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Uno "Stato sociale attivo"?

di

Martino Rossi
È un concetto alla moda. Non più protezione “passiva” dai rischi sociali (disoccupazione, invalidità, esclusione…) ma “investimento nel capitale umano”, affinché ognuno possa provvedere a se stesso. Detto così, non sembra poi così male: prevenire e promuovere anziché rattoppare. Le misure che ne conseguono sono più discutibili, e talvolta inaccettabili. Il disoccupato deve ritrovare un lavoro e l’assicurazione contro la disoccupazione, con le “misure attive”, deve facilitarlo. Tutto bene? Non proprio se questo approccio, condivisibile, si traduce in una limitazione arbitraria della durata delle indennità finanziarie: chi ce l’ha fatta a reinserirsi bene, gli altri passino all’assistenza. Ma anche qui la stessa filosofia viene riproposta: durata limitata delle prestazioni, loro riduzione, premi (incentivi) per chi lavora. Non tutto sbagliato neppure qui: purché si consideri la realtà dell’esclusione. Alcuni dati (per il Ticino): meno di un quinto di chi riceve un sostegno finanziario riesce a svolgere attività lavorativa “normale”. Gli altri? Disoccupati di lunga durata senza indennità e respinti dai datori di lavoro (circa 1/3); ammalati, invalidi, tossicodipendenti (circa 1/3); persone con gravosi impegni di cura dei familiari (figli, talvolta genitori) e altre ragioni (circa 15 per cento). Invalidità: priorità alla reintegrazione anziché alle rendite. Principio sacrosanto. Ma chi li impiega gli invalidi, purtroppo, se non i laboratori protetti senza scopo di lucro? E poi sappiamo dov’è il problema: esplosione dell’incapacità lavorativa (invalidità) per ragioni psichiche, a causa…dell’esclusione dal lavoro, dallo stress eccessivo dentro il mondo del lavoro (competitività, rivalità, “performance”, mobbing…). Politica familiare: le mamme devono lavorare! Va bene, ma se volessero occuparsi a tempo pieno dei loro neonati per due o tre anni? Perché la prima scelta dovrebbe essere migliore della seconda e, quindi, da scelta diventare obbligo (salvo per i ricchi)? Anziani. Lavorano troppo poco. Basta con i prepensionamenti e, anzi, vadano in pensione solo a 70 anni. Facile da dire, difficile da fare: in Svizzera, fra i 55 e i 64 anni, solo il 49 per cento delle donne di quell’età lavora, e solo il 79 per cento degli uomini (erano l’89 per cento dieci anni fa). E, si noti, sono percentuali fra le più elevate nel confronto internazionale. Occorre differenziare (un muratore e un farmacista non hanno gli stessi problemi con il lavoro) e adeguare, se si vuole lavorare più a lungo, i ritmi e i modi di lavoro delle diverse generazioni. Insomma: l’idea di “stato sociale attivo” non è da buttare in toto, ma i rischi da scongiurare sono almeno tre: un’ideologia ottocentesca che vede solo nel lavoro la salvezza dell’uomo; la responsabilità per l’occupazione trasferita dalle politiche economiche alle politiche sociali, dalle imprese ai servizi sociali; la lotta fra poveri per il lavoro (invalidi, anziani, disoccupati, assistiti…) e l’autoritarismo (campi di lavoro: “Arbeit Macht Frei”).

Pubblicato

Venerdì 15 Ottobre 2004

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