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"Uno sport rovinato dai medici"

di

Claudio Carrer

«Il ciclismo è uno sport magnifico, ma purtroppo da quindici anni a questa parte a scriverne la storia non sono più gli atleti ma i medici imbroglioni». È con questa amara consapevolezza che Antonio Ferretti, ex ciclista professionista, giornalista presso la Rsi, guarda al campionato del mondo che si sta correndo a Mendrisio in questi giorni. Nonostante gli sforzi dichiarati da più parti, questa popolare disciplina continua in effetti a essere falcidiata dai casi di doping e a perdere sempre più di credibilità. Alla vigilia della grande manifestazione in terra ticinese, area ha raccolto le riflessioni di Ferretti, attento osservatore della realtà della bicicletta con il "vizio" di non sottacerne i mali e le malefatte.

Come mai il ciclismo sta facendo tanta fatica a ripulirsi dalla piaga del doping?

I tentativi di rigenerazione vengono rallentati dalla diffusa tendenza a negare l'evidenza. E in questo ha gravi colpe l'Unione ciclistica internazionale (Uci), la quale ha voluto fare del ciclismo un grande business (al pari del calcio, dell'atletica, della formula uno e di altri sport) ma gestendo male la situazione. Una situazione molto grave se si pensa che fino al 1996 praticamente tutti gli atleti assumevano eritropoietina (Epo), oltre all'ormone della crescita, agli anabolizzanti e ad altre cose. Tutti lo hanno sempre saputo (anche quando i controlli non erano in grado di smascherare i disonesti) ma l'Uci ha sempre negato o sminuito il fenomeno per continuare a vendere il prodotto ciclismo. E dunque per attirare gli sponsor e per incrementare le entrate dei diritti televisivi

Il doping come è entrato nel ciclismo e come è degenerata la situazione?

La cultura della sostanza che migliori la prestazione c'è sempre stata nel ciclismo: Fausto Coppi fu il primo a prendere molte medicine (che tra l'altro a quanto pare resero inefficaci i farmaci contro la malaria che lo portò alla morte), ma il vero doping iniziò con l'avvento dei medici, tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta, ai tempi dei vari Tony Rominger e Claudio Chiappucci.

Che differenza c'è tra l'antico e il moderno?

Ai tempi di Coppi a Eddy Merckx, la sostanza più diffusa era l'anfetamina, uno stimolante del sistema nervoso che annulla il limite psicologico della fatica e aiuta ad andare un po' oltre le proprie possibilità, ma, pur trattandosi di un comportamento eticamente sbagliato, non trasforma il corpo o le qualità dell'atleta: Merks era straordinariamente forte con o senza l'anfetamina o i primi anabolizzanti che prese a fine carriera. Insomma, il corridore pedalava con le sue gambe, i suoi muscoli, il suo sangue e grazie a molto allenamento. A partire dagli anni Novanta l'atleta è invece stato completamente trasformato attraverso l'alterazione dei valori ematici e il miglioramento della potenza fisica con gli anabolizzanti. I primi sono stati gli italiani, seguiti dai francesi fino a che, tra il '95 e il '96, tutti i professionisti avevano accesso alle sostanze. Da quel punto in poi i medici hanno iniziato a fare la differenza e chi sapeva meglio dosare le sostanze in funzione dell'atleta ha avuto più successo.

Senza che nessuno intervenisse?

È proprio in quel momento che è mancato l'intervento decisivo, complici i controlli che non erano in grado di smascherare le sostanze. Nel 1997 si iniziò con le analisi del sangue per il controllo dell'ematocrito (su richiesta degli stessi corridori che iniziavano ad intravedere i pericoli per la salute) ma questo ebbe solo un effetto limitatore. È stato come ridurre il limite di velocità in autostrada da 200 a 150 Km/h per diminuire il numero di morti. Ci sono volute le incursioni della polizia, in particolare quelle che fecero scoppiare il caso Festina nel '98, quando fu arrestato il massaggiatore con le sostanze destinate agli atleti e si capì che in tutte le squadre c'era il doping organizzato. Da allora i controlli sono sempre più seri ed efficaci, ma nel contempo i medici sono andati "in fuga" e i più abili tra loro hanno sempre trovato  sostanze in grado di aiutare il trasporto di ossigeno ed aumentare la potenza fisica (determinante soprattutto nelle gare a tappe) senza venir scoperte dagli esami antidoping.

Chi sono questi "bravi" medici?

