La nostra società è spesso accusata di essere tendenzialmente individualista, chiusa su se stessa e poco attenta alle necessità di quanti non ne sono membri. Ne è un esempio la politica estera svizzera che, spesso, dà l'impressione di voler prendere più di quanto è concessa a cedere. Si pensi alle annose e complesse trattative tra la Confederazione e l'Unione Europea per gli accordi bilaterali. O si guardi alla contraddizione di certi grossi imprenditori che rivendicato, al medesimo istante, la loro elveticità e la libertà di portare la produzione all'estero, dove le condizioni lavorative e gli stipendi sono sovente meno restrittive che sul territorio nazionale. In casi simili, i vantaggi economici sono di sicuro svizzeri, mentre la maggior parte del peso sociale generato dall'attività produttiva è a carico del paese estero in questione. A titolo indicativo, nessuno si fa ormai più scrupoli di avere scambi commerciali con la Cina, benché il riconoscimento e la salvaguardia dei diritti umani fondamentali e, in particolare, di lavoratrici e lavoratori (anche minorenni) siano soltanto teoria ideologica, ma non prassi imprenditoriale. Gli affari sono affari, e già gli antichi latini affermavano che il denaro non ha odore, nemmeno quando è intriso di sudore o magari persino di sangue... Nonostante tutto ciò, la Svizzera e i suoi abitanti continuano ad apparire, sulla scena internazionale come pure su quella interna, come dei campioni di generosità. La nostra si presenta volentieri come una società aperta e accogliente, mentre nella realtà è capace di chiusure sconcertanti, persino sul lato economico.
Eppure, in molti ne ammirano le istituzioni sociali e politiche, la sua abilità a trovare sempre nuovi equilibri e a rifiutare qualunque forma palese di despotismo. Sul piano della raccolta di fondi per finanziare gli aiuti immediati in caso di catastrofe o progetti di sviluppo a medio e lungo termine, gli elvetici sono secondi a pochi altri. Talvolta tale prodigalità sembra però essere un modo di ripulirsi la coscienza, dopo aver ottenendo profitto dalle disgrazie altrui: i contributi federali a paesi terzi, soprattutto del Sud del mondo, sono di fatto quasi sempre vincolati a dei vantaggi economici per la nostra industria, compresa quella finanziaria. Riconosciamolo pure: le difficoltà delle altre persone o collettività possono disorientare, intimorire o suscitare perplessità e dubbi. Alla peggior stregua, possono essere considerate fasulle, immaginarie o pretestuose, poco degne di fede. Tuttavia, se non vogliamo cedere alla tentazione di vivere del dolore o addirittura della morte altrui, credo che sia necessario rivedere, a livello interpersonale e locale, come nazionale e mondiale, le modalità di sostegno. Poiché, in ogni situazione, a mio avviso, le nostre mani dovrebbero essere tese per ridare speranza a quanti l'hanno persa, permettendo loro di rialzarsi e riprendere il cammino, non per arraffare loro anche gli ultimi scampoli di vita che ancora si portano.

Pubblicato il 

11.01.08

Edizione cartacea

Rubrica

 
Nessun articolo correlato