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Una rivoluzione chiamata 1. giugno

di

Silvano De Pietro
È una vera e propria rivoluzione quella che sta per verificarsi nel mondo del lavoro svizzero. Dal 1° giugno sarà avviata la seconda fase delle disposizioni transitorie dell’accordo tra l’Unione Europea (Ue) e la Svizzera sulla libera circolazione delle persone. Il che significa che, a partire da martedì prossimo, sarà ampliato l’accesso dei cittadini dell’Ue al mercato del lavoro svizzero e gli svizzeri non incontreranno più ostacoli nell’Ue. Per la prima volta, insomma, il mercato del lavoro elvetico, piccolo e finora sempre strettamente sorvegliato, viene aperto ad un numero di persone decine o forse centinaia di volte superiore a quello attuale, e praticamente senza più controlli. Le reazioni a questo evento sono differenziate: ottimistiche e fiduciose quelle delle autorità federali, preoccupate quelle dei sindacati. Ad avere nettamente torto saranno soltanto coloro che prevedono un’invasione di lavoratori dall’Est europeo. Innanzitutto va precisato che questo accordo bilaterale è valido soltanto per i 15 vecchi paesi dell’Ue, più la Norvegia e l’Islanda che sono paesi dell’Aels (Associazione europea di libero scambio). Per i 10 paesi che sono entrati a far parte dell’Ue soltanto dal 1° maggio di quest’anno, l’accordo sulla libera circolazione delle persone entrerà in vigore nell’estate del 2005. Quindi, non è imminente nessuna invasione di polacchi. Ma «il problema è la pressione sui salari, non l’immigrazione», ha puntualizzato il segretario centrale dell’Unione sindacale svizzera (Uss), Serge Gaillard. Come dire: non è questione di numero di lavoratori che verranno qui a cercare lavoro, ma di come questa nuova ed ampia offerta di manodopera verrà sfruttata dagli imprenditori per abbassare i salari, peggiorare le condizioni contrattuali e deregolamentare il mercato del lavoro in Svizzera. Parte martedì prossimo la seconda fase delle disposizioni transitorie dell’accordo tra l’Unione Europea (Ue) e la Svizzera sulla libera circolazione delle persone. La previsione di quello che accadrà dipende da chi e da come viene osservato il processo di liberalizzazione della circolazione delle persone. Per il Seco (Segretariato di stato dell’economia) e per l’Imes (Ufficio federale dell’immigrazione, dell’integrazione e dell’emigrazione, cioè quello che fino a poco tempo fa si chiamava Ufficio federale degli stranieri), dal 1° giugno gli svizzeri verranno trattati nei 15 vecchi paesi dell’Ue allo stesso modo dei cittadini comunitari, relativamente alle disposizioni di entrata, di soggiorno e di accesso al mercato del lavoro. In altri termini, ora un datore di lavoro dell’Ue può assumere cittadini svizzeri subito e senza procedura di permesso. «Per i lavoratori svizzeri ben qualificati si aprono pertanto interessanti prospettive di soggiorno all’estero nella Ue», hanno ottimisticamente dichiarato alla stampa i due uffici federali. In Svizzera, invece, rimarranno in vigore fino al 2007 i limiti numerici (contingentamento) posti all’ammissione anche di cittadini dell’Ue. Questa reciprocità imperfetta è uno dei notevoli vantaggi che la Svizzera è riuscita ad ottenere, insieme alla possibilità di valutare, nel 2009, l’esperienza fatta e decidere se mantenere la libera circolazione o tirarsi indietro ed annullare gli accordi. Per il resto, però, dal 1° giugno il nostro paese deve abolire sul mercato interno la priorità dei lavoratori indigeni (svizzeri o stranieri) rispetto ai cittadini dell’Ue/Aels, nonché il controllo sistematico di tutti i nuovi contratti di lavoro relativamente alle condizioni di lavoro e di salario. Inoltre, per i soggiorni brevi fino a 3 mesi e per l’attività dei fornitori di servizi con sede aziendale in un paese dell’Ue/Aels non sarà più necessario in Svizzera un permesso: basterà una semplice notifica, che può essere effettuata anche via Internet. Ora, liberalizzare in questo modo un mercato ad alti salari, come quello svizzero, senza preventive misure fiancheggiatrici, sarebbe un invito a nozze per ogni genere di speculazione salariale e normativa, cioè per il dumping salariale e sociale. I sindacati hanno perciò preteso adeguate misure d’accompagnamento, in particolare l’istituzione delle cosiddette commissioni tripartite (composte cioè da rappresentanti delle autorità, degli imprenditori e dei sindacati) sia nei cantoni, sia a livello federale, con il compito di esercitare funzioni di monitoraggio ed ispettive per evitare abusi. Ma i timori che gravi abusi potranno ugualmente verificarsi non sono affatto diminuiti nei sindacati, i quali lamentano gli scarsi mezzi messi a disposizione delle commissioni tripartite e la troppo vaga definizione dei compiti delle commissioni stesse, e chiedono interventi più incisivi. «La Svizzera è mal preparata alla libera circolazione delle persone», ha detto Serge Gaillard. Motivo di questo allarme è la convinzione che le misure contro il dumping salariale e sociale non sono sufficienti, in particolare nei settori quali l’agricoltura, il commercio al dettaglio ed i trasporti, dove non esistono minimi salariali contrattualmente garantiti. Fulcro di un buon lavoro di controllo sono dunque i contratti collettivi di lavoro (Ccl), in mancanza dei quali anche definire i salari minimi in una determinata regione o in un determinato settore diventa difficile. Nei paesi dell’Europa occidentale, ha segnalato Gaillard, il tasso di copertura con Ccl supera il 60 per cento (ad eccezione della Gran Bretagna, dove è del 36 per cento; ma questo paese conosce il minimo salariale fissato per legge). In Svizzera, invece, se si escludono i Ccl che non contemplano un salario minimo, il tasso di copertura è di appena il 33 per cento. Questa situazione, ha aggiunto Gaillard, espone la Svizzera ad un alto rischio di dumping salariale. Il rimedio, sempre secondo il sindacalista, non può essere che la messa in opera di tre strumenti: le commissioni tripartite, la dichiarazione d’obbligatorietà generale dei Ccl, la determinazione di salari minimi mediante normali contratti di lavoro. Anche Susanne Blank, responsabile del settore politica economica della centrale sindacale Travail.Suisse, si è messa sulla stessa lunghezza d’onda, denunciando le insufficienze e le debolezze delle misure d’accompagnamento finora adottate. In particolare, ha detto Blank, il lavoro delle commissioni tripartite è minacciato dalla politica di risparmio degli enti pubblici e dalla mancanza di conoscenze circa il livello dei salari attualmente praticati. Ma se la situazione è questa, quali saranno i rischi politici se le misure d’accompagnamento si rivelassero inadeguate in vista dell’estensione, nel 2005, dell’accordo sulla libera circolazione delle persone ai nuovi 10 paesi dell’Ue? «Se la libera circolazione delle persone diventasse un affare in perdita per i lavoratori – ha precisato Susanne Blank – la questione del referendum potrebbe porsi, sia nel 2005, sia nel 2009». Ancor più chiaro il commento di Susanne Erdös, segretaria centrale del Sindacato del commercio: se i controlli non funzioneranno e si verificherà il dumping salariale, «allora diminuirà la disponibilità della popolazione ad un ulteriore avvicinamento all’area economica europea».

Pubblicato

Venerdì 28 Maggio 2004

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