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Una testimone della verità

di

Loris Campetti
C’è un buco bianco nelle pagine del manifesto. Dal 4 febbraio non ci sono più i reportage da Baghdad di Giuliana Sgrena, la nostra compagna (e collaboratrice, fra gli altri, pure di area) rapita da chissà chi nel paese dove gli americani e i loro alleati hanno esportato la democrazia a suon di bombe e tenuta prigioniera chissà dove. Ci manca Giuliana, le pagine e pagine che quotidianamente riempiamo su di lei, le cento manifestazioni, cortei, sit-in e fiaccolate che si sono tenute in tutt’Italia – ma anche a Parigi e a San Francisco – gli appelli per la sua liberazione lanciati dal Papa agli Ulema, dal mondo protestante ai sindacati confederali, dai partiti democratici e dal mondo del pacifismo, dell’associazionismo equosolidale e antiliberista, dall’ambientalismo e dal mondo del lavoro, non riempiono quel buco. Giuliana Sgrena resta prigioniera innanzitutto di una guerra criminale e delle sue conseguenze politiche, sociali, culturali. Criminali. L’Iraq è un paese devastato dalle bombe e dalle autobombe arrivate in Mesopotamia insieme ai marines, in un paese dove c’era un’orribile dittatura ma non il terrorismo, in un paese in cui la vita della popolazione civile non vale niente. Ma chissà, forse quando leggerete questo articolo i terribili giorni del rapimento saranno soltanto un ricordo e noi tutti sabato saremo in decine di migliaia, o forse più, a manifestare con Giuliana la sua liberazione e non a chiederne la liberazione. Chi è Giuliana Sgrena? L’ha spiegato a tutti i media il suo compagno Pier Scolari: è una giornalista libera che lavora in un giornale libero. Non è un’eroina, non è una “scooppettara” a caccia di notizie sensazionali ma una professionista seria, un’inviata di guerra che ha la pace nel cuore e nel dna. Una giornalista di parte, dalla parte di chi la guerra subisce: le popolazioni civili martoriate. Giuliana è una di noi. È stata rapita mentre usciva da una moschea sunnita nell’università di Baghdad che ospita i profughi di Falluja, la città martire dell’Iraq del cui martirio nulla si deve sapere. Chiunque si è avvicinato a Falluja e alla verità ha fatto una brutta fine: Baldoni, ucciso; Florence Aubenas, rapita ancor prima di Giuliana insieme al suo interprete Hussein, e tanti altri. I testimoni scomodi vanno tolti di mezzo, danno fastidio a tutti perché si frappongono con la verità che raccontano tra le bombe e le autobombe. Giuliana è una delle giornaliste occidentali che meglio conoscono l’Iraq, la sua gente. Non è una sprovveduta, si è sempre organizzata le sue uscite dall’albergo con scrupolo e al tempo stesso ha sempre risposto male ai colleghi e ai diplomatici che le consigliavano di uscire con la pistola: nascosta dove? Sotto il velo? Giuliana non porta velo, il perché l’ha spiegato nei suoi libri: «Inorridiscono quando rispondo di no. Posso solo attenermi a regole precise, cercando di non dare nell’occhio», ha scritto di sé. Certo, dal Palestine è sempre uscita perché non è una giornalista embedded e la verità che racconta non è quella letta sulle veline degli eserciti occupanti dalla stanza di un albergo. Racconta di come vive la popolazione ma anche di come vivono i marines. In un reportage pubblicato da Die Zeit, il settimanale tedesco con cui Giuliana collabora, leggiamo: «La sera, di ritorno in albergo, un amico iracheno mi chiede in tono scherzoso: “Ancora sana e salva?”. È facile scherzare quando ci lasciamo alle spalle una giornata a Baghdad. Ce l’abbiamo fatta di nuovo. Si pensa sempre, in Iraq, che oggi potrebbe essere l’ultimo giorno della nostra vita». L’ultima volta che è tornata dall’Iraq, pochi mesi fa, Giuliana ci ha raccontato di quando una soldatessa a stelle e strisce le aveva chiesto in prestito il thuraya, il benedetto telefono satellitare che consente la comunicazione dal “mondo del Male” al “mondo del Bene”. Quella ragazzotta in mimetica voleva salutare la famiglia in ansia per la sua sorte in chissà quale McDonald’s dell’America profonda. Giuliana aveva storto il naso, ama le donne ma odia le divise, figuriamoci il suo sentimento nei confronti di una ragazza vestita da guerra. «Che vuoi fare, glie l’ho prestato». Allora la soldatessa aveva fatto il numero di casa ma non era successo niente. Logico, non aveva fatto il prefisso, neppure sapeva dov’era, magari in una provincia americana. Del resto, per gli americani – contractors, affaristi, militari, spioni – che arrivano all’aeroporto di Baghdad non c’è neppure il controllo del passaporto. Una provincia, gonfia di petrolio. A volte un piccolo aneddoto aiuta a capire come sono fatti gli americani meglio del più approfondito saggio sociologico. Giuliana è una donna piccolina, 56 anni ben portati, montanara della Val d’Ossola come i suoi irriducibili genitori che sopportano con forza e dignità partigiana lo scorrere drammatico dei giorni più difficili della loro vita. Giuliana è riservata ma risoluta. Apprezza il buon vino e quando in redazione qualcuno “stura ‘na buta” – si dice così in Piemonte – improvvisamente compare lei, annusa e decide se vale la pena. Ha paura di una cosa, lei che per raccontare la pace tanto ha viaggiato in mezzo alle bombe americane, alle mine italiane in Afghanistan, agli agguati in Somalia, ai conflitti algerini: del botto che fanno le bottiglie di spumante o champagne quando salta il tappo. Meglio il vino “fermo”, più discreto. Discreto com’è lei. Chissà cosa ci dirà