Lo si immagina sempre attivo, pronto ad intervenire, documentato e battagliero, sui più brucianti temi sociali del momento. Eppure anche per lui è arrivata l'ora della pensione: il 28 giugno Vasco Pedrina, già presidente del Sei e copresidente dell'Uss e di Unia, ha compiuto 62 anni. È una delle figure centrali del sindacalismo svizzero dell'ultimo quarto di secolo, esponente della generazione del '68, gli eterni ragazzi sempre animati dall'ideale di cambiare il mondo. Oggi quei ragazzi vanno in pensione: cosa significa per loro questo passo? Lo abbiamo chiesto proprio a Vasco Pedrina.

Vasco Pedrina è in pensione, eppure continua a lavorare…
Sono contento di non dover smettere subito, in maniera brutale. Ho diversi impegni che in realtà spetterebbero ai membri del comitato direttore o ai presidenti di Unia. Ma siccome molti di loro a breve si ritireranno e si dovrà permettere un graduale inserimento nelle rispettive funzioni dei nuovi eletti, curerò ancora diversi incarti almeno fino alla prossima primavera.
Unia non può fare a meno di lei?
Si sta verificando un buco generazionale, come già era accaduto quando io e altri miei colleghi coetanei eravamo arrivati alla testa del sindacato: mancano un po' i cinquantenni in grado di assumersi in particolare responsabilità internazionali di punta, per cui è giocoforza cercare i nuovi vertici sindacali fra i quarantenni. Il fatto è che, per esempio, per rappresentare la Svizzera sul piano internazionale ci vuole autorevolezza, e questa te la dà solo l'esperienza accumulata sul piano nazionale, che un quarantenne appena arrivato ai vertici di un sindacato non sempre può avere.
Perché non avete una generazione di ricambio pronta e bisogna fare un salto di vent'anni? Vi siete considerati indispensabili?
La situazione non è così netta, ci sono anche cinquantenni di valore. Ma in parte quel che dice è vero. Chiaramente noi della nostra generazione portiamo la responsabilità di non aver investito abbastanza nel lavoro di costruzione di quadri della generazione successiva. Eravamo così presi dalla ristrutturazione del movimento sindacale per dargli un nuovo orientamento che non ce ne siamo potuti occupare. Quando siamo arrivati ai vertici vent'anni or sono il padronato e la politica tendevano a non più prendere sul serio i sindacati.  Per ottenere autorevolezza abbiamo dovuto fare due cose: tornare a fare scioperi e ridiventare capaci di lanciare e vincere iniziative popolari e referendum. Questo ci è riuscito, ma ha esaurito un sacco di forze, facendoci prendere ritardo sulla costruzione della rete dei fiduciari e dei quadri sindacali. Inoltre la realtà sociale è mutata. Noi avevamo alle spalle la spinta dei grandi cambiamenti culturali e sociali che ci hanno dato ideali e motivazioni per tutta la nostra vita. Ma poi di spinte simili non ce ne sono più state. E dalla società, in particolare dai partiti politici, non ci sono più arrivati dei potenziali quadri. Abbiamo dovuto quindi creare le condizioni per farli emergere dall'interno, ad esempio con il progetto Unia Forte per i fiduciari, ma anche dando l'occasione a una generazione di giovani funzionari di fare esperienze di lotta. E ora è rallegrante vedere quale potenziale c'è in un'organizzazione come Unia anche grazie all'eterogeneità di provenienze e alle esperienze accumulate da questi che sono oggi quadri intermedi e che saranno domani i quadri dirigenti del sindacato.
E per quanto riguarda la presenza di sindacalisti svizzeri nelle organizzazioni internazionali?
È nella tradizione sindacale svizzera avere dei quadri sindacali che hanno un ruolo di primo piano nel movimento sindacale internazionale. E anche qui abbiamo il problema di un ricambio generazionale. Negli ultimi anni il lavoro sindacale internazionale s'è molto allargato alle basi sindacali, coinvolgendo con ruoli importanti anche i militanti di base e non solo i vertici: penso alle campagne sul Sudafrica o su Holcim. Ma fatichiamo molto ad avere quadri che siano disposti ad impegnarsi davvero sul piano internazionale, non solo a partecipare ad un paio di conferenze all'anno, e sia Renzo Ambrosetti sia io abbiamo difficoltà a trovare chi potrebbe assumere il nostro ruolo.
Come si sente da pensionato?
