Diritti

Uomini, se vi piacciono, ve le regaliamo noi le mimose

La giornata internazionale dell'8 marzo è spesso liquidata con un rametto di mimose, facendole perdere il suo significato, che è quello di mettere fine alla discriminazione fra donne e uomini. Il prossimo passo? Aumentare le pensioni delle lavoratrici.

Nel 1893 la Nuova Zelanda concede il diritto di voto alle donne.

È il primo stato a farlo: in Svizzera, la nostra Svizzera, accadrà solo nel 1971.

 

Che cosa significa? Che le donne nel nostro paese non hanno diritto di parola, o per essere più “morbide” alcune voce in capitolo. Intanto continuano a sgobbare, tirare su figli, occuparsi dei genitori anziani, lavorare dentro e fuori casa, e a essere prese in giro dagli uomini, che ironizzano su di loro e alle quali non danno fondamentalmente diritti. La schiavitù ha varie declinazioni.

 

Nel 1977 le Nazioni Unite proclamano la giornata internazione delle donne, scegliendo come data simbolo l’8 marzo, ma l’iniziativa suscita ambiguità: mica è una festa, ma un giorno per ribadire che il genere femminile, come, ad esempio, lo sono stati i neri, è vittima di abusi di vario tipo non ancora risolti. In molti non devono avere capito il senso del giorno, pensando che sia un’ occasione per regalare fiori, stile San Valentino. No comment.


Passo dopo passo, o meglio strisciata di lumaca dopo lentissima strisciata, i vari paesi “civilizzati” introducono delle sorti di conquiste. Nel 1981, l’altroieri, nella Costituzione elvetica viene introdotto il principio per cui uomini e donne dovrebbero avere gli stessi diritti, mentre la Legge sulla parità dei sessi esiste solo dal 1996. Traguardi significativi dal punto di vista simbolico, ma non decisivi, in quanto rappresentano solo una prima tappa di un lungo percorso verso il riconoscimento (o dovremmo dire accettazione?) della parità tanto nelle istituzioni quanto in famiglia e nel lavoro, superando quella disuguaglianza strutturale tra uomini e donne, presente in tutte le civiltà, in tutte le culture e in tutti i tempi.


Domenica scorsa abbiamo esultato per l’introduzione della 13esima AVS: un atto che la politica doveva alla popolazione in pensione, visto che il primo pilastro copre solo il minimo vitale e negli ultimi due anni non riusciva più a farlo. I soldi per finanziarla di certo non mancano, e nei prossimi mesi dal cilindro Berna riuscirà a estrarre la soluzione e il paese non andrà in bancarotta.


Un segnale positivo: la popolazione, con una vittoria schiacciante dei sì all’iniziativa e del no all’aumento dell’età pensionabile, ha dato prova di rendersi conto che il sistema così non regge più.


In questo 8 marzo 2024 pensiamo, però, che c’è ancora tanto da fare. Quella rendita supplementare, che sia benedetta, sarà una piccola boccata d’ossigeno, ma che cosa ne sarà di noi donne quando andremo in pensione dopo avere sgobbato tutta la vita, senza risparmiarci, ma con buchi enormi nella previdenza, perché mentre lavoravamo, crescevamo figli e le percentuali di lavoro (e quanti lavori facevamo! Altro che tempo pieno! Il 100% era ampiamente superato) non venivano sommate e così il secondo pilastro non ci veniva versato. Non è violenza economica? Se vi urta la definizione, concorderete perlomeno, nell’accettare la parola ingiustizia, discriminazione, distorsione?


E ora che si fa? La 13esima AVS è cosa fatta, evviva!, ma il sistema pensionistico va ripensato nel suo insieme per non erodere la classe media così fondamentale per la stabilità di un paese.
Urge sistemare, e non rappezzare,  la questione pensionistica delle donne. Subito! È un’emergenza sociale e una priorità politica.

Un problema che tocca milioni di donne in Svizzera e la soluzione non può quella di farle lavorare fino al loro ultimo respiro come nei paesi sottosviluppati.

 

Per fortuna con il 3 marzo non abbiamo liquidato il tema pensioni, che tornerà presto a tenere banco. In autunno si ritornerà alle urne sull’argomento: il referendum contro la modifica della Legge federale sulla previdenza professionale per la vecchiaia, i superstiti e l’invalidità (LPP) è riuscito. La proposta di legge, elaborata dal Parlamento e dal Governo, intendeva mantenere il secondo pilastro abbassando il tasso di conversione, visto l’aumento dell’aspettativa di vita. In pratica, ciò significa che i contributi versati dalle persone assicurate avrebbero dato diritto a una rendita inferiore a quella di oggi. Inaccettabile per ogni pensionato, a maggior ragione per le donne che sono già state penalizzate abbastanza e scandalosamente con il secondo pilastro.


Ora, i soldi in Svizzera non mancano: occorre trovare soluzioni sane ed eque per amministrarli. Restiamo fiduciose per la prossima votazione, rinunciando oggi volentieri alle mimose. Mica penserete di liquidarci con un rametto giallo?

 

Pubblicato il

08.03.2024 16:24
Raffaella Brignoni e Federica Bassi
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