quando, finalmente liberata dai suoi aguzzini, tornerà tra di noi in redazione e leggerà delle visite in redazione di Prodi e Casini, di Mastella, degli imam, degli sceicchi; quando Pier le confesserà di aver passato un’ora a “Domenica in” a rispondere a Mara Venier che gli chiedeva di Giuliana mentre sul monitor scorrevano le immagini del video prodotto dal manifesto per i media arabi e trasmesso da al Jazeera e al Arabia (forse Pier se la caverà con la sua compagna grazie al suo chiarimento rispetto alle mendaci affermazioni che compaiono sul video: «Ha 56 anni, non 57»); quando leggerà l’appello del Papa per la sua liberazione e quello del capo della moschea di Roma, o quando saprà degli incontri del direttore Gabriele Polo con la diplomazia, Fini e la Farnesina; o che chi scrive ha passato il suo tempo a farsi intervistare dalle reti tv pubbliche – si fa per dire – e da quelle Mediaset per parlare di lei e, da inveterato ateo, se l’è rifatta con vescovi e suore e boy-scout; o quando vedrà le foto dello striscione in curva del Livorno calcio che pretendeva la sua liberazione, firmato falce e martello. Chissà che dirà, speriamo soltanto che lo faccia presto. Certo è che quando tornerà in redazione dovrà sopportare il botto provocato dal tappo di champagne che salta in alto. Per una volta il vino non sarà fermo ma mosso, frizzante, come lo saremo tutti noi. Un tappo e un boom contro la guerra. Roma in piazza: "liberiamo la pace" Titolo: “Liberiamo la pace”. Sottotitolo: “Liberiamo Giuliana, Florence, Hussein, tutti gli ostaggi e il popolo iracheno”. Eccoci ancora in piazza, per una manifestazione che tanti amici di associazioni e partiti e sindacati ci hanno chiesto di promuovere per domani sabato 19 a Roma, con la motivazione che «se siete voi del manifesto a proporla, l’adesione sarà la più ampia immaginabile». Nessuno ha storto il naso rispetto al fatto che bisogna liberare anche “il popolo iracheno”, quegli uomini, donne e bambini a cui secondo Washington, Londra e Roma è stata regalata la libertà, a cui è stato consentito persino di sancire la riconquistata democrazia con il rito elettorale. Tutti sanno che a Baghdad, a Falluja, a Mosul, a Bassora, la guerra continua in regime di occupazione militare, con l’irruzione di un terrorismo criminale che non va confuso con la legittima resistenza contro l’invasione. Ma l’adesione all’appello del quotidiano di Giuliana Sgrena è andata persino oltre la più ottimistica delle immaginazioni e mette insieme tutte le sigle, le storie, le organizzazioni, le persone che in Italia, dal luglio del 2001 a Genova, hanno riconsegnato le piazze e le città alla partecipazione democratica. Anzi, sabato a Roma ci sarà anche qualcuno che in piazza non era sceso mai. Nei giorni dell’attesa angosciante di un segno, di una speranza, nella redazione del manifesto si sono vissuti momenti terribili, confortati soltanto dalla straordinaria solidarietà italiana e internazionale. La solidarietà è poi cresciuta nelle tante manifestazioni e appelli per la liberazione di Giuliana. È cresciuto un rapporto forte con tante componenti del mondo arabo, religiose e politiche e si è stretto un rapporto che dovrà durare nel tempo con Libération e Die Zeit. Lunedì sera, tutti e tre questi giornali hanno mandato un messaggio in parole e musica ai rapitori dal teatro parigino della canzone, l’Olympia. E martedì, i direttori di Libération e il manifesto saranno a Strasburgo al Parlamento europeo, da cui molto probabilmente usciranno nuovi appelli e prese di posizioni impegnative – nell’ipotesi sciagurata in cui Giuliana e gli altri prigionieri dovessero essere ancora nelle mani dei rapitori. Da Sabrina Ferilli al presidente emerito della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, dai musicisti ai calciatori, da Rifondazione comunista all’Udeur, dall’Arci ai Cobas, dalla Cgil alla Uil, sabato in piazza ci sarà l’Italia antiberlusconiana al completo, compreso chi sarebbe contro la guerra ma è impacciato dai troppi se e da innumerevoli ma. C’è l’universo dell’associazionismo cattolico, dall’Agesci a Pax Christi, certamente aiutato dall’appello del Papa per la liberazione dei rapiti. Ci sono i protestanti italiani rappresentati dalla Tavola Valdese. Fatto inedito, non c’è soltanto la Federazione della stampa (Fnsi) ma centinaia e centinaia di giornalisti che hanno aderito all’appello del presidente del sindacato Paolo Serventi Longhi a partecipare al corteo. Liberare Giuliana è un momento della battaglia più generale per liberare la professione del giornalista dalle manette del potere, ha scritto Serventi Longhi. Un piccolo fatto significativo è che tutte le grandi testate italiane hanno concesso ai loro inviati speciali la liberatoria per scrivere sul manifesto, nell’ambito del dibattito sull’informazione ai tempi della guerra preventiva e permanente. Il quotidiano di Giuliana ha promosso la manifestazione ma altri, amici e compagni di lunga data, stanno curando l’organizzazione tecnica dell’evento per consentire a noi di continuare a fare il giornale quotidianamente, nonostante l’occupazione permanente della redazione da parte di troupe televisive, inviati, giornalisti, agenzie di stampa. Fiom e Cgil, il comitato Fermiamo la guerra e l’Arci si stanno occupando di palchi e rapporti con la questura, organizzano treni e pullman da tutt’Italia. Saremo in tanti. Saremo più forti della guerra.

Pubblicato

Venerdì 18 Febbraio 2005

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