Non l'ho ancora realizzato e ci metterò un po' ad abituarmi all'idea. Il primo obiettivo è di non più lavorare di domenica, obiettivo che la scorsa domenica ho già mancato… Avendo lasciato la copresidenza di Unia già sei anni fa, ho imparato di fatto a cedere responsabilità, a non più essere sotto gli occhi dei riflettori. In questo momento i sentimenti sono contrastanti. Se sono sereno è perché parto senza cinismo e frustrazioni, con uno spirito molto positivo, con il desiderio di continuare a fare le battaglie e di sostenere i compagni: che questo sia il sentimento che ora prevale è un ottimo segno per la qualità della nostra organizzazione. Ora mi rallegro di poter pensare, leggere e scrivere un po' di più. E mi rallegro anche di poter approfittare molto di più delle montagne e dell'offerta culturale di questo paese, che sono eccezionali.
La ritroveremo dunque come autore di articoli in giornali e riviste specializzate o con un suo libro in libreria?
Da quando ho lasciato la copresidenza di Unia ho cominciato a scrivere più discorsi e contributi, che sono stati pubblicati su diverse riviste sindacali e di sinistra in Svizzera e all'estero. Il primo progetto che ho, assieme ad altri colleghi fra cui Renzo Ambrosetti, è di fare delle interviste con la generazione dei sindacalisti ottantenni che ora sta scomparendo. E ho in testa di scrivere con altri la storia di quel che abbiamo vissuto noi, la nostra generazione, quella del '68.
Perché partire dalla generazione prima, cioè dagli ottantenni, per raccontare la vostra generazione?
La generazione più vecchia, quella dei Robert Grimm, faceva politica e scriveva. Le generazioni successive, quella del dopoguerra e quella che ci ha immediatamente preceduto, dirigendo il sindacato negli anni '70 e '80, invece non hanno quasi più scritto. Noi siamo in un certo senso la prima generazione di intellettuali alla testa del sindacato. Io fui uno dei primi non operai ad entrare nella direzione del sindacato. Per questo ora bisogna recuperare tutta questa memoria storica intervistando i protagonisti di allora. L'unica storia del Sindacato edilizia e legno (Sel) ad esempio l'ha scritta August Vuattolo, un emigrato italiano, ma si ferma al 1953.
Suona un po' strano sentire dire che la generazione del '68 va in pensione: non vi si associa all'idea di meritata quiescenza…
Nemmeno io mi associo all'idea.
Siete anche una generazione che pone una sfida nuova ai modelli di pensionamento.
Sì. Una flessibilizzazione dei modelli di pensionamento è effettivamente necessaria. Nella fase attuale, la questione del livello delle rendite è prioritaria, per cui dobbiamo soprattutto concentrarci su di essa. Ma penso che nella società dell'avvenire che vogliamo si andrà verso modelli più flessibili di pensionamento.
Lei ha qualche idea di come arrivarci? Oggi c'è un'età limite che per il sindacato è un tabù.
Un limite chiaro di età ci deve essere, e dev'essere addirittura abbassato. Ma si dovrebbe rendere più facili dei modelli di partecipazione a tempo parziale all'attività professionale, sia negli anni che precedono sia in quelli che seguono questo limite di età. Penso che sia fattibile, come si è riusciti a dare più spazio a modelli di ripartizione del lavoro fra donna e uomo. Nelle professioni meno usuranti sia fisicamente sia psichicamente è più facile realizzare questi modelli.
Lei come si vede da pensionato, come uomo ormai appartenente alla "terza età"?
Bisogna accettare questi cambiamenti. È vero, ufficialmente sono un uomo della terza età. Con la fortuna di beneficiare del prepensionamento, perché quello del sindacalista è un mestiere che assorbe e affatica molto. Però è vero che c'è chi sul piano fisico o psichico arriva molto usurato alla pensione, mentre altri sono molto più in salute. Io sono ancora in salute e con forza e motivazione e piacere in ciò che faccio. Negli ultimi mesi mi sono messo a leggere qualche libro sulla terza età, e ho trovato conferma che la terza età non è più una fase di alcuni anni dopo il pensionamento in cui ci si prepara alla fine, ma è una fase con varie tappe. Io sono nella prima tappa, nella quale si possono fare molte cose. E della meritata quiescenza non ho proprio voglia.

Pubblicato il 

06.07.12..

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