«Sì, ritengo che queste richieste siano legittime. (...) È un riconoscimento che dovrebbe essere fatto per evitare che in futuro le coppie omosessuali vengano ancora discriminate». È con queste parole che Don Sandro Vitaliani, pro-vicario della diocesi di Lugano e già docente di teologia dogmatica all’università di Friburgo, apriva il dibattito durante la trasmissione radiofonica Modem della Rsi il 23 aprile scorso all’indomani dell’avvio della campagna “Sì all’unione registrata”. E adesso? Adesso, cioè dopo che il 29 aprile la Conferenza dei Vescovi svizzeri ha dato il suo no definitivo allineandosi alla volontà del Vaticano, la posizione di chi all’interno della Chiesa cattolica è a favore della legge in votazione il 5 giugno si fa complicata. Prova ne è l’intervista in pagina a Don Vitalini che ora dice invece in maniera molto più sfumata che: «La solidarietà che siamo chiamati ad avere verso ogni persona e quindi anche verso queste coppie che intendono regolarizzare la loro situazione, mi potrebbe anche suggerire un voto affermativo». Aldo Lafranchi, psicoterapeuta vicino al mondo ecclesiastico, resta invece decisamente dalla parte del “no”. È contrario ad una legge che a suo modo di vedere vuole eliminare una discriminazione mentre «in realtà la crea». Ma Aldo Lafranchi lei ritiene l’omosessualità contro natura? «(...) la statistica non segnala l’omosessualità come norma. Come la si voglia poi chiamare, poco importa», ci ha risposto lo psicoterapeuta. A poco più di una settimana dal voto le lacerazioni all’interno della società restano aperte. Non solo in seno alla Chiesa cattolica ma anche nell’ambito dei partiti politici, come nel caso del Ppd nazionale che dice “sì” alle unioni registrate di coppie omosessuali mentre la sua sezione ticinese consiglia di votare no. Don Sandro Vitalini,* la Conferenza dei Vescovi svizzeri è contraria al partenariato registrato di coppie omosessuali: dice che è “una falsa soluzione di un problema reale”. La pensa così anche lei? Il problema è e resta reale. La Conferenza dei nostri Vescovi, nell’alveo del Magistero universale, definisce “falsa soluzione” una legge che sembra equiparare in modo squilibrato matrimonio e partenariato. Il mondo cattolico è diviso fra il “sì” e il “no”. C’è chi vede nell’unione registrata un pericolo per la famiglia. I Vescovi hanno addirittura parlato di pericolo per l’esistenza stessa dello Stato. Perché l’omosessualità fa tanto paura alla Chiesa? Non solo il mondo cattolico, ma l’opinione pubblica è divisa e le opzioni tra i partiti si fanno in modo trasversale. Il rischio di immaginare che ci siano due tipi di famiglia, eterosessuale e omosessuale, è paventato come realtà che snatura la stessa convivenza in uno stato civile. Circa la paura che fa l’omosessualità bisogna riconoscere che la stessa Chiesa esprime un sentimento diffuso capillarmente. Una famiglia dove si scopre che un figlio accusa questa tendenza è profondamente scossa. Ci sono dei “mea culpa” che la Chiesa cattolica dovrebbe farsi per la secolare discriminazione degli omosessuali? La secolare discriminazione è un fatto molto più ampio ed investe tutto il nostro passato. Come si credeva alle streghe e ai malefizi, così si immaginava che la persona a tendenza omosessuale fosse castigata, maledetta. Dobbiamo compiere uno sforzo di recupero notevole e convincere la società che là dove due persone dello stesso sesso vivono stabilmente una comunione di amore, di vicendevole aiuto, di rispetto, non devono essere discriminate né davanti a Dio – infinita misericordia – nè davanti agli uomini. C’è chi vede in questa legge un primo passo verso altre nuove rivendicazioni degli omosessuali come il matrimonio e l’adozione. Lei non ha questi timori? La recente decisione presa dal Governo spagnolo intesa a parificare l’unione tra omosessuali e il matrimonio, con il diritto loro riconosciuto di generare e di adottare figli, suscita anche in me il timore che si voglia andare in seguito oltre il partenariato e parificare questa istituzione alla famiglia. Con tutto il rispetto per le coppie omosessuali, si deve ricordare che, seguendo gli esperti, bambini affidati a simili coppie avrebbero il 30 per cento in più di possibilità di essere orientati verso comportamenti omosessuali. Credo che là dove l’uomo tende a misconoscere la natura arriva a misconoscere sè stesso e scivola verso la barbarie. Don Sandro Vitalini ci può infine dire cosa voterà il 5 giugno? Voterò, come credo avvenga per ogni persona, secondo quanto mi suggerisce la mia coscienza. La solidarietà che siamo chiamati ad avere verso ogni persona e quindi anche verso queste coppie che intendono regolarizzare le loro situazione, mi potrebbe anche suggerire un voto affermativo. La perplessità però per quanto sta avvenendo in Spagna mi induce nel contempo