Oggi ce ne sono ancora almeno quattro che sanno fare la differenza.

Uno è l'taliano Michele Ferrari: è stato radiato da quasi tutte le federazioni sportive italiane, però continua ad agire in incognito.  A quanto si sa vive nell'anonimato tra Lugano e San Moritz, dove riceve gli atleti. Capita così che in queste località, alla vigilia di manifestazioni come il Tour de France si incontrino personaggi come Vincenzo Nibali o Franco Pellizzotti.

Un altro è Eufemiano Fuentes, un ginecologo originario delle Isole Canarie che opera con la sorella Jolanda e uno staff specializzato nelle trasfusioni sanguigne: è un "artista" nel prelevare il sangue degli atleti, conservarlo, manipolarlo e poi re-iniettarlo durante le gare a tappe o in prossimità degli impegni più importanti.

Nel maggio 2006 nel suo studio di Madrid furono ritrovate più di 200 sacche di sangue che portavano nomi in codice tipo "Birillo" (che poi si è saputo era il cane di Ivan Basso) o "Valvpitti" (pitti, il cane di Alejandro Valverde), ma solo per una decina è stato possibile risalire al legittimo proprietario. Questa operazione di polizia, denominata "Puerto", fu resa possibile dalla denuncia dell'ex corridore Jesus Manzano, il quale decise di parlare dopo aver rischiato di morire per due volte. Essa portò all'arresto del direttore sportivo della Once e in seguito della Liberty Seguros Manolo Saiz, il quale in squadra aveva tale Alberto Contador, pure lui cliente di Fuentes. Manzano disse di aver visto nello studio del medico "canario" pure calciatori di quattro squadre spagnole importanti (Barcellona, Real Madrid, Espanol e Osasuna) e atleti dell'atletica leggera spagnola. Anche Fuentes fu arrestato ma presto rilasciato poiché la legge spagnola non consente una condanna per queste pratiche. Oggi non si fa più vedere, ma si sa che continua ad agire, forte del fatto che la trasfusione autologa non è individuabile con i controlli antidoping.

Un altro di cui non si sente più parlare (pare si sia ritirato) ma che è stato determinante per molti anni è Luigi Cecchini, medico di Bjarne Riis, Jan Ulrich, in parte di Fabian Cancellara e di Dario Frigo. Infine c'è Enrico Lazzaro, già medico del Vicenza Calcio ai tempi in cui la squadra era allenata da Francesco Guidolin e vinse, nel 1997, la Coppa Italia. Anche lui finì sotto inchiesta dopo essere stato intercettato attraverso un video mentre consegnava dell'epo a Davide Rebellin. Il suo nome ricomparve inoltre nelle confessioni di Emanuele Sella, già vincitore di tre tappe al Giro d'Italia 2008 e beccato positivo alla cera (l'epo di terza generazione) dopo che aveva commentato con dispiacere la positività alla stessa sostanza del collega Riccardo Riccò.

I medici agiscono con la sola complicità dell'atleta o anche delle squadre?

Con la complicità di tutti: vincere un Tour de France, i mondiali, le grandi classiche o singole tappe importanti fa guadagnare molti soldi ai corridori, dà visibilità agli sponsor e ai manager che grazie a questo possono strappare contratti più ricchi. È insomma un circolo vizioso.

Come valuta l'efficacia dei controlli?

È aumentata moltissimo nel corso degli anni. Oggi le analisi sono in grado di individuare l'epo, la cera (dal 2008) e gli stimolanti. Ma ci sono sempre nuove sostanze che aumentano i globuli rossi e il trasporto di ossigeno e che non sono rilevabili. Succede così che talvolta un sospetto non può trovare né conferma né smentita. Penso al caso di Contador, il quale al Giro d'Italia 2008 andava più veloce di Riccò, il quale ammise di aver assunto la cera. Non ci sono dunque prove a carico di Contador, ma le sue prestazioni non si possono spiegare se non con un intervento artificiale. È possibile per esempio che abbia assunto una sostanza nuova.

All'ultimo Tour de France il presidente dell'associazione francese di lotta al doping (i francesi sono molto avanti anche rispetto alla federazione internazionale: sono loro che lo scorso anno hanno scoperto la cera e incastrato Leonardo Piepoli e Riccò) ha del resto annunciato la presenza di una nuova sostanza, evoluzione della cera, che si sta testando in America e in Giappone, ma che non è in commercio e per ora non è rilevabile dai test. Da quest'anno è però possibile rifare le analisi del sangue (nel frattempo congelato) fino a otto anni dal prelievo e dunque sanzionare il corridore a distanza. Cosa che non fu possibile con il sangue prelevato a Lance Armstrong durante il Tour del 1999 (quando i test non erano ancora in grado di evidenziare l'epo), da cui anni dopo risultò che durante la competizione assunse la sostanza almeno in sei occasioni.

