremmo preoccuparci che rimanga in vita lo Spaccio Calanchino, la Dispensa di Caneggio, il Girasole di Genestrerio, la Veranda di Vacallo e il Furmighin di Sagno?
La deregolamentazione degli orari dei negozi non è, come potrebbe sembrare, un provvedimento per venire incontro alle esigenze dei consumatori. Non è neppure una questione di diritti dei lavoratori della vendita. È molto di più: i negozi aperti nei giorni festivi e la sera fino a tardi o addirittura tutta la notte si accompagnano alla diminuzione dei salari. Anzi, sono lo strumento più efficace per raggiungere tale scopo.
Sembra un paradosso, perché il potere d'acquisto dei salari, in diminuzione in tutta l'Europa, suggerirebbe piuttosto di ridurre gli orari di apertura dei centri commerciali. I salari, si sa, possono essere ridotti in vari modi: brutalmente – come sta avvenendo in Grecia, Portogallo, Spagna e Italia – o indirettamente, con il mancato adeguamento delle paghe all'aumento delle tariffe dei servizi, oppure attraverso l'aumento della produttività del lavoro. In Svizzera ad esempio negli ultimi 25 anni si è avuta una crescita della produttività del 22 per cento: sarebbe stato logico aspettarsi un aumento del tempo libero dei lavoratori, sotto forma di una diminuzione delle ore di lavoro settimanali. Invece niente di tutto questo, piuttosto il contrario. Prendiamo un anno a caso, il 2007: in quell'anno sono state effettuate 187 milioni di ore straordinarie, l'equivalente di 100.000 posti di lavoro. Ci sarebbero molte considerazioni da fare riguardo alle cause della disoccupazione, ma limitiamoci soltanto a una constatazione: se per vivere in maniera decente è necessario ricorrere agli straordinari, significa che lo stipendio è diminuito.
Oppure significa che è aumentato il bisogno di consumare, proprio quello a cui mira la dilatazione degli orari di apertura dei negozi: il tempo libero va trasformato in tempo di consumo. E se non è piacevole girare con il carrello vuoto fra gli scaffali colmi di merce, avanti allora con gli straordinari. All'uscita dal lavoro si troverà sempre un supermercato aperto, e così fino a quando tutta la notte sarà occupata dal lavoro e dal consumo, dal consumo e dal lavoro. È la liberalizzazione, bellezza!

Pubblicato

Venerdì 10 Febbraio 2012

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