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Asia

Vasco Pedrina e l'accordo con la Cina

di

Silvano De Pietro

L’accordo di libero scambio (Als)  tra la Svizzera e la Cina è stato approvato la settimana scorsa dal Consiglio nazionale. E con quasi totale certezza avrà luce verde a marzo anche al Consiglio degli Stati. Nel dibattito parlamentare è emerso chiaramente che i partiti borghesi e il mondo dell’economia considerano l’accordo un’opportunità economica da cogliere. E la richiesta di sottoporre comunque l’Als Svizzera-Cina a referendum popolare è stata seccamente respinta. Ma a sinistra rimane la diversa valutazione che ne danno il Partito socialista (Ps) e l’Unione sindacale svizzera (Uss).


La questione centrale è il rispetto dei diritti umani, del lavoro e dell’ambiente. La comunità di lavoro “Alliance Sud” (che riunisce Swissaid, Sacrificio Quaresimale, Pane per tutti, Helvetas, Caritas, Eper/Aces), ma anche altre Ong come la Dichiarazione di Berna, l’Associazione per i popoli minacciati, la Società per l’amicizia elvetico-tibetana e Solidar Suisse, hanno criticato il fatto che l’accordo con la Cina non contenga una clausola vincolante in merito. A queste organizzazioni si è affiancato l’avvocato ticinese Paolo Bernasconi, con una puntuale richiesta di sottoporre a referendum l’Als Svizzera-Cina o comunque di negoziare un protocollo aggiuntivo che preveda vincoli e meccanismi di sorveglianza in materia di rispetto di quei diritti.


Alcuni parlamentari socialisti si sono fatti interpreti di tali richieste. «Non si tratta di bocciare il testo nel suo lato commerciale, ma piuttosto di discutere un trattato parallelo che dia importanza ai diritti umani e del lavoro. La Cina ha diversi problemi in questi settori, ma l’accordo siglato è fra i più tolleranti mai visti in questi ultimi anni», ha detto il ginevrino Carlo Sommaruga. Altri, come la zurighese Jacqueline Fehr, hanno sostenuto che «dal punto di vista commerciale il trattato è sopravvalutato», dal momento che «l’insieme degli scambi commerciali con la Cina è pari a quello con l’Olanda o con la Lombardia». E gli scambi «con il solo Baden-Württemberg sono il doppio di quelli con la Cina».


Per i rappresentanti dei partiti che difendono gli interessi dell’economia, l’Als con la Cina costituisce invece «un grande vantaggio concorrenziale rispetto ai Paesi che non hanno alcuna intesa con Pechino». Perciò, della possibilità di sottoporre tale accordo a un referendum popolare non se ne parla. A sua volta, l’Uss ha raccomandato di non respingere l’Als con la Cina, per una serie di ragioni che, nell’intervista che segue, abbiamo chiesto a Vasco Pedrina di spiegarci.


Vasco Pedrina, perché avere l’Als con la Cina è meglio che non averlo? Ci sono ragioni economiche veramente valide che lo giustificano?
Questo Als potrà dare degli impulsi all’economia, ma non porterà di certo il grosso boom. Il punto chiave, però, è che, contrariamente a quanto Alliance Sud e alcune Ong vanno dicendo, non è vero che i sindacati preferiscono sacrificare i diritti umani ai posti di lavoro. Nelle nostre discussioni interne che ci hanno portato alla decisione di non mettere il veto a questo accordo e di non partecipare a un referendum, il tema dei posti di lavoro ha giocato un ruolo assolutamente secondario. Le domande da porsi sono invece altre. Primo: che cosa contiene realmente l’Als in materia di diritti umani, di clausole sociali e ambientali? A tal riguardo, si possono legittimamente avere pareri diversi quanto a sapere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Non è però corretto dire che è vuoto. Secondo: per una campagna sui dirittti umani e sindacali, abbiamo maggiori leve con o senza Als? Terzo: per fare avanzare le nostre cause, vi sono più chances se la Cina si apre al commercio o se le si chiudono le porte? Quarto: se diciamo di no, la Cina sarà disposta a riaprire subito la trattativa per concederci quello che vogliamo: rispetto dei diritti umani e delle minoranze, rispetto della libertà di organizzazione sindacale, ecc. cioè introduzione della democrazia?


Ma la pretesa di una clausola che impegni la Cina al rispetto dei diritti umani, del lavoro e dell’ambiente è eccessiva?
L’Uss ha detto di essere molto delusa che il rispetto dei diritti umani figuri solo implicitamente nell’Als. Per quel che riguarda le clausole sociali, l’accordo è migliore, seppur insufficiente. La Cina vi si impegna a rispettare, delle otto norme fondamentali dell’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro), le quattro che ha ratificato, compresa la proibizione del lavoro infantile. Il fatto che non abbia ratificato le altre quattro, relative al lavoro forzato e alla libertà di coalizione, è naturalmente molto problematico. I due paesi firmatari fanno però esplicito riferimento agli obblighi assunti presso l’Oil sottoscrivendo due importanti Dichiarazioni che si riferiscono al rispetto di tutte le suddette otto norme. Le pretese delle Ong e dei sindacati in materia sono quindi assolutamente legittime. Ma il punto vero è che ha senso respingere questo Als solo se si crede che una politica di chiusura farà meglio avanzare le nostre cause, oppure se si è convinti che la Cina sarebbe disposta a riaprire la trattativa per concederci qualcosa che porterebbe ad un cambiamento fondamentale del suo sistema. Ai tempi di Mao, il paese era chiuso, non per questo i diritti umani e sindacali erano meglio rispettati, al contrario.


