di Gaddo Melani

Grazie, Mr Bush. Grazie perché i suoi disastrosi anni alla Casa Bianca hanno contribuito non poco alla vittoria di Barack Obama. Certo, il senatore dell'Illinois per diventare il 44esimo presidente degli Stati Uniti c'ha messo moltissimo del suo, ma è altrettanto indubbio che la screditata coppia Bush-Cheney gli ha spianato la strada: fra un nero e un repubblicano la scelta s'è rivelata facile.
Quella di Barack Obama è un'elezione storica. Su questo non c'è dubbio. Per molti osservatori è la terza elezione di portata epocale nella storia statunitense, dopo quella di Lincoln (che abolì la schiavitù), e di Frank Delano Roosevelt, che traghettò gli Stati Uniti, mediante una politica economica e sociale a favore delle classi povere (New Deal), fuori dalla spaventosa crisi scoppiata nel 1929.
Un nero alla Casa Bianca. Forse si fa più fatica a rendersene conto da noi, dove c'è addirittura chi si scandalizza per i "troppi neri nella nazionale di calcio", che negli stessi Stati Uniti.
Da diversi anni, persone di colore hanno raggiunto posizioni di primissimo piano in tutti in settori civili e politici (basti pensare ai segretari di stato Colin Powell e Condoleeza Rice). La conquista di Obama della Casa Bianca, il vertice del potere, offre però molto di più: l'immagine di un'America nuova che diventa simbolo di un mutamento in atto in tutto l'Occidente dove, il crescente crogiuolo di razze, etnie, religioni, culture diverse svuota di contenuto il termine razza (con buona pace dei Bossi e Bignasca). Perché Barack Obama, come ha scritto lui stesso, è «figlio di un nero e una bianca… con una sorella per metà indonesiana, un cognato e una nipote di origini cinesi… con parenti di ogni razza e colore sparsi su tre continenti…». Un mutamento che negli Stati Uniti con l'elezione di Obama diventa un dato di fatto riconosciuto e accettato.
La vittoria del candidato democratico costituisce una vera sberla per gli ambienti più conservatori non solo per il colore della pelle del vincitore, quanto per le posizioni assunte, specie in campo economico. Con lo scoppio della crisi, la campagna elettorale dei repubblicani non ha trovato niente di meglio che accusare Obama di essere un socialista, un filo-comunista per il suo impegno, una volta eletto presidente, a procedere a una riforma fiscale diminuendo le tasse ai poveri e aumentandole ai ricchi. Una ridistribuzione della ricchezza bollata da McCain come "un furto a danno dei ricchi".
Il 4 novembre, complice la crisi economica, si chiude l'era Reagan-Thatcher, trent'anni trascorsi all'insegna del neoliberismo. Barack Obama promette un nuovo "patto sociale" che contempli il diritto all'assistenza sanitaria, che favorisca la scuola pubblica (necessaria di profonde riforme), che venga incontro alle classi povere, che crei lavoro proteggendo l'ambiente. I problemi da affrontare e risolvere sono immensi e non solo per la crisi economica. Dopo otto anni di Bush-Cheney, gli Stati Uniti si ritrovano con una costituzione bistrattata da leggi d'emergenza che violano i diritti individuali, con un aggressivo neo-conservatorismo religioso che pesa sulla società civile, e in particolare sulla scuola. È oggi necessario che lo straordinario movimento di massa, in special modo giovanile, che ha portato al trionfo Barack Obama non si dissolva dopo il successo, ma continui a far sentire la sua forza per appoggiare Obama a mantenere fede alle sue promesse elettorali. Anche perché la maggioranza che i democratici hanno conquistato al Congresso non è di per sé garanzia di incondizionato appoggio alla Casa Bianca: il conservatorismo non è esclusivo appannaggio dei repubblicani.
Non meno gravi e urgenti sono i problemi che si pongono sul piano internazionale. Dato per scontato che anche per Barack Obama gli Stati Uniti devono continuare a esercitare la leadership mondiale, a essere la potenza di riferimento, si tratta ora di imporre alla politica estera una via diversa, basata sulla diplomazia, sulla maggiore condivisione delle grandi scelte strategiche. In particolare si dovrà rovesciare la politica finora seguita di cercare di occidentalizzare l'intero pianeta per poterlo asservire, politica emersa in particolare dopo l'11 settembre e che è alla base dei maggiori disastri.
Così facendo, con Obama, gli Usa potranno, forse, ricostruire un po' di simpatia attorno a sé e rendere, forse, meno fastidiosa la consapevolezza che siamo tutti sudditi di quell'impero.

Pubblicato il 

07.11.08

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