Il 1999 fu l'anno della "fine" di Marco Pantani a Madonna di Campiglio durante il Giro d'Italia che si apprestava a stravincere. Perché fu colpito lui e non l'intero sistema?

La federazione lo spiegò col fatto che Pantani era stato lasciato passare col semaforo rosso in tutte le occasioni precedenti. L'anno prima, quello del caso Festina, vinse il Tour dopo aver vinto il Giro anche grazie allo strepitoso terzo posto nella cronometro Mendrisio-Lugano. Una circostanza questa in cui era fuori norma: come tutti sanno, si salvò solo grazie ad uno scambio di provette con il suo compagno di squadra Riccardo Forconi (un gregario). Ciononostante nel '99 quasi unanimemente si continuava a dipingerlo come esempio del ciclismo pulito, anche se si sapeva da un anno che imbrogliava.

La debolezza di Pantani fu il suo staff medico, meno abile rispetto a quello dei colleghi. Quel 5 giugno 1999 gli fu riscontrato un valore di ematocrito superiore al 52, mentre il secondo e il terzo classificati (Ivan Gotti e Paolo Savoldelli, clienti di Ferrari) si salvarono per il rotto della cuffia con valori di poco inferiori al limite di 50, il che alla fine di una gara come il Giro costituiva comunque un chiaro indicatore di consumo di epo. A quanto pare Pantani, a differenza degli altri due, subì il controllo senza sottoporsi per mancanza del tempo materiale a una fleboclisi di soluzione fisiologica per abbassare questi valori. Secondo un'altra versione, fece la flebo ma servì a poco perché aveva un valore di ematocrito troppo alto (superiore al 60).

Nel ciclismo di oggi la cultura del doping è ancora così radicata?

C'è una differenza rispetto al passato. Una volta tutti ricorrevano al doping, qualcuno con dei bravi medici (che pagavano moltissimo: prendevano il 10 per cento dei guadagni del corridore) e altri (che si facevano beccare o rischiavano di morire) con medici meno bravi. Oggi invece buona parte degli atleti non prende nulla. Resta però il rammarico che da quando i medici hanno iniziato a modificare le caratteristiche fisiche, fisiologiche e atletiche dei corridori, non possiamo più capire chi è il vero campione. Il vero senso del Tour de France, che impone capacità di resistere giorno dopo giorno ai chilometri, alle salite, al vento, all'acqua e al caldo, è ormai andato perduto.

Correre il Tour del France o altre corse a tappe senza doping è ancora possibile?

Certo, ma questo provocherebbe stati di forma alterni che ormai non si vedono più. Oggi i corridori vanno in crisi se non hanno scelto il medico giusto o è stato fatto un errore nella preparazione dei cocktail.

Senza doping si può correre un giro di Francia. Ma si può anche vincerlo?

È il doping che genera il doping e non la fatica che chiede il doping. Se nessuno prende questi prodotti alteranti, si può vincere anche un Tour. E il tutto sarebbe molto più bello, più spettacolare, ricco di colpi di scena e vi sarebbe maggiore attenzione tattica.

Dunque chi vince oggi è dopato?

Diciamo i primi quattro delle classifiche.

Visto che non si riesce stare al passo con i medici, non varrebbe la pena liberalizzare il doping?

Sarebbe la fine dello sport, perché si toglierebbe al giovane la libertà di scegliere se assumere sostanze. In queste condizioni infatti non potrebbe per esempio partecipare ad un Tour de France senza aiutarsi con le sostanze. Altrimenti sarebbe come gareggiare contro Valentino Rossi con una 125. La liberalizzazione per la società civile sarebbe un disastro. La lotta al doping deve dunque continuare. Non c'è scelta.

Nella carriera di un atleta inizia presto questa pratica?

La situazione è drammatica in Spagna (dove non si fa nulla contro il doping) e ancora di più nei paesi dell'Est Europa (anche a causa di prodotti contraffatti provenienti soprattutto dalla Cina). Un po' meno in Italia, dove si stanno compiendo degli sforzi per sradicare la cultura del doping che purtroppo si è imposta negli anni passati. In Svizzera invece si può stare tranquilli: il movimento è sano, anche se dieci anni fa il pericolo c'era. So di molti corridori ticinesi che  hanno smesso il ciclismo quando si sono trovati di fronte a questo bivio.

