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Una società stupefacente

di

Francesco Bonsaver
«Io la Coca cola me la porto a scuola» cantava Vasco Rossi negli anni 80. Oggi invece la si porta al lavoro.
La cocaina ha da tempo superato i confini dei salotti buoni delle classi agiate per andare ad inondare la società intera. Negli ultimi anni è diventata uno stupefacente trasversale, usato ad ogni età e da ogni classe sociale. Se subito dopo i salotti, la polvere bianca aveva invaso i bagni e gli uffici di finanziarie e banche nella generazione degli yuppies, oggi la si ritrova negli ambienti di lavoro di ogni genere, precari compresi. Secondo uno studio dei sindacati inglesi, il 70 per cento dei consumatori di cocaina sono lavoratori dipendenti. In una magistrale inchiesta giornalistica pubblicata su Il Manifesto, Loris Campetti, collaboratore di area, ha documentato il dilagare del consumo di droghe, e di cocaina in particolare, nelle fabbriche e nei cantieri edili italiani. E l'impotenza dei sindacati sorpassati dal fenomeno.
Naturalmente, neanche la Svizzera è immune al problema. Il governo ticinese ha reso noto che nel solo distretto del Luganese, circa 100 mila abitanti, sono stimati a 7 mila i consumatori di cocaina. Un centro terapeutico della regione, Villa Argentina, aprirà presto una struttura destinata ai cocainomani che lavorano, come scriviamo a pag. 11.
Nella medesima pagina riferiamo della ricerca "Il produttore consumato" della sociologa italiana Francesca Coin nella quale si traccia un parallelo storico tra il consumo di droghe e il sistema produttivo. La diffusione odierna della cocaina nella società occidentale ha spiegazioni diverse. Resta però innegabile la correlazione  tra le condizioni di lavoro dominanti negli ultimi anni e la polvere bianca. In un mondo in cui la produttività è cresciuta come non mai, dove si lavora di più e in condizioni di stress a ritmi orari altalenanti, le sostanze euforizzanti come la cocaina e le anfetamine diventano le droghe per eccellenza funzionali al sistema. Se alle condizioni sempre più degradanti di lavoro si associa una precarietà diffusa e un calo progressivo del potere di acquisto dei salariati, il cerchio si chiude. Quando poi s'incentiva il lavoro straordinario attraverso la defiscalizzazione come in Francia e in Italia, si danno i presupposti per creare il circolo vizioso «lavoro di più per comperare la coca e ho bisogno della coca per poter lavorare di più».
Il risultato è una società dopata. La diffusione della cocaina ha raggiunto proporzioni tali che se non se ne parla, si diventa come il cocainomane illuso di non essere dipendente. Non si tratta di fare del moralismo. Ma di prendere coscienza del rischio di essere schiavi legati ad una doppia catena, quella del lavoro e della dipendenza da una sostanza.
Ben venga il Sì alla politica dei quattro pilastri in materia di droga in Svizzera in votazione il 30 novembre. Non si può però ignorare le cause di un malessere che si cerca di lenire con l'uso di stupefacenti. Occorre fermare il degrado delle condizioni di lavoro, invertendo radicalmente la rotta. Un tale cambiamento però può arrivare solo dal basso, da chi subisce il malessere, sostenuto da una organizzazione sindacale determinata.

Pubblicato

Venerdì 14 Novembre 2008

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