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Usi, da Lugano fino a Bologna

di

Can Tutumlu
Con l’avvio del prossimo anno accademico in ottobre l’Università della Svizzera italiana (Usi) soffierà sulle sue prime dieci candeline. Così giovane e già così cambiata. Sì, perché da quando è stato adottato l’accordo di Bologna, quello del “3+2”, nulla è come prima. La laurea non è più una sola e non si ottiene nei tradizionali quattro anni di studio. Ora ci si laurea due volte, anche all’Usi. In 3 anni di studio si consegue una “minilaurea” chiamata “bachelor” mentre in 5 si ottiene il “master”. Più di prima? No, come prima o quasi. Ora si studia 5 anni per avere un titolo di studio equivalente a quello tradizionale. Ma perché questa riforma allora? “Maggiore mobilità studentesca”, rispondono gli esperti. Dopo l’ottenimento del “bachelor” è infatti possibile conseguire il titolo di master in qualsiasi ateneo svizzero ed europeo. Maggiore mobilità che si tramuta anche in maggiore concorrenza fra le università con la nascita di una miriade di master professionalizzanti a cavallo fra diverse discipline. Economista o esperto in comunicazione? Non si sa. Ma non è tutto qui. All’ombra della volontà ferrea delle autorità a favore del “3+2” si nascondono anche le “ragioni dell’economia”: coloro che decideranno di lavorare una volta ottenuto il solo “bachelor” costeranno decisamente meno alle imprese. Ne abbiamo parlato con Mauro Baranzini, professore e colonna portante dell’Usi che da ottobre sarà anche decano della facoltà di economia. E neppure lui nasconde le sue perplessita sull’accordo di Bologna... Mauro Baranzini, per quale motivo la facoltà di economia dell’Usi ha deciso di adeguarsi alla riforma di Bologna? Non è stata una decisione presa né dalla nostra facoltà né dall’Usi. È stata la Conferenza dei rettori svizzera che ha deciso l’immediato adeguamento del sistema universitario elvetico all’accordo di Bologna. L’Usi si è dovuta di riflesso adeguare a questa scelta. Peccato, perché avevamo appena messo a punto i programmi per la laurea quadriennale e il dottorato. Improvvisamente abbiamo dovuto creare quello che adesso viene chiamato “3+2+3”. Genitori e studenti si chiedono ora quanto vale il titolo di master che si consegue in 5 anni. Vale più o meno della laurea che si otteneva in 4 anni? È una domanda più che giustificata. Il bachelor che si ottiene in 3 anni più il master che si consegue con 90 crediti – cioè circa in un anno e mezzo di studio – equivale più o meno alla vecchia laurea quadriennale. C’è una differenza importante però: con la riforma di Bologna chi ha effettuato il master può accedere direttamente allo studio dottorale presso l’Usi. Per la laurea quadriennale mancano invece alcuni crediti per poter frequentare il programma per dottorandi. Ma prima ha detto che gli attuali cinque anni di studio equivalgono alla laurea quadriennale. Non trova che si ottiene in 5 anni quello che si poteva avere in 4? Non è esattamente così. Alcuni master richiedono non 90 ma 120 crediti. Si tratta quindi di un impegno maggiore. Ma per capire questi cambiamenti non si può fare a meno di parlare delle intenzioni dell’Unione europea che ha voluto fortemente l’accordo di Bologna. L’Ue ha voluto puntare su una maggiore mobilità degli studenti fra un’università e l’altra ma anche fra le diverse nazioni. Tanto è vero che adesso si sta pensando anche ad un anno accademico temporale uguale in tutta Europa: inizierà – probabilmente a partire dal 2007 – dalla metà di settembre fino alla metà di dicembre per quanto riguarda il primo semestre. Poi grosso modo da marzo a metà giugno per il semestre estivo. Questo tipo di standardizzazione rappresenta a mio modo di vedere un’evoluzione positiva per lo studio universitario. E quali sono i contro di questa evoluzione? Personalmente ho delle riserve per quanto riguarda la riforma di Bologna. Ho l’impressione che si sia voluto ricalcare il modello anglosassone e americano di concetto di università. Modello che ha sì dei vantaggi ma anche delle pecche. Le mie perplessità su questa riforma si basano sul fatto che si vuole mirare all’abbassamento dell’età di maturità da 19 a 18 anni e forse addirittura a 17 come è attualmente il caso negli Stati uniti e in certe scuole d’Inghilterra. Si tratta di un passo indietro, perché vorrebbe dire prendere la maturità a 18 anni per poi aver un titolo universitario – con il bachelor – a soli 21 anni. Questo non è sicuramente proficuo dal punto di vista dell’apprendimento e della formazione. Va però a vantaggio di quei datori di lavoro che preferiscono un giovane laureato che può essere retribuito meno. Ma che futuro professionale c’è per chi si ferma ai primi 3 anni di università con il solo titolo di “bachelor”? L’Usi ha già consegnato questa “minilaurea”. Il sistema di Bologna e la Conferenza