alla prudenza, nel timore che questo primo passo possa poi aprire la strada ad ulteriori passaggi che non potrei certamente accettare. * Intervista concessa via e-mail Aldo Lafranchi,* perché è contrario all’unione registrata per coppie omosessuali? Sono contrario a questa legge perché ambigua e piena di forzature. L’obiettivo è di cancellare una discriminazione. In realtà la crea. Perché gli omosessuali di Francia si sono opposti a una legge fatta solo per loro? Facendone un gruppo diverso da tutti gli altri, fuori della norma, li avrebbe discriminati. Da noi si vuole cancellare una discriminazione con una discriminazione. Un altro tipo, raffinato, di discriminazione la legge la crea quando presenta e definisce gli interessati a partire dalla loro preferenza sessuale. Così non si fa con nessun altro. Perché nei paesi che hanno una legge come la nostra più del 90 per cento delle coppie interessate se ne guardano dal fare registrare l’unione? Perché contravvenire all’apprezzata norma sociale grazie alla quale nessuno butta in pasto al pubblico la propria pratica sessuale e nessuno chiede ad altri di farlo sarebbe un farsi violenza. L’unione registrata, dice la legge, non è matrimonio. Perché allora si è ritenuto “ovvio” prendere come base dei lavori il diritto matrimoniale? Non è un altro paradosso? Così, come il matrimonio, la nostra unione registrata è di diritto pubblico, è firmata davanti all’ufficio di stato civile, cambia lo stato civile dei registrati, fa addirittura scattare i legami di parentela (da sempre un’esclusiva costitutiva dell’essenza del matrimonio). Quanto alle assicurazioni sociali, equiparando la coppia omosessuale alla famiglia con figli, la legge crea un’altra discriminazione, a danno delle coppie non sposate con figli. Non costano nulla i figli? E in spregio al dizionario, il registrato superstite diventa vedovo, quando il superstite convivente con figli non ha diritto all’indennità di vedovanza! Sarebbe una legge ben fatta? Non crede che votare no il 5 giugno significhi anche dire no all’omosessualità? Avrebbe senso dire no all’omosessualità? Non sarebbe come dire di no all’acqua un giorno di pioggia? Per quale motivo il partenariato fra coppie dello stesso sesso dovrebbe scalfire il ruolo e l’importanza della famiglia? Chi usa questo argomento lo fa, credo, perché preoccupato per tutto quanto avvicina troppo e inutilmente l’unione registrata al matrimonio. La mia preoccupazione va nella direzione della tendenza attuale di non più trovare ragioni per non fare tutto quello che si può fare e che finora non è stato fatto. Le frontiere si dissolvono. Impressiona poi la diffusa incapacità di cogliere la differenza tra i concetti di discriminazione e distinzione. Distinguere situazioni diverse tra di loro, prevedere diritti diversi nei due casi, non significa discriminare. Nel caso dell’omosessualità è la Corte europea dei diritti dell’uomo a ricordare che una differenza di diritti con gli sposati non è mai discriminazione. Quali soluzioni propone in alternativa al testo di legge in votazione? Crede che agli omosessuali debba essere negata una visibilità istituzionale? A mio giudizio bastava la modifica di un articolo della legge sul permesso di domicilio per stranieri. È il solo vero problema, che attualmente non ha una soluzione che faciliti le cose. Per tutto il resto gli omosessuali si trovano nella stessa posizione delle persone o delle coppie non sposate, che non si sentono discriminate per avere diritti diversi dagli sposati. Sanno che esiste una differenza e la rispettano. Alla questione dell’invisibilità istituzionale delle coppie omosessuali risponderei con una domanda: non fosse per la questione dei figli, le coppie sposate godrebbero di una visibilità istituzionale? Penso proprio di no. Varrebbe anche per loro il principio della pratica sessuale non esibita, sottratta agli sguardi altrui, protetta dall’intimità. Dal momento che la distanza, per me abissale, che separa le coppie sposate dalle coppie omosessuali è data dalla questione figli-specie-futuro della società, penso che oggi, tempo di grande tolleranza e rispetto per tutte le preferenze e pratiche sessuali, le coppie omosessuali potrebbero rallegrarsi di godere la loro intimità lontano dai riflettori. Lei ritiene l’omosessualità contro natura? Caratteristica della sessualità umana è il suo trascendere l’individuo verso la specie. È la norma dal profilo funzionale. L’osservazione la dà norma anche dal profilo statistico. Nella pratica omosessuale la trascendenza dell’individuo verso la specie è esclusa, e la statistica non segnala l’omosessualità come norma. Come la si voglia poi chiamare, poco importa. * Intervista concessa via e-mail

Pubblicato il 

27.05.05

Edizione cartacea

 
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