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Una riforma, ma per la finanza

di

Can Tutumlu
Sulla seconda riforma dell'imposizione delle imprese – al voto il prossimo 24 febbraio insieme all'iniziativa popolare "Contro il rumore dei velivoli da combattimento nelle regioni turistiche" (si veda l'articolo a pagina 4) – si sta discutendo a suon di parecchie ipotesi a fronte di poche – ma più sicure – certezze. Due sono le domande fondamentali sulle quali favorevoli e contrari si stanno confrontando: Quali effetti avrà lo sgravio dell'onere fiscale sui dividendi per la collettività? E, soprattutto, quali sono i soggetti che saranno avvantaggiati dallo sgravio fiscale? Le risposte del Dipartimento federale delle finanze (Dff) – e del fronte borghese favorevole alla riforma – alla prima domanda sono ottimistiche: le società di capitali (che sono una minoranza delle piccole e medie imprese) libereranno delle riserve che finora tenevano occultate nei bilanci. Riserve occulte create per attutire l'effetto della doppia imposizione di utile e dividendo, scrive il Dff. Una volta sciolte le riserve questo denaro verrà reinvestito nell'economia elvetica.
Il meccanismo di trasmissione sarebbe quindi semplice e lampante secondo i fautori del "sì": il maggiore denaro intascato dagli azionisti – distribuito grazie alla riforma che imporrà solo al 60 per cento i dividendi (si veda lo schema in pagina)  – che detengono almeno una quota del 10 per cento della società potrà finalmente essere investito produttivamente in nuovi affari. Creando così nuove imprese che genererebbero una crescita economica e quindi anche più posti di lavoro, maggiori entrate fiscali e maggiori finanziamenti per le assicurazioni sociali. Questo ottimistico e ipotetico meccanismo di trasmissione – messo in dubbio non solo dai contrari alla riforma – bilancerebbe le perdite – queste certe e non ipotetiche – non solo in termini di entrate fiscali per la Confederazione e Cantoni, ma anche per l'Avs e le altre assicurazioni sociali legate al monte salari e non ai dividendi (da sempre sgravati dagli oneri sociali). I contrari alla riforma parlano di una perdita di due miliardi di franchi per il fisco e di almeno 150 milioni per l'Avs. Il Dff e i favorevoli alla riforma parlano invece sì di ripercussioni negative (130 milioni per Avs e 400 milioni per il fisco), ma che verranno controbilanciate grazie al denaro "liberato" e "investito produttivamente" secondo il circolo virtuoso descritto precedentemente. Anche sulla seconda domanda i due comitati si fronteggiano: secondo i calcoli dei contrari saranno solo 8 mila 600 i contribuenti facoltosi che beneficeranno dello sgravio da 2 miliardi. Per i favorevoli saranno invece tutte le piccole e medie imprese "spina dorsale della nostra economia".  
Del meccanismo di trasmissione, dei possibili effetti di questa riforma e dei suoi possibili beneficiari ne abbiamo parlato con Sergio Rossi, economista e professore all'Università di Friburgo, che non solo sovverte i termini della questione, ma indica già in quale direzione Hans Rudolf Merz si sta muovendo per recuperare le entrate fiscali che andranno inequivocabilmente perse.

