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Una sosta prima di partire

di

Fabia Bottani
Carouge, quartiere di Ginevra. Piove a dirotto, il vento soffia senza sosta da almeno ventiquattro ore. Le strade sono deserte malgrado siano già quasi le dieci di mattina. A pochi metri dalla fermata del tram, poco oltre il "Bar dei ticinesi", fa capolino l'insegna ricercata, quella di La Halte Femme–Emmaus, al 67 di rue Ancienne. L'assenza di campanello alla porta invita ad entrare. Varcata la soglia il grigiore invernale scompare; al suo posto un delizioso profumo di arrosto che inonda la cucina. A dare il benvenuto una giovane in tenuta bianca e tipico cappello da cuoco. «Habla espagnol?», chiede mentre saluta una giovane con una bimba che si apprestano ad andarsene. «Cerca Cristina? La responsabile? Ha chiamato. Ritarda un poco. Non so quando arriva ma  arriva. Setate e espera un rato. Queres un cafe? Le tazze e i cucchiaini sono là» dice «Hai dei ninos? No? Ma hai un marito però?», chiede indicando l'anello che porto al dito.

Nell'attesa della responsabile, la giovane racconta di essere in Svizzera da quasi due anni. «Prima ho lavorato per otto mesi in un ristorante, in montagna. Poi sono arrivata qui. "Sin papel" è difficile trovare un lavoro. Io ho questo. Non è pagato bene ma è sempre un lavoro. Ma è dura la vita qui in Svizzera quando non hai i documenti. E il francese è difficile da imparare. Ora lo capisco ma parlarlo no, male… Da dove vengo? Dalla Bolivia. Anche lì era dura, molto dura. Per questo sono arrivata qui. Ritornare?…» racconta la giovane Nena*, questo è il nome della sorridente cuoca che per ora preferisce non pensare realmente al futuro. Tra una chiacchiera e l'altra, dà un occhio alle pentole. «Oggi preparo insalata, arrosto e cavolfiore. Forse faccio anche del riso. È todo».
Ad approfittare del pranzo saranno una ventina di donne con qualche bimbo. C'è molto lavoro per Nena oggi: oltre ad occuparsi della cucina approfitta dei momenti morti per correre nella stanza attigua ed occuparsi del bucato. C'è da togliere i panni dalla lavatrice e stenderli, poi  da stirare quelli già asciutti. Mentre parliamo fa capolino un'amica di Nena, anch'essa sudamericana. «Ah, sei venuta a darmi una mano?». Insieme discutono a lungo sul come cuocere al meglio il cavolfiore poi finiscono di stirare. Il tempo passa, ma nessuno sa dire quando la responsabile arriverà «Comunque è sicuro. Prima o poi arriva. Arriva sempre».
Sono le 11. Si apre la porta. «Bonjour Annie*». Ad entrare è un'anziana signora dall'aria stanca. È taciturna Annie ma subito comincia ad aggirarsi per la cucina in cerca di chissà che cosa. Trova pace solo quando avvista una scatola di cioccolatini che non esita a scartare ricevendo un sonoro rimprovero da Nena. «Non puoi mangiarli, lo sai! Lo diciamo a Cristina!».
«Non l'ho mai vista qui. È la prima volta vero?» mi chiede «Io vengo qui tutti i giorni, ormai da una vita. Abito a Plainpalais, sa, e vengo a mangiare qui, sempre». Racconta sfoggiando un simpatico sorriso che tradisce comunque la fatica. Poi si rimette in movimento, si avvicina alla mensola in cerca delle stoviglie. «Apparecchio» dice salendo le scale verso la sala da pranzo.
Il tempo passa. Il pranzo cuoce. Si apre l'ingresso. È una giovane di colore «Cristina non c'è?» chiede con evidente fretta e senza quasi attendere la risposta se ne va… Ma la porta si riapre nuovamente. È un giovane «Ho un letto da portarvi. E anche il materasso», dice in spagnolo; anch'esso è boliviano e lavora al negozio di Emmaüs qui accanto. «Mi aiutate a portarlo giù in cantina?». Il via vai è così intenso che il tempo passa rapidamente. Sono già le 11.30. Ecco finalmente Cristina Lizana Scott, la responsabile. «Mi scusi, mi scusi ma c'è stato un imprevisto… Ha ancora tempo? Bene, così mangiamo insieme».
Nel frattempo entrano a singhiozzo altre ragazze. Quasi tutte sudamericane «Qui arrivano per cicli: boliviane, romene, dall'Africa... dipende dal periodo», spiega Cristina mentre coordina la "sua" truppa. «Ragazze, salite al primo piano. Prima di pranzo c'è un corso di pianificazione famigliare. Su, su salite…».
E mentre le ragazze – la loro età varia dai 18 ai 40 anni, con qualche rara eccezione – seguono la "lezione", i loro piccoli mangiano in cucina aiutati dalla cuoca e da due adolescenti che subito si interessano della presenza di "un'estranea". «Hai dei bambini? Sei sposata?», mi chiedono anch'esse. «Io faccio fatica a parlare francese. Sono arrivata l'anno scorso dalla Bolivia. Questa è mia sorella piccola. Ho anche due fratelli ma sono in Bolivia. Mangio qui poi torno a scuola, nel pomeriggio». Entra un'altra signora anziana che si avvicina al tavolo incuriosita dalle bimbe più piccine che mangiano. «Sono Piemontese. Vivo a Ginevra da 40 anni… e ora sono qui. Certo che parlo italiano. Io sono italiana!», dice con una certa fierezza.
Al primo piano si rumoreggia. Cristina scende «È ora di pranzo. Su, su salite. A comer! Venga anche lei a mangiare con noi».
Salite le scale una variopinta sala è pronta ad accogliere le ospiti con una grande tavolata; in un angolo, una montagna di giochi intrattiene i più piccini. Una dopo l'altra le donne si mettono in fila, ognuna con il proprio piatto in mano, per ricevere il pasto del giorno. Mangiano in fretta, ringraziano, poi scompaiono. «Fanno così quando si accorgono che al tavolo c'è qualcuno di estraneo. Si ritirano nella loro stanza per riposarsi prima di andare all'atelier… Oppure scendono giù in cucina…», spiega Cristina Scott. «Abbiamo 18 ospiti. Nella maggior parte dei casi sono sans papiers. Dormono nella dimora qui accanto, lavorano nell'atelier e pranzano qui. Qui dove si cucina e si mangia è il cuore della casa, dove si discute, dove ci si confida, dove si chiede aiuto» spiega.
«Quello che noi offriamo è affetto. Non soldi o ricchezza. Qui per loro tutto è gratuito. In cambio hanno un'occupazione ma non si guadagna nulla, si riceve solo un argent de poche di 120 franchi alla settimana. Non devono poter guadagnare, non devono potersi "accomodare" in questa situazione, non devono poter avere soldi abbastanza da andare nei negozi a spendere. Devono capire che questa è una sosta, una "halte", come dice bene il nome del centro. Il nostro obiettivo finale è farle ritornare in patria, a casa loro». Qui non possono stare a lungo. «Noi le aiutiamo nella fase di passaggio. Concediamo al massimo una sosta di due anni. C'è chi resta sei mesi chi 12, chi 24 ma poi è ora di partire. Oltre non possono restare. Noi le aiutiamo a organizzare il rientro, a pensare al dopo, al cosa fare per avere una vita dignitosa una volta in patria», spiega la responsabile ben conscia della difficoltà dell'obiettivo fissato. «Certo che è difficile farle ripartire, dirsi addio. Anche per noi però. Qui si condividono molte cose, qui i sentimenti sono al primo posto. Per limitare il "dolore" manteniamo sempre il contatto anche per sapere come se la cavano, dove sono, cosa le accade…», confida Cristina.
Qui solo Annie, la signora anziana che per prima aveva fatto capolino al centro è un'esterna, vive a casa propria e viene qui solo per mangiare. Ma è un'eccezione. Le altre sono tutte in comunità. «Prima funzionavamo diversamente, eravamo un centro di accoglienza diurna. Poi ci siamo concentrate sulla comunità, per dare un pasto, un tetto e un'attività alle sans-papiers. Qui non facciamo carità diurna. Per questo ci sono altri centri… Noi seguiamo completamente le persone». A Ginevra solo un altro centro svolge una funzione simile a quella di Halte Femme ma «lì non accettano i sans-papiers», spiega Cristina.
Sa bene di cosa parla Cristina Scott, cilena, da anni in Svizzera e da ben 23 attiva presso Emmaüs (che quest'anno ha festeggiato a Ginevra i suoi 50 anni di attività). Insieme ad altre due donne – tra cui la nuova responsabile, Dominique Roulin, ex pastore della chiesa protestante ginevrina – gestiscono La Halte. «Qui da noi arrivano donne con problemi seri che si sommano al fatto di non avere il permesso di soggiorno. Ci sono casi di violenza, di abusi… Noi diamo consigli, su tutto. Mostriamo alle nostre ospiti che qui a Ginevra hanno una famiglia che pensa a loro in ogni momento e a cui si potranno sempre rivolgere per un aiuto».
Il tempo passa, è l'una e mezza passata. Sarebbe ora di andare a lavorare in atelier ma i ritmi qui sono "sudamericani": s'inizierà più tardi. Il rigore, se non è sugli orari, qui a Halte Femme è però sulle regole di vita comune: qui animali, droga o intrusi sono banditi. E quel che più conta è il rispetto del prossimo: «solo così possiamo continuare ad essere una comunità unita» conclude Cristina. «E la prossima volta che passi di qui, vieni pure. La porta è aperta».