E dal punto di vista della politica sindacale, l'Als rappresenta uno strumento o un ostacolo?
Per noi la questione decisiva, ed assolutamente chiara, è che con l’Als abbiamo più leve per condurre le nostre campagne sui diritti sindacali e umani. Se, per esempio, scoprissimo che in una multinazionale svizzera presente in Cina non vengono rispettati i diritti sindacali, potremmo mettere sotto pressione sia il governo svizzero sia quello cinese facendo riferimento alle clausole sociali dell’Als. Vi sono procedure previste in caso di reclami da parte della società civile, anche se gli strumenti sarebbero dovuti essere più incisivi (ma ciò vale per tutti gli Als negoziati finora).


Le opinioni nel sindacato non sono affatto concordi o univoche. Lo prova il comunicato congiunto del 10 dicembre sottoscritto dalla Cgas (Communauté Genevoise d’Action Syndicale) e la Lac (Labour Action China) di Hong Kong.
L’Uss non è il partito comunista cinese: da noi si esprimono e si articolano le varie sensibilità, come di norma in un’organizzazione democratica. La Cgas ha presentato all’assemblea dei delegati dell’8 novembre una risoluzione per chiedere il no all’Als e l’impegno sindacale per un referendum. Tale risoluzione è stata respinta, dopo discussione, con un rapporto di voti di circa 1 a 5. Per quanto riguarda la Lac, non so se i nostri colleghi ginevrini abbiano sottoposto ai nostri compagni cinesi il testo dell’accordo e presentato obiettivamente anche la nostra posizione. Noi l’abbiamo fatto a due riprese: alcuni mesi fa e recentemente, in occasione del Congresso mondiale Ibb (il sindacato internazionale del legno e dell’edilizia) a Bangkok, con i dirigenti dell’opposizione al regime presenti. La loro prima constatazione è stata che questa è la prima volta che la Cina accetta di inserire in un accordo bilaterale disposizioni sui diritti umani e sindacali, cosa che considerano un primo passo positivo. Hanno inoltre mostrato comprensione per la nostra posizione, anche perché, nella forte dinamica di movimenti, lotte e scioperi che attraversa oggi il loro paese, vedono la possibilità di utilizzare le leve indicate per fare avanzare il loro obiettivo di fondare un movimento sindacale indipendente.


Se Lei fosse parlamentare, come voterebbe su questo Als?
L’Uss ha chiesto di non rifiutare l’accordo, lasciando aperte le opzioni del sì o dell’astensione. Io farei dipendere un voto favorevole da nuove condizioni che riguardino i meccanismi di supervisione dell’Als relativi ai diritti umani, sociali, ambientali e dei consumatori. Intanto, Ong e sindacati hanno richiesto congiuntamente al Consiglio federale che, per assicurare la supervisione delle clausole in questione, venga istituita una struttura interdipartimentale con funzione di osservazione e di esame dei reclami provenienti dalla società civile. Inoltre, abbiamo già ottenuto che i sindacati vengano coinvolti nell’attuazione dell’accordo per quanto riguarda gli standard sociali, ma vogliamo che anche le Ong abbiano voce in capitolo sui temi che interessano loro. Infine, chiediamo che il governo sostenga finanziariamente sindacati e Ong per tale attività di monitoraggio. Unia sta già discutendo con una organizzazione non governativa di Hong Kong per assicurare questo lavoro, assolutamente essenziale per passare dalle parole ai fatti nella battaglia per la promozione dei diritti umani e sindacali in Cina.


Quanto è condivisibile l’opinione dell'avv. Paolo Bernasconi, secondo cui tale accordo diventerebbe un «modello sinistro» utilizzato dalla Cina per ottenere da altri stati che rinuncino a chiedere la clausola sul rispetto dei diritti umani?
Non mi convince, ma la storia dirà chi ha ragione. Intanto constato che ha già torto rispetto ai negoziati in corso per un Als con l’India. Fino a poco tempo fa, il governo indiano non voleva assolutamente nessuna delle clausole in questione. Adesso si sta muovendo un pochettino, ma il governo svizzero sembra sempre ancora nella situazione di dovere presentare l’Als con la Cina come buon esempio… Sarà soprattutto interessante vedere se l’Unione europea con il suo peso economico saprà ottenere di più quando entrerà in trattative con la Cina. Se sarà così, si potrà ritornare alla carica.

Pubblicato

Mercoledì 18 Dicembre 2013

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