dei rettori svizzera ha fortemente consigliato di presentare il “3+2” come un pacchetto completo e unico di studi. Dal punto di vista tecnico lo studente si può fermare ai 3 anni di formazione ma dal punto di vista organico ciò è altamente sconsigliabile. Questo perché il bachelor è una prima infarinatura senza una particolare specializzazione e professionalizzazione. Torniamo alla facoltà di economia dell’Usi. Il programma del bachelor sembra decisamente più leggero del vecchio curricolo di studi. Perché questa scelta “light”? Non ne va della qualità dello studio? Non sono di questo avviso, non è un programma “light”. Ci siamo adeguati allo standard delle altre università che hanno tutte, infine, adottato il “3+2”. Non volevamo obbligare i nostri studenti ad un più alto carico di studio per rapporto alle altre università. È vero però che all’inizio ci eravamo prefissi uno studio più forte, più concentrato e più impegnativo. Questo per due motivi. Essendo un’università neonata volevamo offrire un prodotto – prodotto tra virgolette – con un’alta qualità. In secondo luogo abbiamo tuttora un problema di lingua, per questo motivo abbiamo reso – per ragioni comprensibili – da subito obbligatorio lo studio dell’inglese e del tedesco. Queste scelte si erano tramutate in un impegno maggiore per i nostri studenti. Ora con il “3+2” abbiamo armonizzato, su richiesta delle autorità, i nostri programmi al resto della Svizzera. Fra i master attualmente offerti all’Usi ve ne sono anche a cavallo fra la facoltà di economia e quella di comunicazione. Il titolo finale di uno di questi è “Master of Science in Economics and Communication”. È giusto che uno studente dopo uno studio di base di 3 anni in comunicazione o in economia si ritrovi con il titolo di economista o rispettivamente di esperto in comunicazione? Può apparire qualcosa di ibrido e non troppo convincente. Ma le cose non stanno così. La legge impone che noi dobbiamo accettare nei nostri master tutti gli studenti con un bachelor. Nel caso di una mancanza di conoscenze di base dobbiamo offrire loro il modo di recuperare. In questo caso abbiamo voluto aprirci. Ad esempio per il master in economia e istituzioni abbiamo un buon 50 per cento di iscritti che non sono né economisti né giuristi, ma politologi e perfino letterati o geografi. Questa scelta è un arricchimento dal punto di vista della formazione. D’altra parte però siamo coscienti del fatto che se uno ha fatto poca economia non diventerà un esperto economista. Viceversa se uno non ha una solida base di comunicazione non potrà essere un professionista dell’informazione. Le dirò di più. Finora tutte le università, in Italia, in Germania e in mezza Europa si sono affrettate ad offrire master senza sapere che cosa il mercato – questa brutta parola – avrebbe loro richiesto. Si stanno facendo dei tentativi. A Verona la facoltà di economia ha offerto inizialmente 11 master, ora probabilmente scenderanno a tre. Non ha paura che dall’Usi usciranno studenti che non sono “né carne né pesce”? Non è nostra intenzione. Riprendiamo l’esempio che mi ha fatto lei: il master di comunicazione finanziaria. È stata un’esplicita richiesta della piazza finanziaria cantonale quella di formare dei giovani in questo campo. L’università deve restare indipendente nella scelta dei suoi programmi e al contempo saper tendere l’orecchio alle esigenze del mondo del lavoro. Io credo che sia valsa la pena di muoverci in questa direzione. Ciò non vuol dire però che non comprendiamo anche le ragioni di chi ha delle riserve. Il “3+2” rappresenta anche un pericolo per il futuro dell’Usi. Non c’è il rischio che gli studenti lascino Lugano per conseguire il “+2” altrove? Questo è un problema che ci ha preoccupato molto. Le dirò però che nel quadro della mobilità studentesca è auspicabile che i nostri studenti ticinesi vadano altrove a fare il master. Questo gioverebbe a loro, alla società civile e anche all’economia. È ovvio però che questo ragionamento implica anche una certa simmetria: cioè che anche da altre università si venga da noi a fare il master. Purtroppo da noi il fattore linguistico è un problema insormontabile, ciò sfavorisce le piccole università come la nostra. Quindi il futuro decano di economia consiglia agli studenti di andare a fare il master fuori da Lugano? Dobbiamo essere onesti nel dire ai nostri studenti quali sono le opportunità che hanno in casa e quali le possibilità fuori. Nella facoltà di economia i professori si sono impegnati a fornire supporto agli studenti. In alcuni casi abbiamo incoraggiato e raccomandato ad alcuni di loro di andare a fare il master negli Stati Uniti o in Inghilterra. Magari ritorneranno qui per fare il dottorato, oppure faranno conoscere il nome dell’Usi all’estero.

Pubblicato

Venerdì 10 Giugno 2005

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