Sergio Rossi, gli effetti della "Riforma II dell'imposizione delle imprese" sono controversi. Se sarà accettata in votazione, i dividendi versati ai grandi azionisti saranno in parte esenti da imposta. I favorevoli alla riforma vedono in questo sgravio fiscale la possibilità di investire produttivamente del denaro che prima era trattenuto in azienda per evitarne la doppia imposizione. Quale effetto avrà per l'economia questa nuova disponibilità di denaro?
La riforma posta in votazione avvantaggerà soprattutto le categorie di reddito medio-alto della popolazione e non comporterà alcun vantaggio per le categorie di basso reddito nel nostro paese. Le famiglie a basso reddito potrebbero addirittura essere lese dalla riforma, data la minore propensione al consumo delle famiglie benestanti: se la distribuzione dei redditi è modificata a vantaggio delle persone a reddito elevato, le spese per i consumi sul piano nazionale diminuiscono, aumentando il numero di disoccupati. È vero che la doppia imposizione degli utili – in quanto profitto aziendale e poi reddito dell'azionariato – è una pratica non più in uso in molti paesi e che imporre fiscalmente due volte la stessa base non è politicamente corretto, ma questa doppia imposizione induce le aziende svizzere, incluse le piccole e medie imprese, a trattenere in azienda, anziché distribuire, una parte degli utili realizzati. In questo caso, c'è una maggiore disponibilità sia finanziaria sia imprenditoriale per operare degli investimenti produttivi, facendo uso della possibilità di autofinanziamento offerta dagli utili investiti in modo produttivo anziché distribuiti e doppiamente imposti dal fisco.
Quale settore economico sarà maggiormente avvantaggiato dalla riforma e dalla "liberazione" di questo denaro?
L'alternativa proposta con la riforma potrebbe aumentare la circolazione finanziaria degli utili che sono distribuiti agli azionisti, generando una maggiore speculazione nei circuiti dell'alta finanza, i quali, come insegna la crisi nata nel settore dei mutui ad alto rischio – i cosiddetti subprime –  non sono sufficientemente regolamentati né protetti dalle turbolenze che possono far svanire nel nulla i castelli di carta costruiti dagli ingegneri finanziari con la tecnica della cartolarizzazione. In sostanza, la situazione dopo la riforma della fiscalità delle imprese potrebbe non essere quella declamata dai suoi sostenitori, secondo i quali questa riforma comporterà maggiori investimenti nell'economia reale svizzera, perché le somme distribuite sotto forma di dividendi potrebbero essere spese, come del resto già lo sono in gran parte, per alimentare il patrimonio finanziario delle categorie di persone con reddito elevato attraverso l'acquisto di titoli di aziende straniere che operano fuori del territorio svizzero e nelle quali queste persone investono per motivi di natura prettamente speculativa anziché a scopo di controllo e di produzione.
Quindi l'effetto della riforma potrebbe non solo non giovare, ma essere addirittura controproducente per l'economia?
La legislazione fiscale attuale mi sembra più favorevole alla creazione di posti di lavoro, nell'economia reale, di quanto sia il caso con la "riforma II", il cui impatto positivo sulla occupazione, se del caso, si osserverebbe principalmente nel settore finanziario, giacché questa riforma favorisce l'attività nei mercati finanziari, i quali per loro natura non sono in grado di generare un reddito sul piano macroeconomico, a discapito delle attività reali di produzione. Non va inoltre dimenticato che il settore delle attività finanziarie soffre già di un certo numero di posti di lavoro in esubero, come lo dimostrano i tagli occupazionali già annunciati dalle maggiori banche elvetiche – fra altre – a seguito della crisi finanziaria che è lungi dall'essere superata e i cui postumi ci accompagneranno per alcuni mesi ancora dopo la sua prospettata fine.
Non c'è accordo sull'entità, ma sia favorevoli che contrari parlano apertamente di una diminuzione delle entrate fiscali per quanto concerne le imposte sul capitale delle società e sui dividendi versati ai loro azionisti. Anche l'Avs subirà delle importanti perdite. Come sarà possibile far fronte a queste minori entrate visto che lei non crede nel rilancio dell'economia? Quali sono le altre strade percorribili?
Con la prospettata diminuzione delle entrate fiscali attraverso le imposte sulle società e sui redditi versati ai grandi azionisti, se la riforma sarà accolta in votazione, la Confederazione cercherà di ottenere da altre basi fiscalmente imponibili – meno mobili dei capitali, dunque i lavoratori, e meno organizzate o meno influenti politicamente, dunque i consumatori – le entrate fiscali andate perse con questa riforma. Lo si intravvede già con la ventilata modifica dell'Iva, che inciderà maggiormente sul tenore di vita delle categorie di consumatori a reddito medio-basso e che farà lievitare il rincaro calcolato all'indice dei prezzi al consumo. Questo non mancherà di spingere poi la Banca nazionale svizzera ad aumentare i tassi di interesse direttori quando il rincaro atteso sfiorerà o supererà la soglia del 2 per cento su base annua, stabilita dalla nostra autorità monetaria. Questa manovra di politica monetaria, se sarà attuata dalla nostra banca centrale, penalizzerà gli investimenti nell'economia reale, rafforzando l'effetto negativo su questi investimenti che eserciterà la riforma della fiscalità per il motivo indicato prima, cioè la minore incitazione per le imprese a trattenere gli utili in azienda per l'autofinanziamento dei loro investimenti produttivi.
Quale sarà l'effetto sui salari di questa riforma?
Questa riforma potrebbe spingere almeno una parte degli imprenditori a ridurre i salari per aumentare i dividendi, giacché i salari – anche quelli dei capitani d'azienda – sono imposti al 100 per cento, fatte salve le deduzioni fiscali particolari e ad personam, mentre i dividendi saranno imposti soltanto parzialmente dopo la riforma. Questo creerebbe una disparità di trattamento e un'iniquità fiscale che non è accettabile in un'epoca in cui la distribuzione dei redditi è già a netto vantaggio dei profitti e a discapito dei salari e, all'interno della massa salariale, avvantaggia già i salari elevati a discapito di quelli medio-bassi. Salari ormai fermi da circa una quindicina di anni, se espressi relativamente alla capacità di acquisto dei salariati che si trovano in fondo alla scala salariale. Occorre tuttavia riconoscere che questa riforma facilita e favorisce le successioni aziendali – il trasferimento di proprietà da una generazione all'altra di proprietari – e che, in questo aspetto, rappresenta un passo in avanti per il mantenimento di posti di lavoro e di aziende a capitale svizzero, per non far cadere anche la Svizzera in balìa dei "fondi sovrani" di cui si parla molto in questi mesi per il loro pronto intervento – in realtà nell'interesse dei loro proprietari – nei paesi maggiormente colpiti dagli effetti devastanti dell'attuale crisi finanziaria.

Pubblicato

Venerdì 1 Febbraio 2008

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