* i nomi di fantasia


Da 50 anni a Ginevra

L'arrivo di Emmaüs in Svizzera risale al 1957 quando alcuni cittadini si riuniscono nell'intento di seguire le orme dell'Abbé Pierre, che nel 1949 fondò a Parigi il "suo" primo centro di accoglienza per giovani senza tetto e senza lavoro, poveri, malati. A Ginevra, alla Queue-d'Arve, la Comunità di Emmaüs si stringe inizialmente attorno ad una roulotte e sotto una tenda. Nel '62, il trasloco nel quartiere ginevrino di Carouge dove si trova ancora oggi. Una comunità in crescita tanto da avere diramazioni nel Canton Vaud, in Vallese, a Friburgo, a Neuchâtel e anche  al Sud delle Alpi, in Ticino.
Nel 2001 viene inaugurata la Fondation Emmaus di Ginevra e, contemporaneamente, si aprono le porte di La Halte Femme: un centro di accoglienza diurno in grado di accogliere 25 donne con o senza figli a carico. Sempre nel 2001 viene lanciato il "prestito sociale", un fondo che permette a Emmaüs di prestare denaro, senza interessi, a persone momentaneamente in difficoltà. Due anni fa, La Halte Femme viene nuovamente inaugurata in una nuova veste, quella attuale, quale comunità di accoglienza temporanea per donne in difficoltà, prevalentemente sans papiers.  

Pubblicato

Venerdì 7 Dicembre 2007

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