Cosa servirebbe per porre fine alla brutta abitudine del doping?

Bisognerebbe ripartire da zero e rompere completamente col passato, anche a livello dirigenziale. La presenza di un direttore sportivo come Bjarne Riis (che nel 96 ammise il ricorso al doping e fu tolto dall'albo d'oro del Tour e oggi è alla testa della squadra Saxo Bank) è spia della mancanza di volontà di lottare veramente contro il doping. Una mancanza di volontà favorita anche dagli enormi interessi economici della federazione, degli sponsor e dei direttori sportivi. È dal 1999 (con il "Tour del rinnovamento") che il mondo del ciclismo dice di voler cambiare, ma in realtà i personaggi più negativi vengono eliminati solo grazie agli interventi della polizia o a legislazioni estremamente severe. In questo senso la Francia è un esempio e non è un caso che oggi i ciclisti francesi non vincano più nulla, a meno che militino in squadre straniere. 

I media possono fungere da deterrente?

La decisione delle emittenti televisive tedesche Ard e Zdf di non più trasmettere il ciclismo (il Tour in particolare) è un'ottima mossa, perché alla fine è la televisione che dà visibilità allo sponsor che spinge le squadre a trovate sotterfugi per battere l'avversario.

I giornalisti e i commentatori (televisivi in particolare) non dovrebbero essere maggiormente coraggiosi ed evitare di esaltare le gesta di certi atleti?

Premesso che è difficilissimo commentare una gara in diretta, a mio avviso non si può, di fronte per esempio allo scatto di un Contador, sottacere che è "in cura" da Fuentes. Purtroppo pochi hanno il coraggio di menzionare anche solo il sospetto.

Perché non c'è stato un calo di popolarità del ciclismo?

C'è stata una caduta della credibilità ed è venuta meno l'identificazioe dei tifosi nel campione di ciclismo capace di superare difficoltà e ostacoli. Secondo me la gente partecipa ancora alle corse perché è una festa, uno spettacolo. E non perché è interessata alle gesta dell'atleta.



La scheda: Le sostanze dopanti (fonte: www.antidoping.ch)

La Lista del doping è valida a livello mondiale. Viene elaborata da una commissione tecnica dell'Agenzia mondiale antidoping e aggiornata ogni anno. Nella lista figurano solo sostanze e metodi che adempiono almeno due dei tre criteri seguenti: secondo conoscenze mediche o scientifiche, la sostanza o il metodo possiede un potenziale suscettibile di aumentare la prestazione fisica, comporta un rischio effettivo o potenziale per la salute oppure l'uso costituisce una violazione dei principi etici cui si ispira lo sport.

Si distinguono tre categorie di pratiche vietate:

• La manipolazione chimica e fisica: essa consiste nell'uso di sostanze e di metodi che alterano, tentano di alterare o che ragionevolmente si ritiene possano alterare l'integrità e la validità dei campioni di urina utilizzati nei controlli antidoping. Concretamente, si può fare ricorso all'iniezione nella vescica di urina donata, alla sostituzione e/o alla manomissione delle urine, all'inibizione della escrezione renale di sostanze vietate o ad alterazioni del rapporto testosterone e epitestosterone.

• Incremento della capacità di trasporto di ossigeno: Si ottiene mediante diversi metodi. Tra questo il cosiddetto doping ematico, che consiste nella trasfusione di sangue proprio o donato o di prodotti contenenti globuli rossi di qualsiasi origine, al di fuori di un trattamento medico legittimo. Così si aumenta il numero di globuli rossi con un conseguente incremento della capacità di ossigenazione della muscolatura e dunque un miglioramento della resistenza fisica. Negli anni Novanta l'Eritropoietina (Epo, ormone prodotto dai reni che pure provoca un aumento della produzione di globuli rossi) fece diminuire il ricorso al doping ematico. Secondo quanto affermato da diversi ciclisti nel 2004, avrebbe però conosciuto un revival negli ultimi anni.

• Doping genetico (o cellulare): consiste nell'uso non terapeutico di geni, elementi genetici o/e cellule che hanno la capacità di migliorare la prestazione sportiva. Al momento non è possibile prevedere quando la manipolazione genetica farà la sua apparizione nel mondo dello sport.

Pubblicato

Venerdì 25 Settembre 2009

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